The sound of farewellSeven Psalms è il testamento mistico di Paul Simon

Dopo sette anni, il cantautore americano torna con un concept album in cui ragiona su Dio, la forza della fede e la vita dopo la morte. Un unico brano di trentatré minuti, suddiviso in sette movimenti da ascoltare solo se si è pronti ad affrontare una esperienza del genere

Paul Simon

I critici anglosassoni si sono espressi ossequiosamente verso il nuovo album di Paul Simon, “Seven Psalms”, parlando d’una meditazione sul senso della morte e del commiato. Hanno certamente ragione nel definire le intenzioni del grande compositore, oggi ottantunenne. La questione, a questo punto, diventiamo però noi: siamo davvero pronti a confrontarci con un’opera di colui che potrebbe essere stato, per buona parte della vita, uno dei nostri beniamini, allorché nel suo ultimo, insperato lavoro si presenta a parlarci, e dunque a chiamarci in causa, su argomenti del genere? O, per farla più facile, siamo pronti a una simile svolta nei nostri orizzonti del pop, laddove passato e presente assumono forme quasi contrapposte – intrattenimento e introspezione? 

Del resto, i veterani tra gli amati cantanti che hanno la fortuna di raggiungere la veneranda età di Paul e che non si sono cristallizzati nel passo d’addio prematuro ma spettacolare, nel caso decidano di rimettere mano ai loro strumenti, difficilmente possono sfuggire alla tentazione di ruminare temi da cui un tempo si sarebbero sentiti lontani, ma che oggi sono il loro pane quotidiano. 

Simon, che aveva inciso l’ultimo album sette anni fa e da cinque era assente dalle scene concertistiche, ha raccontato in prima persona la genesi di “Seven Psalms”: «Alla fine è tutta una discussione che sto avendo con me stesso attorno all’idea di credere o no». Preparazione e allestimento per l’aldilà insomma, a opera di un artista che seppe immortalare in modo impareggiabile certi turbamenti intimi e vitali delle anime sensibili e riservate. Ma quello era il secolo scorso, gli antichi duetti con Art Garfunkel, le tentazioni caraibiche, l’innamoramento per il suono della libertà che arrivava dalle township sudafricane, che lui canalizzò magistralmente in “Graceland”. 

Adesso è tutto un altro gioco, eppure è stata irresistibile la voglia di riprendere la chitarra, cominciare ad arpeggiare – tutto il disco è un ininterrotto arpeggio – e sopra declinare, in un unico brano da trentatré minuti, suddiviso in sette movimenti altrettante elucubrazioni su un unico concept: «Che succederà adesso, tra poco?». Con la consapevolezza di consegnare al proprio pubblico affezionato non un album di pezzi nuovi, ma un vero e proprio testamento musicale, con la portanza e l’impegno reciproco che un gesto del genere richiede, tra artista e ascoltatore. 

Per fare tutto ciò, con l’eleganza che lo contraddistingue, Simon non è andato in cerca di collaborazioni di grido: era una faccenda personale, si bastava ampiamente da solo, con la voce che con gli anni non è cambiata di un millimetro, il fraseggio liquido e rotondo rimasto intatto, le progressioni quasi jazzistiche e con la chitarra microfonata da vicino, per renderla iper-presente, pressante, sempre avvolgente. 

Poi ci sono altri suoni di sfondo, più che altro coloriture ambientali, e soltanto la voce di sua moglie, la songwriter Edie Brickell, ad accompagnarlo, verrebbe da dire per non lasciarlo solo, per alleviare, addolcire il peso dell’esperienza. In testa e in coda suonano le campane e tra i due estremi Simon – che prima non l’aveva mai fatto – ragiona su Dio, sulla forza della fede, sul senso della religione, sull’idea di percepire un pastore che ti guidi nel cammino, il valore e l’illusione sottese a questa intuizione, talvolta incantandosi, altre scivolando nel cinismo ironico aderente alla sua visione jewish della vita. 

L’ultimo segmento di “Seven Psalms” si chiama “Wait”, “Aspetta”, e Simon s’accalora gorgheggiando «La mia mano è ancora ferma / la mia mente è limpida», fin quando subentra Edie, come una sibilla, a ricordargli che «la vita è una meteora» e «il paradiso è meraviglioso / quasi come casa» e tutto si discioglie in un’armonizzazione a due voci: «Amen». 

Il viaggio finisce: non una passeggiata di salute, non una raccolta da consumare, piuttosto un’esperienza, che si può decidere se si ha la voglia di affrontare. Di sicuro con una grande manifestazione di rispetto, ma anche col cuore piuttosto gonfio di angoscia. Già: chi l’avrebbe detto che ascoltare il nuovo long playing di un artista amato a un certo punto avrebbe preso dei riflessi del genere, abbaglianti e agghiaccianti al tempo stesso? 

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