Montagna fragileI cambiamenti climatici minacciano l’estate dei rifugi piemontesi

Le precipitazioni di queste settimane potrebbero rivelarsi un sollievo momentaneo: per ripristinare le falde ci vuole ben altro. L’alternativa in mancanza di acqua, per i più, rimane solo una: la chiusura anticipata

Ph Micol Maccario

Una volta il ghiacciaio del Pagarì aveva crepacci profondi almeno trenta metri. Oggi, di quel grande cumulo di neve rimane solo una pietraia. Questa è l’immagine che si presenta agli occhi di Andrea Pittavino, da trentuno anni gestore del rifugio Federici Marchesini al Pagarì, a 2.650 metri di quota nel Parco naturale delle Alpi Marittime, in Piemonte. «La mia è una ricerca ossessiva di possibilità di recupero dell’acqua per mandare avanti il rifugio. Ho fatto un conto di quanti metri cubi mi serviranno a livello stagionale e sto organizzando una vasca di accumulo che sia sufficiente da essere riempita una sola volta», spiega. 

La possibilità che il Pagarì si trovi senz’acqua non è così remota: «Sicuramente c’è il rischio di chiusure anticipate, sto accettando prenotazioni dal primo settembre in poi con riserva». La situazione di questo rifugio è solo una delle tante dell’area piemontese che a febbraio l’Associazione nazionale delle bonifiche, delle irrigazioni e dei miglioramenti fondiari ha definito «la Regione con i territori più aridi della penisola». 

Ph Micol Maccario

Secondo il report idrologico mensile di Arpa, in Piemonte dall’inizio del 2023 le precipitazioni sono dimezzate rispetto alla media degli anni passati. E gli effetti della siccità si sono visti subito. A marzo i rubinetti del rifugio Selleries, in val Chisone, hanno smesso di “buttare” e il gestore Massimo Manavella è stato costretto a chiudere temporaneamente: «Se qualcuno anni fa mi avesse detto che a inizio primavera 2023 sarei dovuto stare fermo perché il rifugio non aveva acqua non ci avrei creduto». 

Dopo le piogge recenti è stato nuovamente aperto, ma la paura di una nuova chiusura rimane. «Dietro la struttura c’era un laghetto, ora è completamente secco, ormai si vedono solo le spaccature della terra dove una volta c’era l’acqua».

Il problema per il Selleries si acuisce perché dal 10 giugno a fine settembre le risorse idriche devono essere divise con una famiglia e centocinquanta mucche che vanno in alpeggio. Soluzioni alternative al momento non ce ne sono, «la nostra struttura a pieno regime ospita settanta persone e una decina di lavoratori, se non ci sarà acqua per garantire i servizi essenziali chiuderemo».

Le precipitazioni di questi giorni fanno ben sperare, ma gli effetti del cambiamento climatico in questi mesi sono stati evidenti. «Una volta sopra il Remondino si faceva sci alpinistico – dice Marco Ghibaudo che gestisce il rifugio a 2.340 metri di altitudine nelle Alpi Marittime -, ma a dicembre e gennaio di quest’anno c’erano condizioni già primaverili».

Credits: Cai Piemonte

Dal 2001 Tiziana Di Martino gestisce con il marito il rifugio Levi Molinari in alta val di Susa, ma il territorio è cambiato moltissimo negli ultimi anni. «Quattro anni fa – racconta – abbiamo chiuso un mese prima per mancanza di acqua. Nel 2021 abbiamo finito l’acqua della sorgente, è andata in secco, non usciva più nulla. Pensavo che l’anno scorso avremmo chiuso la stagione in maniera drammatica invece, grazie a un intervento del Cai (Club alpino italiano, ndr), siamo riusciti a evitare chiusure anticipate». 

Al Levi Molinari è stata installata una cisterna che ha retto anche in condizioni secche come quelle della scorsa estate, e sono stati introdotti anche altri piccoli accorgimenti all’interno della gestione del rifugio, per sicurezza: si chiede a chi arriva da distanze brevi di non fare la doccia, non si cambiano più i piatti tra antipasto e primo, e si invitano i clienti ad avere un’attenzione particolare per evitare sprechi di acqua. «Quest’anno abbiamo un po’ più di acqua rispetto allo scorso, ma la situazione rimane comunque drammatica. In valle Susa si calcola che per ripristinare le falde ci vorrebbero cinquanta giorni di pioggia», dice Di Martino.

Per molte realtà la mancanza d’acqua genera un problema ulteriore, perché molti rifugi producono energia idroelettrica. «La sorgente è dimezzata, ci vorrebbe molta più acqua per ottenere energia. L’anno scorso la situazione era tragica, a inizio agosto eravamo nelle condizioni che solitamente abbiamo a fine mese», dice Guido Colombo, che da quarantatré anni gestisce il rifugio Garelli, sulle Alpi Liguri. 

La situazione non migliora salendo di altitudine. A 2.450 metri sul livello del mare, nel cuore delle Alpi Cozie, la famiglia Patrile, che gestisce il rifugio Vallanta, lamenta le stesse criticità: «Producendo energia il problema dell’acqua ci tocca ancor più da vicino. La gestione di un rifugio in alta quota sta diventando sempre più difficile».

Ph. Micol Maccario

Se i ghiacciai si esauriscono e le sorgenti smettono di “buttare”, le soluzioni per portare acqua ai rifugi non sono molte. I rifugi si trovano ad altitudini molto elevate che, spesso, non sono raggiungibili con i mezzi di terra. Ma il trasporto in elicottero, secondo la maggior parte dei gestori, è fuori discussione perché ha prezzi inaccessibili. 

«Il Cai si sta occupando di questa emergenza, soprattutto per quanto riguarda la questione dell’acqua», dice Antonella Odin del rifugio Granero in alta val Pellice. La tendenza generale è quella di risparmiare. «La gente che frequenta i rifugi comincia a entrare in quest’ottica – dice il gestore del Vallanta – ma bisogna sempre spiegare le motivazioni che stanno dietro questa scelta dato che fino a cinque o sei anni fa era normale avere tutte le comodità». L’alternativa in mancanza di acqua, per i più, rimane solo una: la chiusura anticipata.

Per il gestore del Quintino Sella, a 2.640 metri sul livello del mare in valle Po, «il focus non è che un rifugio apra o chiuda prima. È una questione più profonda: se un luogo che ha sempre avuto acqua inizia ad avere problemi bisogna chiedersi quanta riserva idrica c’è ancora nei luoghi sottostanti». I rifugi anticipano quello che succederà a tutti se non si farà fronte al cambiamento climatico. «Noi siamo il primo anello di una catena – conclude Tiziana Di Martino – se finiamo l’acqua anche il paese sotto di noi la finisce».

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