Coltivare il futuroSulla carne prodotta in laboratorio il mondo avanza, mentre l’Italia procede con l’autosabotaggio

Negli Stati Uniti è stata approvata la commercializzazione di prodotti alimentari derivanti da cellule di origine animale. Il governo italiano invece appare scollato dalla realtà e ancora ne vieta la produzione a vantaggio di altri Paesi

Hamburger artificiale preparato in vitro dall’Università di Maastricht | Wikimedia Commons

Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) ha approvato la commercializzazione di prodotti alimentari a base di carne coltivata, ovvero derivante da cellule di origine animale fatte crescere in laboratorio. Il via libera è arrivato mercoledì scorso e riguarda Upside Foods e Good Meat, due aziende che producono quello che viene definito «pollo coltivato».

Finora la vendita di carne coltivata in laboratorio era consentita solamente a Singapore, il primo Paese ad approvarne la messa in commercio al grande pubblico nel dicembre del 2020. Qui ha base Huber’s Butchery and Bistro, l’unico ristorante al mondo a effettuare questo tipo di servizio vendendo proprio i prodotti della californiana Good Meat.

Il fondatore e Ceo di Good Meat Josh Tetrick ha dichiarato alla Cnn che l’annuncio da parte della Usda costituisce «un momento chiave per la nostra compagnia, l’industria e il sistema alimentare», mentre per la fondatrice e Ceo di Upside Foods Uma Valeti si tratta di «un passo da gigante verso un futuro più sostenibile», in grado di «cambiare dalle fondamenta il modo in cui la carne arriva sulla nostra tavola».

A dieci anni dal primo hamburger prodotto in laboratorio, costato oltre trecentomila dollari, le aziende che investono in carne coltivata si trovano ormai in tutto il mondo, con prodotti che spaziano dal manzo al pollo, dai frutti di mare al latte. Stando a quanto riporta il Good Food Institute (Gfi), organizzazione non governativa con una rete di ricerca globale, nel 2022 queste sarebbero oltre centocinquanta, per un totale di 2,6 miliardi di dollari di investimenti.

Laboratorio Good Meat | Lapresse

«L’annuncio da parte dell’Usda è storico», dichiara a Linkiesta Alice Ravenscroft, Head of policy del Gfi. «È anche la prova più evidente che l’Europa è in ritardo, mentre il resto del mondo accelera per fornire carne coltivata come parte di un sistema alimentare più sostenibile».

Ma che cos’è, nella realtà, la carne coltivata? Si tratta a tutti gli effetti di vera carne animale, a dispetto dell’impropria definizione «carne sintetica». A differenza di quella prodotta attraverso l’elaborazione di proteine vegetali, costituisce un prodotto che deriva direttamente da cellule staminali di origine animale, fatte crescere in un bioreattore: uno strumento che ne permette lo sviluppo all’interno di una coltura ricca di nutrienti, in maniera simile a quanto avviene nel corpo umano. Per arrivare al prodotto finale occorrono, a seconda del tipo di carne, dalle due alle otto settimane.

Sulla carta, la produzione di larga scala di cibi a base di carne coltivata in laboratorio potrebbe costituire il rimedio a uno dei maggiori problemi globali, ovvero l’allevamento intensivo di bestiame per soddisfare la crescente domanda globale di carne. Secondo l’Organizzazione per il Cibo e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (Fao), il suo consumo nel mondo aumenterà del quattordici per cento entro il 2030, arrivando a oltre trececentosettanta milioni di tonnellate.

Di fronte a scenari di queste proporzioni, la carne coltivata è stata presentata come una, se non l’unica, alternativa sostenibile che consenta di non rinunciare ad abitudini e bisogni di cui sarebbe molto difficile fare a meno. Una soluzione virtuosa dal punto di vista etico, innanzitutto, in quanto renderebbe possibile evitare l’uccisione di milioni di animali per nutrire la specie umana. Ma lo sarebbe anche rispetto all’impatto di queste attività sull’ambiente, che non comportano solo l’immissione di anidride carbonica, metano e altri gas inquinanti nell’atmosfera ma anche deforestazione, consumo di suolo e consumo di acqua.

Sempre la Fao rileva come l’allevamento di bestiame sia responsabile del 14,5 per cento elle emissioni di gas serra derivanti da attività umane, e, secondo un’analisi condotta dal Gfi, questo soddisferebbe solamente il diciassette per cento della domanda globale di cibo a fronte di ben il settantasette per cento di suolo agricolo occupato a questo scopo nel mondo. In risposta a ciò lo stesso Gfi, in un report che prende in considerazione una serie di ricerche sul tema, sostiene che la coltivazione in laboratorio di carne di manzo comporti oltre il novantacinque per cento in meno di consumo di suolo, oltre a una riduzione di emissioni di gas climalteranti compresa tra il settantaquattro e l’ottantasette per cento.

Nonostante si tratti di una tecnologia potenzialmente molto promettente, però, è opportuno dosare l’ottimismo e procedere con cautela. Ad oggi, come detto, la carne coltivata si può effettivamente consumare in un solo ristorante al mondo, che la serve solamente il giovedì per una quantità di soli due chili totali: la quantità che si può trovare in un singolo pollo. I costi di produzione sono ancora molto alti, e occorreranno tempo e risorse per risolvere le molteplici sfide che la ricerca e l’industria della carne coltivata ancora sono chiamate ad affrontare. Sfide che il Good Food Institute suddivide in cinque aree: linee cellulari, terreni di coltura cellulare, progettazione dei bioprocessi, delle strutture di coltura e del prodotto finale. Aree cui si aggiungono corsi e programmi di formazione per ricercatori, centri di ricerca e regolamentazione.

Per poter far fronte a tutto ciò sono necessari grandi investimenti, da parte di enti privati e pubblici che vedano nella carne coltivata potenzialità in termini di profitti o di condizioni di vita migliori. Cosa non semplice, anche alla luce degli studi che sembrano contraddire le ricerche sui benefici climatici sopra citate, almeno per quanto riguarda le emissioni.

Già nel 2019 venne rilevato come le pubblicazioni in merito misurassero gli effetti dei gas serra sull’atmosfera attraverso il criterio dell’anidride carbonica equivalente, comparando l’impatto ambientale di gas come metano e protossido di azoto a quello dell’anidride carbonica. In questo modo però non si terrebbe conto del differente comportamento delle varie molecole. L’allevamento di bestiame produce quantità significative di metano, gas venti volte più inquinante dell’anidride carbonica prodotta nella coltivazione di carne in laboratorio, ma che si dissolve in un tempo molto ridotto (circa quindici anni) rispetto a quest’ultima (migliaia di anni). Sul lungo termine, quindi, la carne coltivata potrebbe avere sulla temperatura globale effetti maggiori rispetto all’allevamento.

AP/Lapresse

Una recente ricerca dell’Università Davis della California, non ancora peer-reviewed (visionata e approvata da altri scienziati, nda), prospetta inoltre un quantitativo di emissioni di anidride carbonica per ogni chilo di carne coltivata dalle quattro alle venticinque volte maggiore rispetto a quella prodotta tramite allevamento. Gli stessi autori dello studio, però, ne riconoscono i limiti in termini di valutazioni e approcci statistici.

«Questo studio si discosta da altre ricerche pubblicate e non riflette le pratiche attuali o previste nel settore della carne coltivata», afferma Ravenscroft, spiegando come la ricerca californiana sia fondata «sul presupposto che la produzione commerciale di carne coltivata si sarebbe basata su terreni di coltura cellulare di grado farmaceutico ad alta intensità energetica». Tuttavia, dice, «questi prodotti hanno un costo proibitivo, e i produttori di carne coltivata stanno sviluppando una catena di approvvigionamento di prodotti alimentari molto più convenienti e meno energivori per nutrire le cellule».

Ad ogni modo, ricerca e produzione si trovano ancora in una fase troppo precoce per poter fare previsioni accurate. Ogni scelta, sia essa di natura più prudente o proiettata verso le potenzialità virtuose di tale tecnologia, comporterà conseguenze con cui dover fare i conti.

Il governo italiano a marzo ha deciso di sposare la prima opzione, approvando un disegno di legge che vieta la produzione e la commercializzazione di carne coltivata al fine di tutelare «la salute umana e il patrimonio agroalimentare» nazionale. Dei quasi centottanta miliardi di Pil generati dall’industria alimentare in Italia, trenta sono attribuibili al settore delle carni. Ma il divieto del governo preclude a tale comparto la possibilità di investire in un settore in rapida espansione e potenzialmente dirompente, auto-infliggendosi un danno a vantaggio degli altri Paesi europei.

Sebbene l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) non abbia ancora ricevuto richieste di autorizzazioni alla commercializzazione di carne coltivata, infatti, l’Unione europea vi sta dedicando nuovi fondi. «Questo prodotto ha il potenziale per ridurre drasticamente le emissioni climatiche, aumentare la nostra sicurezza alimentare e ampliare la scelta dei consumatori», evidenzia Ravenscroft. «L’Unione europea deve intensificare i suoi investimenti nel settore e garantire che i processi normativi siano solidi e trasparenti, altrimenti rischia di perdere questa cruciale soluzione climatica e opportunità economica». Il nuovo disegno di legge potrebbe disincentivare la ricerca italiana su queste tecnologie, come avvenuto per gli Ogm, e come per gli Ogm potrebbe spingere alla massiccia importazione dall’estero, non vietata dalla norma approvata dall’esecutivo.

Insomma, un tafazzismo politico figlio dell’ideologia, dettato da pregiudizi che riflettono lo scollamento dalla realtà di diversi settori dell’opinione pubblica. Chi scrive ricorda bene un episodio avvenuto un paio di anni fa durante la riunione di redazione di un grande giornale nazionale, in cui di fronte a una notizia riguardante la carne coltivata tutti, compreso il direttore, si misero a ridere. Sulla consapevolezza, in Italia, c’è ancora molto lavoro da fare.

«Una nostra ricerca ha rivelato che molte persone sono già aperte alla carne coltivata nei principali Paesi europei, con il 55 per cento degli italiani che afferma di essere disposto ad acquistarla quando sarà disponibile in Europa», spiega Ravenscroft. «Un gran numero di intervistati ritiene che la carne coltivata avrebbe un impatto positivo sull’ambiente, e il cinquantotto per cento in Italia vuole che i governi sostengano questo nuovo modo di produrre carne». Questo, conclude, «è un segnale positivo, ma è preoccupante che la conversazione sulla carne coltivata in Italia sia sempre più dominata dalla disinformazione. Abbiamo bisogno di vedere più di una discussione basata sull’evidenza, guidata da scienziati ed esperti indipendenti con una comprensione diretta della carne coltivata».

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