19 MarzoStorie di padri (e figli) nel mondo del vino

Per la Festa del papà, abbiamo raccolto aneddoti, ricordi, racconti, dove il rapporto padre-figli emerge nella sua profonda complessità. Sullo sfondo, anzi, al centro, il mondo del vino, della vigna, della cantina e delle degustazioni, in cui queste famiglie vivono e lavorano

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«“Non giudicare il giorno dalla vendemmia ma dai semi che hai piantato”: questo era scritto sul biglietto che papà mi diede in occasione della mia iscrizione all’università. È un messaggio che racconta il mondo vinicolo ma che, in realtà, è una massima di vita». Con questo ricordo Pierluigi Bolla, presidente di Valdo Spumanti, rende omaggio a suo papà, Sergio. «Purtroppo l’ho perso quando avevo solo 21 anni, ma mi restano bellissimi ricordi, come questo. Il pensiero scritto su quel biglietto certamente ha guidato le mie scelte di uomo e di imprenditore: è un insegnamento che voglio trasferire a mio figlio». Che si chiama Sergio, come il nonno. Per brindare a lui e agli altri papà, Valdo propone Valdo Tenuta Pradase Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Metodo Classico Millesimato 2019, Brut millesimato da singola vigna, in edizione limitata.

«Vinexpo 1989». Marcello Meregalli, quinta generazione dell’azienda Gruppo Meregalli da sempre leader nella distribuzione, inizia il suo racconto con un luogo e una data precisi. «All’epoca avevo undici anni. Per l’occasione avevano proposto un’apertura particolare di cognac A.E. Dor: questa maison, che ancora oggi distribuiamo e con cui lavoriamo da moltissimi anni, aveva organizzato una cosa speciale, aveva aperto una bottiglia, un vero bon bon, una damigianetta da cinque litri chiusa con la ceralacca del 1805. Mi ricordo che tra tutti i vari ospiti presenti io ero il più piccolo e non sapendo cosa fare guardo mio padre che mi raccomanda di bagnarmi solo le labbra “senza bere, perché è cognac…”, con tutte le raccomandazioni del caso. Aggiunse però che un’annata come il 1805 non mi sarebbe più capitata, che era un’occasione speciale! Qualcosa di veramente storico che ancora oggi mi è rimasto nel cuore, bere una bottiglia che aveva quasi due secoli ai tempi, e più di due secoli oggi, è qualcosa che mi è rimasto sempre impresso. In quell’occasione era stata coinvolta la televisione per intervistare i partecipanti alla degustazione e avevano fatto una domanda anche a me: mio padre aveva fatto la traduzione, capivo ancora poco il francese a quei tempi; mi avevano chiesto se l’avessi assaggiato e cosa ne pensavo, avevo risposto che era strepitoso che avesse più anni di tanti palazzi… sono scoppiati tutti a ridere».

Ornella Pelissero dalla scomparsa di suo padre, nel 2007 guida l’azienda di famiglia Pasquale Pelissero ma non può fare a meno di sottolineare: «Sono quasi sedici anni che è mancato ma facciamo ancora tutto pensando a lui. Qui tutto è dedicato a lui». Anche le botti, su cui è impressa una dedica a papà. Del resto Pasquale Pelissero, uomo di Langa, era persona rara. Nato il 24 settembre 1939, sotto il segno della Bilancia, prende in mano le redini dell’azienda agricola a soli sedici anni, alla morte del padre. Trascorrono anni duri, di fatiche e privazioni, ma negli anni ’70 arriva la svolta: Pasquale inizia a imbottigliare il Barbaresco. In cantina ci sta poco. È solito asserire: «Quando curi tanto e bene la tua vigna, in cantina hai poco da fare È del 1971 la prima bottiglia di Barbaresco Cascina Crosa: un vino perfetto da stappare per festeggiare tutti i papà.

La Franciacorta è la cornice della storia di Francesco, padre di Gian Mario Bariselli dell’azienda I Barisèi. Gian Mario (che è a sua volta padre) dedica le sue due esclusive Riserva al papà e allo zio Battista: i due fratelli hanno rappresentato la terza generazione della famiglia e sono stati artefici, tra gli anni ’70 e ’80, di un esteso e lungimirante progetto di innovazione legato al territorio. In quel tempo Gian Mario, accanto al padre e allo zio, ha assistito alla nascita del meraviglioso percorso che sarebbe diventato, di lì a pochi anni, la sua ragion d’essere e che oggi porta avanti con quella energia e quello spirito di innovazione che sono l’eredità del papà.

«Il rapporto con mio padre Paolo è un rapporto complesso e profondissimo». Così Diego Bosoni di Cantina Lunae: «Appena nato mi portò in cantina, che a quel tempo era sotto casa, e mi battezzò col vino! Papà è un uomo forte, prorompente e non sempre facile. Ho iniziato a comprenderlo davvero quando sono andato a studiare fuori casa… In quel momento ho iniziato anche a innamorarmi del vino e ho capito il valore del lavoro che aveva fatto e stava facendo mio padre. Ho compreso che il vino e la cantina erano parte essenziale della mia vita. Oggi ci confrontiamo e ci scontriamo quotidianamente, ma sappiamo scendere a compromessi. E va bene così. Quello che ci accomuna nonostante i nostri caratteri diversi è la passione per i sogni e per il futuro, la voglia di creare. Nell’entusiasmo che ci spinge sempre a guardare oltre e a conoscere meglio, ci ritroviamo e siamo molto simili». Contrasti e affinità che Diego Bosoni non racconta solo con le parole, ma anche con un vino, che ha chiamato, appunto, Padre/Figlio.

Diego e Paolo Bosoni

Carlo Ferrini, consulente enologo di fama internazionale per tante grandi cantine italiane, ha iniziato dal 2001 la sua avventura come produttore nei due territori da lui più amati, Montalcino e l’Etna. Da oltre cinque anni la figlia Bianca è al suo fianco nell’azienda Podere Giodo e insieme padre e figlia lavorano ogni giorno per creare vini che rispecchiano i territori dove sono prodotti: il Brunello di Montalcino Giodo e l’Igt Toscana La Quinta in Toscana, mentre sotto il nome Alberelli di Giodo producono in Sicilia un rosso di Nerello Mascalese e un bianco di Carricante in purezza. Bianca, classe 1992, un passato da pallanuotista e una laurea in Economia aziendale, racconta che il più bel regalo che le ha fatto il padre è stato quello di trasmetterle passione e conoscenze: «Le nostre idee più belle – racconta – nascono sempre in quello che consideriamo il nostro “ufficio”: la vigna. Di recente ad esempio abbiamo deciso di produrre il Carricante camminando tra i filari sull’Etna».

«Lavoro insieme a mio padre Alessandro alla gestione e alla conduzione dell’azienda vinicola di famiglia da più di vent’anni» racconta Simone François. «Ricordo ancora il primo evento in cui sono stato coinvolto, nel 1997, quando in occasione del centenario di Castello di Querceto vennero aperte alla stampa dodici annate storiche a partire dai primi del Novecento… io avevo poco più di vent’anni, e ricordo di aver assaggiato per ultimo e con grande emozione ogni bottiglia. È uno di quei momenti in cui ho compreso e fatto anche mia l’enorme passione di mio padre per l’azienda e per il territorio chiantigiano, oltre all’orgoglio di raccontare una storia personale e familiare che si intreccia con le vicissitudini storiche del Castello. Recentemente abbiamo lavorato affinché il nostro cru di Sangiovese in purezza “La Corte” potesse aderire agli alti criteri qualitativi richiesti dal disciplinare per produrre Chianti Classico Gran Selezione, la tipologia al vertice della denominazione. Dall’annata 2017 questo cambiamento è realtà e ne siamo molto fieri: “La Corte” è un vino storico per Castello di Querceto, di cui conserviamo nella nostra cantina bottiglie fino all’annata 1904, prodotte dal mio bisnonno».

Léon Femfert dell’azienda Nittardi suddivide in tre fasi il rapporto con suo padre Peter, produttore e gallerista: «In un primo lungo momento ho imparato, osservato e ascoltato tantissimo. Mio padre è stato un grande esempio per me: guardavo come lavorava in fattoria e osservavo come si rapportava con le persone durante i nostri viaggi, visitando clienti e amici produttori. Nella seconda fase ho preso in mano l’azienda, e abbiamo anche discusso molto, come credo che sia normale tra padri e figli. Ora siamo nella terza fase, che dura da diversi anni: abbiamo trovato un nostro equilibrio, condividiamo la passione per il vino e amiamo trovarci insieme e confrontarci su bottiglie speciali, vecchie annate di Nittardi e sui momenti di vita dell’azienda… Io devo moltissimo a lui e a mia madre».

Saverio Notari di Compagnia del Vino ricorda: «Mio papà era un vero mostro sacro del vino. Lo stato d’animo con cui lavoravo con lui è tangibile in questo episodio. Io vivevo e lavoravo come enologo in Brasile; tornai in Italia perché mio papà Giancarlo mi aveva detto di voler lasciare il suo lavoro da Marchesi Antinori per avviare un suo business con un marchio di vini proprio. Già in precedenza aveva detto più volte di voler lasciare Antinori ma non lo faceva mai. All’età di 62 anni lo fece davvero, così mi convinse ad andare a lavorare per lui.
Era difficile calarsi nella realtà di dipendente e soprattutto da dipendente dell’azienda di mio padre, lui era amministratore unico e ovviamente, vista l’esperienza, prendeva le decisioni in autonomia. L’approccio era complicato e la differenza di trent’anni si sentiva. Per questo, nel corso dei tredici anni in cui abbiamo lavorato insieme, papà ha ricevuto da me due lettere di dimissioni: a volte non vedevo fiducia nei miei confronti, il contrasto generazionale era evidente e spesso avevamo visioni diametralmente opposte.
Per due volte dunque ho scritto la lettera che mandavo, secondo le regole, per posta. Quando mio padre la riceveva, veniva nel mio ufficio al primo piano con la lettera in mano e mi diceva «Andiamo a pranzo!».
Per lui il pranzo era un momento di pausa, conviviale. Io ero arrabbiato in quel momento, ma il pranzo, accompagnato dal buon vino che papà sceglieva accuratamente, placava gli animi e faceva dimenticare a entrambi la lettera. Papà leggeva le lettere e comprendeva le mie motivazioni e il mio stato d’animo, ci eravamo capiti a vicenda. Non parlavamo più del mio licenziamento e da Compagnia del Vino non sono più andato via».

«Negli anni Ottanta, quando abbiamo iniziato – racconta Marco Caprai dell’azienda Arnaldo Caprai – non c’era tutta la disponibilità di informazioni che c’è adesso. Io e mio papà leggevamo Veronelli, che spiegava come valorizzare il vino italiano colmando il divario che lo separava da quello francese. Ragionavamo di densità, di selezione clonale, il mondo universitario iniziava a entrare nelle vigne. Io, con la consulenza di un professore, volli cambiare la forma di allevamento tradizionale del Sagrantino, per permettere all’uva di esprimere al massimo le sue potenzialità. Facemmo una prova su un piccolo vigneto, poi presi coraggio e allargai l’operazione su vasta scala. Ridisegnammo interamente le viti: avevamo cataste di legno enormi, esito di una potatura radicale. Mio papà le vide e arrivò quasi di corsa: non capiva se si trattasse di uno scherzo, di un atto vandalico o se noi eravamo impazziti. Riuscii a spiegare quello che avevamo fatto, ma soprattutto la vendemmia del ’90, che fu straordinaria in tutto il mondo, da noi fu davvero eccezionale: l’aver riequilibrato la produzione della pianta ci portò ad anticipare la vendemmia, con una capacità della pianta di maturare fisiologicamente e un risultato di eccellenza. È stata la nascita di un nuovo mondo nel Sagrantino. A mio papà Arnaldo, che a 90 anni è ancora presente in azienda, dedico una bottiglia speciale, Spinning Beauty: il filo in etichetta è quello che unisce le nostre storie».

«Un uomo d’altri tempi, rispettato da tutti», così Giuseppe Scala di Santa Venere ricorda il padre Federico: un nome che, secondo la tradizione di famiglia ora è passato al figlio. Il padre avrebbe voluto coinvolgere Giuseppe in azienda, ma lui voleva fare tutt’altro: «La cosa è esplosa quando io mi trovavo a Bologna per studiare. Papà mi mandò delle bottiglie da vendere, e le ho vendute tutte. Poi dopo la laurea sono tornato giù, e la passione si è accesa, una passione che è diventata lavoro e che sto cercando di trasmettere a mio figlio: un bambino che come tanti vuole fare il calciatore, da grande, ma in seconda battuta alla classica domanda risponde «Quello che fai tu». E se non sarà lui, sarà una delle sue due sorelle. Il vino è un mondo anche femminile. È presto, hanno tempo davanti. Per ora annusano, vivono la vita di cantina, la vendemmia, gli incontri». E assorbono quella passione che si tramanda di padre in figlio.

Luca Baccarelli di Roccafiore ricorda la sua infanzia nella vigna dietro casa, che non era produttiva, era destinata a fare il vino «Solo per noi. È stato negli anni Novanta che mio padre ha avuto la visione che lo ha portato a fare vino: un’intuizione territoriale che ha portato alla nascita di Roccafiore, azienda modello di sostenibilità. Io sono entrato subito in questo progetto e subito mi sono dedicato al vino, partendo dalle basi. Era il 2006-2007. Il giorno che abbiamo imbottigliato la prima annata è stato memorabile. Avevamo appena finito la cantina, era tirata a lucido, ed era ancora vuota. Non avevamo neanche i macchinari, avevamo noleggiato quello che serviva per imbottigliare. Al termine di una giornata emozionante e faticosa, la cantina non era certo piena, ma c’erano bancali per diecimila bottiglie. La sera papà vede quelle bottiglie e dice: «E adesso cosa ci facciamo con tutto questo vino?». Tra lo stupito e il preoccupato: finalmente, dal momento in cui aveva piantato la prima barbatella, ha visto il sogno realizzato, tutto era diventato concreto. Ora iniziava una nuova fase».

Tommaso Chiarli, responsabile comunicazione Chiarli 1860, traccia una linea che lega le generazioni, di padre in figlio: «Se devo pensare a un ricordo che leghi la mia famiglia al vino, non un vino qualsiasi ma il Lambrusco di Sorbara, mi torna in mente, vivida, l’immagine di mio nonno ottantenne e dei suoi baffi bianchi, orlati di rosso, dopo averli immersi a metà in un bicchiere del vino che accompagna la nostra vita da cinque generazioni. Quel bel rosso vivo che tinge i suoi baffi bianchi è un ricordo indelebile, così come il soprannome affettuoso di Vinazza che alcuni amici avevano affibbiato a mio padre. Sorbaristi si nasce e si rimane per sempre».

Una storia di padri e figli è anche quella di Tenuta J. Hofstatter: Martin Foradori Hofstätter ha ereditato dal padre Paolo l’amore per il Riesling, vino che ha accompagnato i ricordi della sua infanzia, immancabile presenza sulla tavola di Natale. Realizzando il sogno del suo predecessore, è stato il primo italiano a investire nella Saar, in Mosella, con l’acquisizione della storica tenuta Dr. Fischer. Qualche anno dopo è toccato a suo figlio Niklas segnare un nuovo traguardo: dalla sua esperienza di formazione in Germania è nata l’idea di produrre una linea di vini dealcolati a base di uve Riesling coltivate nella regione vinicola tedesca, presente sul mercato italiano con il marchio “Steinbock”.

Non è una storia di cambio generazionale, ma una storia di giovani al comando al fianco del loro padre quella di Ca’ di Rajo, la cantina trevigiana creata nel 2005 da Simone Cecchetto. I nonni erano mezzadri, poi divenuti conferitori di uve. Il nonno Marino Cecchetto sognava la creazione di una cantina ma il figlio Bortolo, astemio, lascerà quel desiderio nel cassetto. La cantina nasce dall’intuizione di Simone, figlio di Bortolo, che a 19 anni mette la prima pietra della sede di San Polo di Piave e poi coinvolge nella sua attività i fratelli minori: Alessio, oggi responsabile agronomico del gruppo a 33 anni, e Fabio – classe 1996 – che si occupa della rete vendita. Tre giovani impegnati nella salvaguardia della Bellussera, forma di coltivazione della vite tanto amata dal nonno e dal padre.

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