Altre voci Alla ricerca del volume più basso

Trovare un senso alla classifica 50 Best Restaurants ci costringe a fare i conti con la comunicazione del settore, che non è lineare e fluida come potrebbe

Foto di Ben Wicks su Unsplash

Questa settimana abbiamo parlato a lungo dei risultati della 50 Best (per gli italiani, Lido 84 a parte, le cose non sono andate benissimo), ma soprattutto sul significato di questa classifica, che porta con sé grande dibattito e grande fermento.
Ho letto tantissimo sul tema, e ho capito che ci sono differenti aspetti da indagare. E al di là delle dietrologie, quando qualcosa che succede provoca così tanto rumore, vuol dire che ha un valore. Criticabile o no, contestabile o no, questa classifica ci dice molto sul settore e sulle sue scelte, sulle tendenze e sulle sue dinamiche.

Ultima considerazione, e poi passiamo oltre: non ci dice di sicuro, come ho letto da più parti, che la cucina francese è morta. Ci dice forse che quella dei cugini è una ristorazione che – mediamente – è meno creativa e dinamica, ma rimane comunque uno dei punti cardine con cui confrontarsi: le basi restano lì, e chi dice il contrario non ha studiato la storia. Dipende solo da che punto di vista analizziamo il mondo. Di sicuro ci dice che la Spagna sta investendo molto sul segmento ristorativo, e lo sta facendo di nuovo dopo qualche anno di stop, probabilmente perché sente il bisogno di riportarsi al centro del mondo gastronomico, adesso che il Nord Europa ha mollato la presa. Dice che il Perù sta facendo lo stesso, anche se è legittimo chiedersi se sarà così automatico portare i clienti altospendenti in luoghi così lontani dalle rotte più canoniche. Di sicuro un po’ più complicato che portarli a Copenaghen.

Ma questa settimana abbiamo visto anche un grande dibattito degli addetti ai lavori su pranzi e cene stampa, pratica sempre più diffusa che porta gruppi di giornalisti ad assaggiare i menu dei vari chef, dando vita ad articoli che condividono l’esperienza vissuta. La polemica è sull’indipendenza della stampa, che non può più permettersi di pagare abbastanza i giornalisti e le loro note spese, così da poter dire liberamente ciò che pensano. Argomento complesso, che presuppone di parlare di editori sempre più in crisi, di competenza sempre più lasciata al caso, di malcostume diffuso, e di troppe testate a spartirsi una coperta troppo corta.

Entrambi i temi, comunque, hanno al centro l’universo di uffici stampa e pubbliche relazioni, che ormai in questo settore stanno davvero dettando l’agenda, e portando alla ribalta, in classifica o sui giornali, i loro clienti. Non stanno facendo altro che il loro lavoro, se ci pensiamo: ma stanno di fatto decidendo di chi si parla, quando e in che termini. Se c’è un problema comunicativo nella ristorazione, forse, è anche questo. Non limitarci ai comunicati stampa, e ai viaggi stampa, e alle cene stampa, dovrebbe essere parte integrante del nostro lavoro di cronisti del gusto. Non vuol dire smettere di stare ad ascoltare tutte le voci del sistema, ma alzare le antenne e cercarne di altre, quelle col volume un po’ più basso, che hanno comunque storie belle e buone da raccontarci.

Da parte nostra vogliamo proseguire nella riflessione, e lo faremo presto in una Tavola Spigolosa dedicata a questo tema.

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