Metallo dei cieliQuando il ferro costava più dell’oro

Quarantacinque secoli fa prezzo di una lega oggi considerata povera era alle stelle a causa della domanda religiosa, politica, militare e delle esigenze economiche quotidiane. Lo racconta Alessandro Giraudo nel suo ultimo libro, pubblicato per Add

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Gli Assiri abitavano le terre comprese tra la Mesopotamia settentrionale, la Siria e l’Anatolia meridionale. Nei loro mercati, circa quarantacinque secoli fa, il ferro veniva venduto a un prezzo otto volte superiore a quello dell’oro, una condizione non molto diversa da quella dei mercati circostanti.

Quasi tutto il metallo usato aveva infatti origine meteoritica: i fabbri non erano ancora in grado di ottenere la temperatura necessaria per la fusione (1535 °C), anche se impiegavano una tecnica già relativamente sofisticata, servendosi del calore generato dal carbone vegetale (o carbone di legna).

Questo spiegava il prezzo esorbitante del legname, perché per ottenere quel tipo di carbone occorreva trovarsi in prossimità dei boschi, tagliare gli alberi e trasportarli nelle zone minerarie, rischiando la deforestazione di intere aree, come accadde in alcuni casi di cui abbiamo tracce storiche (Cipro, Efeso, Priene, Mileto e, molto tempo dopo, l’est londinese e alcune foreste dell’Europa centrale).

La capacità di produrre temperature elevate è stata – ed è ancora – uno dei criteri per valutare il livello tecnologico di una civiltà: spiega il passaggio dall’Età della Pietra, in cui si raggiungevano i 300-400 °C, a quella del Bronzo con circa 1100 °C, fino all’Età del Ferro in cui si arrivò a toccare i 1500- 1600 °C. Oggi la civiltà tecnologica ottiene temperature industriali elevatissime e temperature negative prossime allo zero assoluto, per non parlare della tecnologia scientifica, in grado di produrre un calore o un gelo intensissimo in pochi nanosecondi.

Il ferro celeste
In numerose lingue antiche, le espressioni per indicare il ferro fanno riferimento al cielo. I Sumeri lo chiamavano an-bar, fuoco del cielo, e gli Ittiti ku-an (stesso significato). Il geroglifico egizio bia-en-pet significava fulmine del cielo e la parola ebraica parzil, metallo di dio o dei cieli. Ancora oggi, in georgiano, per indicare un meteorite si usa l’espressione “frammento del cielo”.

In passato gli uomini si dedicavano alla ricerca di meteoriti, ancor più di quanto succeda oggi, e lo facevano soprattutto nei deserti: infatti era più facile trovarli in aree in cui non sprofondavano nel terreno; nelle foreste e sulle montagne, al contrario, la ricerca era resa difficile dal suolo umido e dalla struttura pietrosa delle cime. In alcuni casi la caduta di meteoriti provocò l’incendio di alcune foreste, come scrisse Esiodo riferendosi al monte Ida, incendiato da un meteorite, vicenda molto conosciuta nella storia di Creta.

Per molto tempo l’immaginario legato al ferro fu associato alla sfera del divino e del celeste. I meteoriti erano esposti accanto all’oro sugli altari dei templi, dove i fedeli li veneravano, meravigliati e al contempo intimoriti dalla misteriosa origine di quei “frammenti di cielo”. Il tempio di Diana a Efeso sarebbe stato edificato sul luogo in cui era caduto un meteorite, come riporta il Nuovo Testamento.

La pietra nera incastonata nella Kaaba, la costruzione a forma di cubo (il termine deriva da ka’b, cubo) che si trova nella Mecca, potrebbe essere un meteorite. Sovrani e condottieri volevano possedere oggetti e simboli dell’autorità in “ferro celeste”, fu il caso di condottieri come Attila e Tamerlano, e durante le cerimonie ufficiali numerosi califfi sfoggiavano scimitarre forgiate da meteoriti. Al loro arrivo in Messico, i conquistadores spagnoli rimasero molto colpiti dai coltelli e dalle daghe di ferro dei capi aztechi: le civiltà precolombiane non erano in grado di fondere il metallo, né nei territori occupati vi era traccia di fonderie.

Talete di Mileto (600 a.C.) fu il primo a parlare di magnetite, il minerale ferroso con il più alto contenuto di ferro e dalle grandi proprietà magnetiche (capace di attrarre ferro, nichel e cobalto), che alcuni marinai usavano per la navigazione. Il prezzo elevato del ferro era giustificato dalla domanda religiosa, politica, militare e dalle esigenze economiche quotidiane.

Nel 326 a.C., quando il re indiano Poro ricevette Alessandro Magno dopo la grave sconfitta subita durante la battaglia del fiume Idaspe (affluente dell’Indo, nell’attuale Pakistan), offrì al sovrano il proprio tesoro e trenta chili di ferro, probabilmente il famoso acciaio indiano Wootz, con il quale furono poi realizzate le spade di Damasco, «sciabole di un taglio cosi duro che troncano chiodi grossi un dito», come recita il Dizionario delle invenzioni origini e scoperte relative ad arti scienze geografia storia agricoltura commercio, compilato da Noël, Carpentier e Puissant figlio intorno al 1850. Altre fonti parlano di trenta talenti di ferro e in tal caso, visto che un talento pesava tra i 28 e i 30 chili, il bottino sarebbe stato decisamente più pesante.

Da “Quando il ferro costava più dell’oro. Storie per capire l’economia mondiale” (Add editore), Alessandro Giraudo, p. 328, 19€

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