Senz’acquaL’agricoltura ha bisogno di un profondo ripensamento sul consumo delle risorse idriche

La portata dei fiumi italiani continua a diminuire, o addirittura si riduce a zero per alcuni periodi: l’ammodernamento della rete di distribuzione per ridurre l’inefficienza e gli sprechi non è più rimandabile. Lo racconta l’esperto di ecosistemi fluviali Stefano Fenoglio nel suo “Uomini e fiumi” (Rizzoli)

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Siccità e periodi di carenza idrica si sono verificati anche nel passato, e non hanno mai portato allegria, come ci raccontano le «pietre della fame» rinvenute in alcuni fiumi nell’Europa centrale. Per secoli, almeno dal 1616, durante gli episodi di secca i contadini entravano nei fiumi e scolpivano preghiere, date e simboli sui massi che erano emersi, indicando così il livello a cui erano scese le acque. Il senso del messaggio era sempre quello: «Se mi vedi, allora piangi». Il fatto che queste pietre siano rimaste sommerse per tempi lunghissimi e adesso riaffiorino ogni estate non è una buona notizia.

Quale sarà il futuro della nostra agricoltura, delle nostre città, della stessa qualità della nostra vita se l’acqua nei fiumi continua a diminuire, o addirittura svanisce, per periodi sempre più lunghi? Come possiamo vivere nell’ansia di mille altre preoccupazioni, più o meno fondate, mentre rimaniamo sordi di fronte al dramma che sta bussando alla porta? Qual è la nostra strategia di fronte al fatto che gran parte delle previsioni confermano che nel 2050 i fiumi del Nord Italia, per esempio, avranno un quarto o un terzo di acqua in meno? Non possiamo stoppare il rapido arretramento dei ghiacciai, l’innalzamento vertiginoso dello zero termico, la diminuzione complessiva delle precipitazioni, ma possiamo invece iniziare a individuare quali tattiche mettere in atto per adattarci a questi nuovi tempi.

In quest’ultimo periodo si parla molto della costruzione di nuovi invasi, cioè di bacini artificiali che permettono di raccogliere l’acqua meteorica durante i periodi di maggior precipitazione, trattenerla sul territorio e quindi distribuirla poi gradualmente durante l’anno. L’acqua accumulata in questo

modo può essere utilizzata per l’irrigazione, per usi civili, industriali e idroelettrici ma anche, in un mondo perfetto, potrebbe servire per aumentare le portate dei fiumi durante i periodi di siccità estrema e quindi aiutarne la capacità autodepurativa e sostenerne la biodiversità. L’idea di trattenere l’acqua quando è più disponibile e abbondante per poi usarla nei mesi successivi è un’intuizione che accomuna il percorso di numerose civiltà sorte in climi mediterranei o semiaridi, dagli egizi alla valle dell’Indo, dai greci ai romani: basti pensare agli enormi invasi che ai tempi dell’imperatore Adriano vennero realizzati a Cornalvo e Proserpina per garantire l’approvvigionamento idrico della città di Augusta Emerita, l’attuale Mérida, nell’assolato Sudovest della penisola iberica. È veramente un segno dei tempi il fatto che queste opere siano adesso pensate e costruite nelle regioni alpine, che sono state per secoli considerate i serbatoi idrici naturali dell’Europa.

Nei prossimi anni verranno quindi con molta probabilità realizzati migliaia e migliaia di laghetti di medie e piccole dimensioni; tuttavia, pur essendo utile, la creazione di questi invasi non dev’essere considerata una panacea, una soluzione a tutti i futuri problemi di gestione delle acque, come spesso viene promossa. Ancora una volta, basta osservare i dati reali: nel caldissimo e secco 2022 numerosi invasi già esistenti e in funzione sono andati in secca o hanno comunque toccato i loro minimi storici, dal lago di Ceresole Reale in Piemonte a quello di Santa Croce nel Bellunese. La dimensione del problema è ben visibile se consideriamo gli enormi bacini artificiali presenti qua e là sulle Alpi, come il lago di Serre-Ponçon, realizzato nel 1961 per trattenere le acque della Durance e fornire elettricità e acqua all’assetata Provenza. Secondo bacino artificiale dell’intera Europa come dimensioni, nell’estate 2022 mostrava un livello idrometrico inferiore di diciassette metri rispetto alla norma. Moltiplicate questo ammanco per i quasi trenta chilometri quadrati di superficie del lago e capirete l’entità del problema. In pratica, va bene fare i bacini, ma se poi non si riempiono?

Ripeto, per come la vedo io questa può essere una componente di un’ampia e articolata strategia di resilienza, ma non deve essere spacciata come il rimedio mirabolante e risolutivo. E il rischio c’è.

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Pensate che nel nostro Paese circa la metà dell’acqua che sottraiamo ai fiumi convogliandola verso le nostre abitazioni va persa, tra tubazioni perforate, raccordi danneggiati e condotte antidiluviane, prima di raggiungere i nostri rubinetti. Un recentissimo rapporto dell’istat ci dimostra che in una regione su due e in un comune su tre, l’acqua sprecata supera il 45 per cento del totale prelevato. E non solo la situazione si sta aggravando, con perdite che aumentano anno dopo anno, ma il quadro peggiore riguarda le regioni meridionali e le isole, laddove la risorsa acqua è ancora più scarsa e preziosa. Stessa storia, ma ingigantita per quanto riguarda i volumi di acqua sottratta e sprecata, si riscontra nella rete irrigua. Insomma, di fronte a un probabile e prossimo crollo delle portate, con conseguente diminuzione dell’acqua a disposizione per i vari usi, la prima delle nostre preoccupazioni dovrebbe essere quella di diventare più resilienti e quindi ottimizzare l’uso della risorsa acqua. Risolvere questi problemi dovrebbe essere secondo me la prima delle «grandi opere» da realizzare in questa fase di rapido e drammatico cambiamento climatico. Fate un attimo mente locale: cosa pensereste se facendo il pieno alla vostra macchina, fosse scontato che almeno un terzo della benzina che pagate finisse per terra, colando dai tubi della pompa del distributore, prima di arrivare nel vostro serbatoio? Ma immaginiamo l’effetto di un proclama in cui un politico dice: votatemi e migliorerò la rete irrigua della provincia, così potremo lasciare nel fiume più acqua e ridurre del 30 per cento il nostro attuale prelievo. Considerata la consapevolezza che in generale ha la pubblica opinione di questi problemi, ecco che questa promessa avrebbe sicuramente meno effetto rispetto all’impegnarsi per il raddoppio di un sottopasso o per la costruzione di un nuovo campo da calcetto.

Ma forse, lasciare più acqua nei fiumi avrebbe un ben maggiore impatto positivo sulla qualità di vita nostra e specialmente dei nostri figli.

Ammodernare la rete di distribuzione per ridurre l’inefficienza e gli sprechi è la prima delle azioni che dovrebbero essere intraprese nell’immediato, assieme a un profondo ripensamento sul consumo civile e agricolo delle risorse idriche.

In questo contesto la comunità scientifica ha le idee ben chiare, come dimostra il fatto che cospicui fondi del pnrr siano stati destinati alla costituzione del Centro nazionale Agritech, che vede nel risparmio idrico un elemento irrinunciabile per il futuro dell’agricoltura. Innovazione tecnologica diffusa, selezione di pratiche e colture meno idroesigenti, robotica, remote sensing, irrigazione di precisione, tecniche resilienti e attente ai cicli biogeochimici e alla biodiversità: questi sono alcuni degli strumenti che saranno utilizzati per aumentare la sostenibilità ambientale del comparto agricolo.

Mettere in secca un fiume per sprecarne in gran parte l’acqua non è solo un delitto ambientale, ma è una miope idiozia. Un fiume senz’acqua è una tragedia, uno spettacolo tristissimo che non solo comporta il crollo della biodiversità ma ha anche dirette e pericolose ricadute sulla nostra esistenza. Pensate (senza scendere nei dettagli) a cosa succede quando andiamo in bagno. Le nostre evacuazioni vengono raccolte da una rete di collettori che le conducono a un depuratore. In pratica, ogni depuratore è progettato e realizzato sulla base di una serie di indicazioni tecniche, tra le quali le più importanti sono due: l’apporto organico, legato alla presenza e all’attività dell’uomo (semplificando un po’, quanta gente va in bagno ogni giorno e, tirando lo sciacquone, invia i propri reflui a quel depuratore) e la portata del corpo recettore (in pratica, quanta acqua ha il fiume che riceve lo scarico del depuratore stesso). Questo perché il depuratore non rilascia acqua distillata, cristallina, ma un refluo che deve ancora essere diluito. Ora, rispetto a vent’anni fa il carico organico non è variato molto, mentre l’acqua è diminuita o addirittura scomparsa dal letto del fiume per molti mesi all’anno. Ormai, in moltissimi tratti fluviali l’unico liquido che scorre nell’alveo in estate è il putridume che esce dagli scarichi dei depuratori. Oltre agli aspetti ambientali, paesaggistici e all’impatto sul nostro odorato, queste situazioni rappresentano delle potenziali e sempre più diffuse bombe microbiologiche a causa della presenza di innumerevoli patogeni, ad esempio protozoi, batteri come Salmonella, Escherichia e virus come Papillomavirus, Norovirus e molti altri ancora.

Da “Uomini e fiumi. Storia di un’amicizia finita male” (Rizzoli), di Stefano Fenoglio, p. 240, 18€