Ci vuole orecchioL’ineffabile miracolo della musica nel dire ciò che non può essere detto

In “Misteri per orchestra” (Marsilio), Filippo Facci ricostruisce vicende formidabili della storia della musica e spiega come si è innamorato della «migliore formulazione possibile di un qualcosa a noi completamente sconosciuto»

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I misteri della musica non vanno confusi col mistero della musica: in questo libro si parla solo dei primi, anche se, nel secondo capitolo, affiora qualche ammiccante sirena wagneriana. I misteri della musica sono cosiddette «storie vere» (quantomeno verosimili), ma che ancor oggi sono avvolte in arcani che i seguenti capitoli hanno cercato di indagare, e che, come enigmi, non hanno niente da invidiare ai thriller delle fiction letterarie o televisive. Se fossero invenzioni suonerebbero improbabili, come talvolta è solo la realtà, e come già insegnava un racconto di Edgar Allan Poe: «Vi sono alcuni argomenti che possono essere trattati giustificatamente solo quando siano santificati e avvalorati dalla severità e dalla maestà del Vero… È il fatto, è la realtà, è la storia l’elemento che emoziona; come invenzioni le considereremmo con vero aborrimento».

Edgar Allan Poe scriveva questo nel 1844, e i misteri qui esplorati non sono molto più recenti, per quanto siano oggetto di incessante ricerca da parte di musicologi e impallinati. Nondimeno ottocentesca è la fascinazione del mistero della musica, laddove tenebroso e impervio è tuttavia il sentiero che andrebbe percorso per cercare vanamente di disvelarlo. Niente di più inattuale, niente di più lontano dal genere di passioni e di percorsi che in quest’epoca verrebbero consigliati a una persona sana di mente, o che, peggio, darebbero rassicurazione ai genitori di un ragazzino che ascoltasse musica da solo nella sua cameretta: forse lo accompagnerebbero subito da uno psicologo – figurarsi se la musica è classica – anche perché ogni mistero confina con l’inafferrabile, con l’oscuro, ovviamente con la morte. E la morte, oggi, è presidiata dalla Tecnica e da una cultura che la rimuove, la falsifica, impedisce di ascoltarla.

La musica intesa come mistero, dicevamo, nasce spesso in paraggi adolescenziali: e non trattandosi appunto dei misteri affrontati in questo libro, fornisce una scusa formidabile per scriverne qui, a margine della nuova edizione di questo volumetto che dopo anni resta tra i miei preferiti.

Io, da ragazzo, di musica in cameretta ne ho ascoltata moltissima: non avevo genitori invadenti e persi la madre neppure decenne, quindi, col senno di poi – di molto poi – mi venne naturale associare quel lutto al principio di un’amputazione ma, così pure, a un riavvicinamento alla simbiosi perfetta, a ciò che era preesistente alla separazione della nascita. Con tutt’altra testa, oggi, penso che la musica fosse per me la più prossima riformulazione dell’esperienza percettiva arcaica del corpo materno, un bagno di suoni primordiali della vita endouterina, la realizzazione allucinatoria del desiderio di un Eden in cui non vi fosse distanza tra parole e cose. Forse intendevo la musica come un passaggio dal mondo acustico a quello della luce, la simulazione di una nuova nascita, una dimensione in cui ciò che era prima mi appariva più fondamentale di ciò che sarebbe stato dopo.

Che cos’era la musica, dunque, e che cos’era il suo mistero? Nei miei ascolti e nei miei studi da autodidatta era un’esperienza che associavo a situazioni primitive e fusionali di cui era residuo, rievocazione, nostalgia; una verità inafferrabile e celata nel transitorio, un travestimento, una rievocazione tesa a un paradiso originario e senza tempo. Musica come lotta tra forze antagoniste dell’universo – la vita e la morte – ma che non rappresentava né l’una né l’altra, perché esprimeva una perenne tensione fra opposti.

Giuliano Ferrara, nell’introdurre un altro mio libretto su cose musicali, nel 2001, scrisse così: «Amare la musica è da sempre anche una tentazione ipocondriaca e misantropica. La testa impazzisce a contatto con l’assoluto musicale come l’uovo nella maionese a contatto con l’olio. Ci si incazza, per di più. Perché non viene… Facci è uno che conosce bene ciò che idolatra, subisce il suo Dio con una disciplina da bestia bionda. I conoscitori della musica sanno che da molto tempo il miracolo musicale non si ripete. Non è condiviso. Lo vedono in pochi, perché nei timbri, nelle scale, nei cromatismi e in tutte le minutaglie matematiche dei rapporti musicali, non si vede assolutamente niente… La musica è un sigillo patologico di solitudine, di originalità, di eccentricità: la gente non ha più le orecchie».

Non posso essere certo di tutto quel che Ferrara intendesse, ma vi colsi quello che intendevo io. Vedevo e vedo la musica come qualcosa che puoi tentare di condividere ma che non puoi parafrasare o tradurre, né puoi separare da un senso che non puoi conoscere: il suo privilegio consiste nel saper dire ciò che altrimenti non può essere detto; il suo linguaggio palese ne contiene uno occulto che sfugge costantemente, e che però ti sfida a decifrarlo. La musica è la migliore formulazione possibile di un qualcosa a noi completamente sconosciuto, una profondità nascosta alla superficie.

Da Misteri per orchestra, di Filippo Facci, Marsilio, 128 pagine, 9,50 euro