Storie di cibo Di gastronazionalismi, bugie e origini inventate

Il cibo è da sempre strumento della politica e frutto dell’economia e della società civile. Negli ultimi tempi poi si fa sempre più spesso riferimento al termine di gastronazionalismo, coniato da Michele Antonio Fino e utilizzato per identificare un atteggiamento culturale distorto che porta il cibo a essere divisione e non dialogo. Al Festival di Gastronomika ne abbiamo parlato con Alberto Grandi

@Alessio Cannata

In Italia è semplice fare polemica: basta esprimere una unpopular opinion su calcio o cucina e subito ti ritrovi nell’occhio del ciclone o buttato dentro una gogna mediatica senza fine. Sì, in Italia se dici la cosa “sbagliata” su questi due macro argomenti è fatta: avrai su di te le luci della ribalta puntate dritto in faccia, a mo’ di tribunale inquisitorio pronto a farti mettere in ginocchio per chiedere umilmente scusa. Ma si sa, siamo un popolo di esperti. Esperti in tutto e su calcio e cucina ci siamo eletti a giudici indiscussi della verità. Anche se magari non sappiamo un bel niente di niente.

Ultimamente quelle luci della ribalta si sono accese sulla faccia simpatica e sorniona di Alberto Grandi. Chi non ha sentito pronunciare il suo nome nelle scorse settimane? Magari in qualche chiacchiera da bar, magari in una discussione sui social. Lui è “quello” che ha detto che il Parmigiano è nato in Wisconsin, stato americano famoso per biciclette e birra, ma che non può essere il papà di uno dei formaggi italiani più buoni e conosciuti al mondo. Eh no, non diciamo castronerie. Ecco, Alberto Grandi è quella persona lì. Colui che per mestiere tira giù i veli di cui si veste la tradizione gastronomica italiana e fa arrabbiare un po’ chiunque.

@Alessio Cannata

A dire il vero, la storia che lui racconta è simile a quella del re nudo. Perché noi italiani un po’ lo abbiamo questo atteggiamento nei confronti della nostra cucina: guai a toccarcela, a parlarne male, a criticarla, a non amarla. In realtà Alberto Grandi la ama, e anche parecchio, la cucina italiana. Il suo unico difetto è quello di essere uno storico e gli storici, per mestiere, indagano sul passato, cercano i pezzi e lo ricostruiscono per custodirlo nella memoria e spiegare il presente. Lui fa esattamente questo. E un po’ per caso si è trovato a contatto con questo mondo, fatto di alimentazione, cibo, regole, leggi e storie, tanto da essere diventato uno dei massimi esperti in materia.

Dallo storytelling del marketing ad una narrazione autentica
Tra queste pagine di Alberto Grandi ne abbiamo parlato spesso. Abbiamo toccato più volte il problema del gastronazionalismo, della voglia di supremazia culturale della nostra cucina rispetto alle altre, della chiusura verso il nuovo. Potevamo farcelo scappare al Festival di Gastronomika? Ovviamente no, visto che il nostro scopo è esattamente questo: raccontare il mondo del cibo e del vino al di là della narrazione canonica, scavando dietro quello che si vede all’esterno e cercando le storie vere delle persone. Il professor Grandi, no, non poteva mancare a questo appuntamento al Teatro Franco Parenti di Milano, incalzato dalle domande di Anna Prandoni, conscia di avere davanti a sé un personaggio scomodo per alcuni versi, ma indispensabile per unire i puntini in questo settore.

Vuoi rivedere l’intervento di Alberto Grandi? Guardalo qui! 

E di opinioni scomode ne ha dette davvero da quel palco durante la prima giornata di Festival. «Mario Soldati è un assassino», «Possiamo parlare male di Pasolini?», «Prima in treno stavo litigando con un napoletano per la pizza», «La cucina italiana non esiste, però è una storia interessante». Lui è così, non gli importa di scatenare polemiche, quello che ha da dire dice, senza troppi giri di parole o fronzoli. D’altronde alla verità ci si arriva solo così, senza edulcorare la realtà. Quello significa raccontarsi un’altra storia, e anche in questo noi italiani siamo parecchio bravi.

@Gaia Menchicchi

«Forse ti critichiamo così tanto perché ci togli il lato romantico della cosa» gli dice Anna Prandoni, sospirando anche un po’. «Forse dico che Babbo Natale non esiste» le risponde lui, ammettendo le sue “colpe”. Alberto Grandi, oltre ad insegnare all’Università di Parma, scrive libri di storia del cibo e conduce, insieme a Danilo Soffiati, DOI, Denominazione di Origine Inventata, un podcast in cui dissacra con amore tutti i miti della cucina italiana. O meglio, ci aiuta a capirne le origini. Origini che sono ben diverse dallo storytelling che il marketing ha cucito addosso a tortellini e carbonara.

Gli italiani, l’emigrazione e la scoperta dell’identità a tavola
È una storia, quella vera, che racconta il nostro popolo e la sua storia. Un popolo che ha sofferto parecchio la fame, che è stato costretto a emigrare in Paesi lontani e che in quei Paesi ha costruito poco alla volta quello che oggi è, riportando in Italia un’identità nuova e diversa e anche l’inizio della cucina italiana per come la conosciamo.

@Alessio Cannata

«Siamo sempre stati quelli che cucinavano poco e peggio. Negli anni ’50 i belgi mangiavano meglio degli italiani. Ci vuole coraggio a dire che gli italiani hanno sempre mangiato bene, meno a dire che gli italiani hanno tendenzialmente mangiato anche male» spiega tra le risate del pubblico. Perché sì, se hai voglia di ascoltarlo, Alberto Grandi fa anche sorridere, e tanto. Parla dei belgi e ricorda la tragedia di Marcinelle del 1956, dove persero la vita 136 immigrati italiani. È da lì che lui parte per narrare le vicende e la tradizione del nostro Paese. Dal sacrificio dei tanti connazionali che scelsero una via di fuga per salvarsi, che non sapevano mangiare bene, che avevano poche risorse alimentari e se le trascinavano dietro per sopravvivenza.

L’unità italiana in cucina è arrivata molto tempo dopo rispetto a quella politica. E l’hanno disegnata proprio quegli emigrati che, per la prima volta, riuscivano a incontrarsi fuori dai confini nazionali e che, grazie alla contaminazione di pensiero, hanno creato le basi per la nostra tradizione gastronomica.


La cucina come fonte di dialogo e non strumento di esclusione
«La cucina è dialogo, è un modo di comunicare, se ti chiudi al confronto ti ammazzi da solo» conferma infatti. «Le cucine sono tutte meticce, quella italiana è frutto di contaminazione. E non c’è altro modo per fare cucina che non sia quello di contaminarsi e conoscere nuove tecniche e nuovi ingredienti». E così, ascoltandolo, capiamo che il boom economico, il marketing e la tv hanno plasmato il nostro modo di mangiare. L’industria stessa alimentare ha spinto verso nuovi modelli di consumo e se ora parliamo di purezza nella cucina, di chilometro zero, di ingredienti di un certo tipo, non possiamo dimenticare che, nella realtà dei fatti, le casalinghe italiane degli anni ’60 e ’70 mettevano in tavola ciò che la pubblicità mostrava loro nel Carosello e nei periodici femminili. Scordarci di questo e pensare di essere il modello di cucina migliore in assoluto, e da sempre, ci porterebbe inevitabilmente a cucirci addosso bugie e una falsa origine del mito.

@Gaia Mendichi

E invece, come dice Alberto Grandi, il cibo è un qualcosa di meraviglioso in grado di unire, mescolare pensieri e tradizioni, nonostante sia capace anche di dividere e mettere su barriere e muri. «Non c’è niente di più completo e profondo del cibo. Non esiste storia che non sia storia di cibo». È vero, lo testimoniano tutti i racconti con cui siamo cresciuti. Dalla Bibbia in poi. Il cibo serve per interpretare l’essere umano e le sue abitudini, il suo evolversi e il suo involversi, le sue aspettative, i suoi bisogni e il suo modo di vivere la società. E fin quando, invece, lo useremo in maniera distorta, come mezzo di difesa o di esclusione, leveremo al cibo quel potere straordinario che ha di narrazione e di movimento della vita. Si, il cibo è vita. È la nostra vita, è geografia dei popoli, migrazione, cambiamento, comunità e incontro. Ecco, questo cerchiamo di non scordarlo.

Vuoi rivedere l’intervento di Alberto Grandi? Guardalo qui! 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter