Quelli di Bonn, in Germania, sono stati dei negoziati intermedi sul clima mediaticamente più rilevanti rispetto agli anni passati. Sarà per il record dei quattromilaottocento partecipanti (il doppio rispetto al 2022), sarà per l’uno contro uno a distanza tra Greta Thunberg e Sultan Al Jaber, presidente della Cop28 di Dubai e Ceo dell’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, ma l’attenzione attorno a questo appuntamento per addetti ai lavori denota tre aspetti: l’urgenza della sfida climatica, le diatribe tra i singoli Paesi e le distanze tra gli Emirati Arabi Uniti – che ospiteranno la prossima conferenza delle parti – e l’Onu.
«Sarà impossibile rispettare l’obiettivo del grado e mezzo (di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali, ndr) senza un’eliminazione rapida ed equa dei combustibili fossili. Non farlo significa condannare a morte per innumerevoli persone. Ed è già una condanna a morte per coloro che oggi vivono in prima linea la crisi climatica», ha detto Greta Thunberg, che di recente ha chiuso con gli scioperi del venerdì causa del conseguimento della maturità, nella giornata di martedì.
L’attivista svedese, anche in forma di protesta contro le restrizioni ai danni della società civile, aveva saltato la Cop27 di Sharm el-Sheikh, ma ha deciso di sbarcare in Germania per lanciare un messaggio e testare il clima di sfiducia che ha dominato le (quasi) due settimane di negoziati preparatori alla Cop28. Il pesce puzza sempre dalla testa, e infatti il motivo del malcontento riguarda principalmente la presenza di Sultan Al Jaber, uno dei più potenti petrolieri al mondo a capo della conferenza sul clima più importante al mondo. Un connubio non proprio felicissimo.
Di recente, più di duemila Ong ambientaliste e centotrenta membri di parlamenti europei e del congresso statunitense ne hanno chiesto le dimissioni, opponendosi a un conflitto di interessi ingombrante e stridente. Guarda caso, a Bonn, lo stesso Sultan Al Jaber ha abbassato il tiro e calmato un po’ le acque: sarebbe stato pericoloso tirare troppo la corda, considerando che l’accordo sull’agenda dei lavori è stato trovato ventiquattro ore prima della chiusura dei negoziati.
Nel corso della sua visita flash sul Reno, durata da giovedì a venerdì, il ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti (sì, ricopre anche questa carica) ha definito «inevitabile» il phase down (l’eliminazione graduale) dei combustibili fossili come il gas e il carbone. È un cambio di paradigma notevole – anche se, per ora, sono solo «bla, bla, bla», per dirla “alla Thunberg” –, dato che qualche settimana fa aveva annunciato di essere a favore al phase down non delle fonti fossili, bensì delle emissioni derivanti dalle fonti fossili.
Le parole sono importanti: specificando «emissioni» senza far riferimento all’uso o alla produzione di gas e carbone, Sultan Al Jaber aveva lasciato un’ampia finestra aperta alle (controverse) tecnologie di stoccaggio di CO2. Queste ultime, come abbiamo spiegato, non vanno demonizzate a priori, ma spesso servono per nascondere sotto il tappeto i gas climalteranti. Ciò significa appoggiare i sistemi per abbattere le emissioni, senza però ridurre i combustibili fossili estratti, messi sul mercato e bruciati.
Le parole di Sultan Al Jaber sono state ben accolte dai delegati presenti a Bonn, ma gli esiti dei faticosissimi negoziati fanno acqua da più parti. Era dal 2013 che non si raggiungeva così tardi un accordo sull’agenda dei lavori, e la proposta sul piatto aveva un amaro sapore di compromesso.

«Unione europea e Paesi Aosis (l’organizzazione intergovernativa che racchiude trentanove piccoli Stati insulari, e quindi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, ndr) hanno dovuto ritirare il punto sul Mitigation work programme (Mwp) a fronte dell’opposizione di alcuni Paesi in via di sviluppo, in particolare degli appartenenti al gruppo Like minded developing countries. Espungere dai lavori un punto importante come quello del potenziamento delle azioni di mitigazione può sembrare controproducente, vista la situazione di accelerato riscaldamento globale», commenta Jacopo Bencini, policy advisor e Unfccc contact point di Italian climate network, presenta a Bonn e rientrato in Italia nella giornata di ieri.
Le Like minded developing countries sono Algeria, Bangladesh, Bielorussia, Bhutan, Cina, Cuba, Egitto, India, Indonesia, Iran, Malaysia, Myanmar, Nepal, Pakistan, Filippine, Sri Lanka, Sudan, Siria, Vietnam e Zimbabwe. Per loro, l’assenza di discussioni sul potenziamento degli aiuti di finanza climatica è stata inammissibile. Questi Stati non sono più disponibili a lavorare sugli obiettivi di mitigazione se, dall’altra parte, i Paesi occidentali continuano a temporeggiare sui risarcimenti climatici. Il problema è che le critiche hanno un valore diverso se arrivano dalla Cina – maggiore emettitore di gas serra al mondo – o dalle Filippine.
«Mentre gli europei insistevano per far inserire il punto in agenda, i Paesi Like minded, sempre loro, hanno addirittura proposto come merce di scambio l’aggiunta di un ulteriore punto sul potenziamento dei flussi finanziari dell’ex articolo 4 dell’accordo di Parigi. A metà negoziato. Una stranezza procedurale del tutto inedita e che non ha infatti avuto seguito. Alla fine, l’agenda è stata approvata senza Mwp, con buona pace degli europei che riproporranno il tema a Cop28», spiega Bencini.
Anche a Bonn, al centro delle discussioni c’era lei, la finanza climatica, tema cardine della Cop27 che si è chiusa con l’accordo su un fondo per le perdite e i danni dovuti alla crisi climatica. Questo strumento di risarcimento per gli Stati più poveri (una lista che ancora non è chiara) dovrà essere ottimizzato in vista della Cop28, ma non era sull’agenda di Bonn perché se ne sta occupando un comitato ad hoc. «Il nord globale è chiamato a mettere più soldi sul tavolo, ma la sensazione è che si sia ancora troppo lontani dal veder comparire una solidarietà finanziaria vera e strutturata a livello internazionale», aggiunge Jacopo Bencini.
Finora l’obiettivo dei cento miliardi di dollari annui ai Paesi più poveri e climaticamente più vulnerabili – sottoscritto durante la Cop15 – non è mai stato raggiunto. L’Ocse parla di 83,3 miliardi, mentre le stime di Oxfam si aggirano tra i ventuno e i 24,5 miliardi. Parlando di finanza climatica, le bugie e le domande sono ancora troppe. Chi deve essere finanziato? Quale ruolo deve avere la Cina (Paese in via di sviluppo solo sulla carta)? A quanto dovrà ammontare il finanziamento?
A Bonn non è arrivata nemmeno una risposta, e non è una buona notizia in vista della conferenza delle parti di novembre. Oltretutto, durante i negoziati intermedi non è stato raggiunto un accordo sull’entità (l’Onu?) che dovrà ospitare i lavori del Santiago network sul Loss and damage, che non è lo stesso della Cop27.
Il Santiago network è uno strumento che dovrebbe elaborare piani efficaci contro le perdite e i danni subiti dagli Stati più esposti alle conseguenze della crisi climatica, come la siccità o l’innalzamento del livello dei mari. Di chiaro c’è solo l’obiettivo, visto che la definizione di ulteriori dettagli è stata rinviata alla Cop28 di novembre.
Da Bonn, nonostante la fatica, è comunque arrivato qualche segnale incoraggiante. Ad esempio, è nato il documento che permetterà, durante la conferenza di Dubai, di creare il primo inventario globale delle politiche climatiche dei singoli Paesi (il Global stocktake). In più, dopo tanto lavoro dietro le quinte, i negoziatori hanno stilato una struttura del testo da approvare alla Cop28, fondamentale per capire la direzione dei futuri obiettivi di mitigazione e, soprattutto, di adattamento alla crisi climatica.