The killing timesL’arte può aiutare l’Australia a riscoprire gli aspetti dimenticati (e oscuri) della colonizzazione

Un pezzo di storia dell’isola oceanica è stato cancellato, sepolto nella vergogna. L’artista di origine waanyi, Judy Watson, accende una luce sulle atrocità commesse ai danni delle popolazioni indigene

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Fino a poco tempo fa, ci è stata insegnata una versione sbianchettata della storia che non menzionava le atrocità che sono avvenute sul suolo australiano. Ma sta iniziando a svilupparsi una coscienza nazionale australiana che scopre verità sepolte che una volta erano motivo di scontro.

Il mio recente lavoro shadow bone è un video in cui scorrono in sovrapposizione documenti provenienti dagli Archivi di Stato del Queensland. Alcune di queste carte raccontano nel dettaglio il massacro dei popoli aborigeni in Australia negli anni noti come “the killing times”. Il video include immagini tratte dal quaderno di disegni di un giovane aborigeno di nome Oscar che visse nella regione del Far North Queensland negli anni Ottanta dell’Ottocento e disegnò ciò che ricordava di quegli avvenimenti brutali. Secondo lo storico Jonathan Richards, la violenza contro gli aborigeni risale al 1606, quando il navigatore olandese Willem Janszoon sbarcò in Australia. La violenza dei killing times aumentò ulteriormente dopo l’arrivo della prima flotta britannica nel 1788. Ufficialmente, l’ultimo massacro di aborigeni è avvenuto nel 1928, ma potrebbero esserci state altre uccisioni non registrate anche in periodi successivi del xx secolo. Anche se per la vergogna alcuni resoconti storici potrebbero tentare di cancellare ciò che è accaduto, le spoglie mortali non scompariranno facilmente. Nel mio video ho incluso delle radiografie delle ossa e dei denti della mia famiglia. E, quando gli ho spiegato il mio progetto, il mio dentista voleva addirittura darmi le sue stesse radiografie dentali. Lui viene da Taiwan e comprende l’importanza di riconoscere la terribile storia della colonizzazione. I denti e le ossa non sono soltanto i resti fisici di persone specifiche; sono anche il simbolo delle molte vite di neri e di aborigeni che sono state cancellate per mano delle autorità coloniali australiane.

Molte di queste ossa non sono state restituite al luogo a cui esse appartengono. Hetti Perkins, una curatrice di origini arrernte e kalkadoon (due popoli aborigeni, ndr), ha scritto che il mio lavoro che fa riferimento ai resti dei suoi antenati conservati nei musei mostra «i nostri scheletri nei vostri armadi». In tutto il mondo, le comunità indigene stanno cercando di “riportare a casa” i resti dei loro antenati e i loro manufatti.

Se vuoi essere un visionario, devi correre dei rischi. Se i mezzi più tradizionali falliscono, è necessario adottare nuovi approcci multimediali. Quando possono sperimentare con la proteiforme capacità trasformativa dei media, dei materiali e delle idee, gli artisti fioriscono, forzando i confini di genere e di razza, superando le barriere poste dall’autorità e collocando in piena luce storie nascoste e catastrofi ambientali e globali.

In shadow bone si vedono le mie mani aprirsi e chiudersi controsole. Con il mio telefono cellulare ho girato un video della luce del sole che danza sull’acqua a Warrane (e cioè nella baia di Sydney). L’audio di sottofondo che si sente nel video è il rumore del traffico sul Sydney Harbour Bridge. E si può anche sentire il rumore dell’acqua che colpisce le rocce sotto il ponte. La mia amica e collega Rosemary Laing si è sporta sopra le mie spalle e mi ha filmato mentre allargavo e contraevo le mani per lasciar passare la luce del sole. Volevo dare un aspetto animato all’azione e all’inazione con cui teniamo lontani eventi sgradevoli e fatti indigeribili. Questo effetto allude al significato che hanno queste tragedie nel contesto del passato, del presente e del futuro. Le morti dei neri mentre sono sotto custodia della polizia si verificano ancora. E in Australia sono state condotte delle guerre di frontiera e questo deve essere riconosciuto. Per quanto possa essere doloroso ricordarlo, abbiamo una storia condivisa che deve essere riconosciuta e conservata nella memoria. Questo mio video è parte integrante della mia ultima mostra, skeletons, curata da Amanda Hayman, un’orgogliosa donna wakka wakka e kalkadoon che è co-direttrice della società di consulenza Blaklash Creative.

Sia nel mio lavoro sia nella mia vita, io mi ispiro alla mia trisnonna Rosie, che sopravvisse a un massacro nella zona di Boodjamulla (Lawn Hill), nel Queensland nord-occidentale, perché si nascose mettendo delle pietre sul proprio corpo per rimanere sott’acqua, da dove respirava attraverso una canna. Se siamo qui è perché lei l’ha scampata.

E ora sta a noi portare alla luce queste storie di sopravvivenza.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND JUDY WATSON

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