Son tutte belle Storie di mamme tra vino e dintorni

Madre e figlia, un rapporto delicato e meraviglioso da celebrare. Lo facciamo raccogliendo aneddoti e ricordi di binomi di sangue che vivono il mondo del vino, della cantina e del buon bere

Foto di Los Muertos Crew su Pexels

«Dopo la prematura scomparsa di nostro padre – racconta Giancarlo Moretti Polegato, presidente di Villa Sandi, mamma, Amalia Moretti, è stata per me e mio fratello un faro, punto di riferimento, guida amorevole e insieme forte. Abbiamo aggiunto il suo cognome a quello di nostro padre per rendere omaggio al suo fondamentale ruolo: lei ci ha condotto per mano agli inizi del nostro cammino lavorativo nel mondo del vino. Il suo ricordo e il suo esempio continuano a sostenerci e a ispirarci, ogni giorno. A lei è dedicato lo spumante metodo classico Opere Riserva Amalia Moretti, un dono prezioso e pieno di significato per la nostra famiglia».

Ci sono anche storie in cui una nonna diventa la “seconda mamma” dei propri nipoti. È il caso di nonna Emanuela, soprannominata Manuvé, cui è dedicato La Dote di Manuvé di Antica Masseria Jorche, un vino affinato per dieci anni in capasone, antica anfora. «Con la nonna – raccontano Dalila ed Emanuela Gianfreda, titolari dell’azienda – abbiamo passato giornate intere mentre i nostri genitori vendemmiavano e coltivavano la terra. Lei ci ha cresciuto e insegnato tutto: quanto valore abbia il sacrificio, il lavoro e quindi anche il vino. Una donna che è vissuta nella vigna, forte e indipendente, che spesso non ha accettato i limiti che la società avrebbe voluto imporle. Tutti i capasoni in cui è stato affinato questo vino sono parte della dote che nonna Emanuela portò al matrimonio con nonno Cosimo quasi settanta anni fa. Ciò che rappresenta questo vino, dedicato a Manuvé, come la chiamava nonno, viene espresso dall’etichetta: una foto di quando aveva quindici anni, età in cui si fidanzò con nonno. Con emozione indicibile, togliendo la foto dalla cornice, abbiamo trovato sul retro una dedica scritta di suo pugno, indirizzata a nonno mentre lui era a militare, da cui abbiamo estrapolato le tre parole per noi più significative: sempre, nostro, bene».

Lucia Barzanò, titolare di Mosnel, in Franciacorta, è erede di una storia al femminile: è il 1954 ed Emanuela Barboglio, diciottenne, decide che è tempo di trasformare la tenuta di campagna della famiglia in un’azienda vitivinicola moderna. Nel 1968 Mosnel si fregia del primo vigneto Doc, il Roccolo, e nel 1979 l’azienda passa alla produzione di vini con il metodo classico, scelta che si dimostrerà vincente, ed Emanuela, socio fondatore del Consorzio Franciacorta, verrà riconosciuta come la “madre del Franciacorta”. Oggi al timone dell’azienda c’è Lucia Barzanò che, racconta, mai avrebbe pensato di seguire le orme di sua madre. «Sono figlia di una produttrice e ora che conduco l’azienda assieme a mio fratello Giulio e ho due figlie capisco a fondo tutti gli aspetti del lavoro di mia madre, le sue preoccupazioni, quanto fosse combattuta tra famiglia e lavoro. Alle elementari, nei temi dedicati alla professione dei genitori, non sapevo mai cosa scrivere: mia madre mi diceva “imprenditore agricolo”, ma per una bambina non era facile capire cosa volesse dire. Il suo lavoro per me era avvolto in un alone di mistero: la vedevo preoccuparsi per il tempo, per le piogge, mi sembrava fosse un mondo magico. Ora che sono madre anch’io, spero di trasmettere lo stesso amore per la terra e la stessa sensazione magica alle mie due bambine».

Non solo vino. Un ricordo tra i filari davvero speciale è quello che lega Antonella Nonino alla sua mamma, Giannola: «Come tutte le bambine, desideravo tantissimo stare il più possibile con la mia mamma, che lavorava sempre: avevamo però la fortuna che la casa, la distilleria e gli uffici fossero nello stesso cortile e perciò per stare con lei la seguivamo sul lavoro. Uno dei momenti più belli era in autunno: ai nostri tempi si andava a scuola il primo ottobre, e nel mese di settembre salivamo in macchina con la mamma che andava “a vinaccia”, cioè si recava dai vignaioli in Friuli a chiedere di riservare per noi le vinacce monovitigno, dalla Ribolla allo Schioppettino, dal Refosco dal peduncolo rosso al Picolit. Quando arrivavamo nel cortile dell’azienda agricola, i proprietari ci invitavano ad entrare in casa e se alla mamma offrivano un bicchiere di vino, a noi bambine davano il succo di frutta. Spesso la mamma e il vignaiolo andavano in vigna per assaggiare l’uva, e la mamma con il rifrattometro faceva la prova del tenore zuccherino degli acini per capire a che punto era la maturazione dell’uva. Per noi bambine era una festa e ancora oggi quando attraverso le colline del Friuli-Venezia Giulia mi tornano in mente e nel cuore quei colori delle vigne in autunno, quei profumi e quelle gentilezze di una volta!».

Alessandra Noventa aveva l’abitudine di raccogliere con la figlia Laura, ancora bambina, le fragoline selvatiche che crescono numerose nell’interfilare del vigneto, piantato a Schiava gentile e Sangiovese. Un giorno Laura le chiese che uve fossero piantate in quel vigneto, e mamma Alessandra le rispose che da quelle uve sarebbe nato un rosato, ancora senza nome. Dopo un consulto in famiglia fu deciso di chiamare quel vino L’Aura, per celebrare sia la prima nipote di nonno Pierangelo, fondatore dell’azienda, sia le atmosfere sospese, sognanti di quel particolare territorio.

A condurre Fattoria Le Pupille c’è oggi un lavoro di famiglia: Elisabetta Geppetti, fondatrice e anima dell’azienda, mamma di cinque figli, viene supportata dalla primogenita Clara sul fronte vendite e marketing, e dal ventiseienne Ettore, responsabile di vigna e di cantina. Clara Gentili è, si può dire, nata in vigna. Racconta che non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe lavorato fianco a fianco con la madre. È successo quasi per caso: come reazione a un momento di scarsa motivazione durante gli studi universitari, nel 2011 ha chiesto di poter iniziare a dare una mano in azienda. Oggi che è diventata madre a sua volta del piccolo Arturo, nato lo scorso dicembre, Clara racconta: «Mamma è una donna dalla grande personalità, ma che sa dare spazio e grande fiducia a noi figli sul lavoro. Quando stavo facendo i miei primi passi nell’export, mi chiese di andare in Svizzera a presidiare un evento, omettendo però che avrei dovuto parlare davanti a 140 persone. Ero molto timida e quando lo scoprii fui presa dal panico, ma grazie a quella prova superai la paura e da allora parlare in pubblico non è stato più un problema». Madre e figlia insieme hanno sviluppato a quattro mani il vino Le Pupille, 100% Syrah vinificato in parte in anfora.

Alessandra Stelzer è la figlia dei due fondatori della cantina Maso Martis, e insieme alla sorella Maddalena, è subentrata alla guida dell’azienda. «Maso Martis – racconta – è stata per noi sempre casa. Quando alla fine degli anni ’80 i nostri genitori hanno iniziato la ristrutturazione del Maso, al piano superiore è stata ricavata la nostra casa, mentre sotto c’erano gli uffici e le due cantine, di vinificazione e affinamento. Non c’era differenza tra il lunedì e la domenica, se il lavoro chiamava si faceva e basta. Così spesso stavamo in campagna con il papà oppure in ufficio con la mamma. Dell’ufficio mi ricordo la montagna di carte, i chilometri di fogli della stampante ad aghi e dei rotoli della calcolatrice. Nella casetta di legno dove giocavamo, costruita da papà, adoravo riprodurre quell’ambiente e copiare i movimenti di mia mamma. Oggi il gioco è diventato realtà. E questo è diventato il mio ambiente di lavoro». E a mamma Roberta Giuriali Stelzer è dedicato Madame Martis, il vino di punta della cantina.

Tanti ricordi nel racconto Lidia Colosi, di Cantine Colosi: «Certamente non è stato facile conciliare il lavoro con l’essere madre. Il telefono dell’azienda era collegato anche a casa e mi consentiva di rispondere ai clienti quando seguivo i bambini nei compiti. A volte Pietro costringeva la piccola Marianna a rispondere al telefono suggerendole frasi ridicole che lei puntualmente ripeteva all’interlocutore… Pietro era terribile e spesso ci faceva compagnia in cantina. Un pomeriggio, durante un imbottigliamento, Pietro non si trovava più. A quell’epoca, nella vecchia cantina, le vasche erano in cemento armato sottoterra; inutile descrivere la paura quando lo cercammo per più di venti minuti e lui non si fece vivo… Gridai a squarciagola per tutta la cantina finché lui riapparve tutto contento e soddisfatto dello scherzo. Ricordo anche che passava i pomeriggi a disegnare sulle interfalde di cartone: suo nonno che travasava il vino e armeggiava con i tubi, suo padre intento a mettere le bottiglie sul nastro, o altri scenari del nostro mestiere. Poi, tutto soddisfatto, tappezzava i muri della cantina con queste “opere d’arte”». E i bei ricordi sono nel cuore anche di sua figlia Marianna: «La mamma stava in ufficio sia la mattina che il pomeriggio, però riuscivamo sempre a farla rimanere un po’ di più a casa con noi soprattutto nelle ore pomeridiane, così che potesse prepararci tante cose buone per la merenda. La “regina delle crostate”, così la chiamavano – e chiamano tuttora – i nostri amici. Ma la mamma non è brava solo nel fare le crostate: così i nostri amici non ci lasciavano mai da soli, né a pranzo né a cena, e avevamo sempre qualche ospite… E chiaramente la mamma si infuriava: “questa casa non è un albergo” ci diceva sempre, ma sotto sotto lo sapevamo che era felice di avere tanti marmocchi in giro per casa».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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