Passione senza confiniSaša Radikon, tempo al vino

Tra l’Italia e la Slovenia, la nuova generazione della già pioniera azienda familiare porta avanti la missione di formare le menti e i palati a una viticoltura di cura, rispetto e pazienza

Photo credit: triplea.it

«Sporcati le mani, vai e stai nella vigna, cerca di capire quello che è il tuo territorio». Saša riassume così la filosofia con cui si dovrebbe fondare un progetto vinicolo, la stessa con cui è nato Radikon. Siamo nel 1861, a Oslavia, Gorizia, allora ancora città slovena, tutt’oggi la loro casa. Inizialmente coloni registrati nell’atto di compravendita del terreno, ne ottengono i diritti di proprietà solo nel 1923, due anni dopo l’ufficiale annessione al Regno d’Italia. La piccola realtà agricola dovrà però aspettare più di vent’anni per vedere la sua piena realizzazione, interrotta dagli orrori delle due guerre mondiali. Sarà Edoardo Radikon a riavviarla nel 1948, anno della sua fondazione, ricostruendola a partire dalle sue radici. Reimpianta i vigneti, ripara le strutture distrutte, modifica la sua immagine e funzione, trasformandola nella tipica azienda agricola familiare di sussistenza, con orto, animali, frutteti, produttrice di un po’ di vino, ancora sfuso.

È però nel 1980 con il figlio Stanko che inizia la rivoluzione, progressiva ma inesorabile, che porterà alla creazione di Radikon come la conosciamo oggi. L’imbottigliamento prima di tutto, ma non solo. Parliamo di un cambio di prospettiva, dall’alto verso il basso, guardando il territorio. Osservare il terreno, quello friulano, in dialetto la ponca: formatasi in bacini lacustri, caratterizzata dall’alternanza di uno strato più tenero (la marna) e uno più duro (l’arenaria). E ancora, conoscere la sua capacità di regolare perfettamente la disponibilità idrica data alla pianta. È con la sensibilità per queste accortezze che Stanko produce l’annata 1979: Pinot Grigio, Sauvignon, Ribolla Gialla, Tocai e l’uvaggio Slatnik come vitigni; cura del vigneto; basse rese ma di qualità; passaggio in vasche inox e, per la prima volta, il vino in bottiglia. Da lì in poi, fu un crescendo di esperimenti e innovazioni, anno dopo anno: nel 1984 il primo Merlot, nel 1986 l’ingresso in cantina delle prime barriques, nel 1992 la nascita dell’Oslavje, uvaggio di Pinot Grigio, Sauvignon e Chardonnay. Se il cambiamento era ormai in atto dal 1980, è però nel 1995 che avvenne «la svolta». Questa, l’introduzione della firma che contraddistingue lo stile Radikon: la macerazione. A fare da apripista, la Ribolla macerata, insieme ai precedentemente citati Oslavje e Merlot. Non si tratta più soltanto quindi dell’importanza di guardare, ma di «sentire» il grappolo, raccogliendolo a mano solo quando maturo, riconoscendo nella buccia degli acini essere contenuta quella «qualità imprescindibile», che solo un lento contatto tra questa e il mosto può preservare. È così che tra fine secolo e i primi anni 2000 al guardare e al sentire, Stanko abbraccia anche l’arte dell’«aspettare», imparando come lunghi tempi di macerazione, maturazione in botte e affinamento in bottiglia conferiscano al vino l’equilibrio e la stabilità di cui ha bisogno. Se da una parte si allungano le tempistiche, al contempo dall’altra si prova a ridurre gradualmente il quantitativo di solforosa. Confrontando metà produzione senza alcuna sua aggiunta e l’altra all’usuale livello (minimo), nasce infatti lo Jackot, «il Tocai controcorrente», pioniere di tutti gli altri vini che sarebbero venuti.

Arricchito ormai da anni di esperienza ed esperimenti riusciti, nel 2002 il viticoltore stabilisce così la tavola della legge di Radikon: «tutti i vini macerano tre mesi, la solforosa non serve più, servono invece un tappo più performante e le bottiglie da litro e mezzo litro». Dalla teoria alla pratica, nascono così «i Blu», cinque in tutto: Ribolla; O……. e Jacot (due/tre mesi sulle bucce, tre anni in botte, uno/due anni in bottiglia in base all’annata), Merlot e Pignoli (un mese sulle bucce, almeno cinque anni in barriques usate, minimo sei anni in bottiglia). Nel 2009, ecco invece apparire il nostro Saša con la creazione della “Linea S”, realizzata con una piccola aggiunta di S02, a causa di macerazioni brevi, dieci giorni. Pinot Grigio Sivi e Slatnik sono i due vini della collezione, arricchita nel 2014 con l’arrivo del Rosso “RS”, dal 2017 in poi prodotto ogni anno. L’anno prima avviene però il triste evento: Stanko non è più tra noi, ma il suo ricordo sì. Ogni anno questo infatti viene tenuto vivo organizzando una festa nella tenuta, dove amici e produttori italiani e sloveni si riuniscono per sollevare i calici e brindare a lui con il suo saluto: «Živijo», «viva» nella sua lingua natia slovena. Tuttavia, ancora di più ogni giorno a onorarlo sono Saša, Suzana, Ivana, Savina e Luisa, proseguendo il percorso che lui aveva tracciato, mettendo in pratica i suoi insegnamenti. Con qualche ettaro in più e nuove braccia ad aiutarli loro, la nuova generazione, continuano a guardare, sentire e aspettare. Lavorano il terreno con rispetto, avvalendosi dei minimi trattamenti. Praticano ancora la vendemmia a mano, raccogliendo i frutti solo a maturazione avvenuta. Lasciano l’uva diraspata fermentare spontaneamente con le bucce, secondo il credo imprescindibile di una lunga macerazione. Infine, invecchiamento in botti grandi e affinamento in bottiglia, come dettato da Stanko.

Niente infatti è cambiato, il loro vino rimane lo stesso: «sincero, diverso, unico», come lo definiscono loro. Un vino che all’assaggio racconta Oslavia, l’odore del vigneto, il momento della vendemmia. Perché, come afferma prontamente Saša: «La cantina è un mezzo per arrivare al vino, la campagna è quella che ti dà la vera qualità». Per far comprendere ciò, degustare non basta però. Lo sanno bene i Radikon. Sin dall’inizio hanno sempre infatti prima parlato del vino, di come è prodotto, di cosa fanno in cantina. La consapevolezza del potere della comunicazione insomma, che condividono da anni con la loro seconda famiglia, la Velier. «La cosa più bella che Triple A ha fatto nel mondo del vino in generale è l’educazione» conferma il viticoltore. Insieme, hanno contribuito a colmare la lacuna del mondo del vino naturale: «far capire che ci sono delle sfaccettature nei diversi territori, riuscendo a farlo in modo capillare». Il movimento è all’unisono ormai da moltissimi anni. «Oggi chi parla di Triple A sa di cosa stiamo parlando e sa già cosa andrà ad assaggiare» aggiunge Saša. Coesione e una tipologia di lavoro diverso, di maggior qualità è quindi il futuro del vino naturale, di cui è Radikon è parte, a cui brindare come avrebbe fatto Stanko: «Živijo».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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