La medicina magico-religiosa è quella che è stata praticata più a lungo e nella più ampia area geografica ed è tutt’altro che estinta nel mondo contemporaneo: il successo attuale dei guaritori, dei ciarlatani, degli astrologi – per non parlare delle preghiere e dei pellegrinaggi – è un buon indizio della precarietà di questa fede nella scienza in cui alcuni pensatori hanno creduto di poter individuare – rallegrandosene o compiangendola – una caratteristica del mondo moderno.
L’atteggiamento magico di fronte alla malattia non è affatto mutato nel corso dei secoli. Non vi è una differenza fondamentale tra un uomo civilizzato della nostra epoca che chiede consiglio a una veggente, un papuano che si rivolge a un mago e un egizio del secondo millennio a.C. che consulta un sacerdote. Per quanto diverse e numerose siano le pratiche magiche, queste sono riconducibili ad alcuni tratti generali facilmente riconoscibili.
Davanti a esse, lo storico non può fare altro che sottolineare le similitudini e le continuità: entro certi limiti, che sono quelli della suggestionabilità e delle credenze collettive necessarie al buon funzionamento della vita sociale, i comportamenti magici sono tutti efficaci; ma lo sono tutti in modo uguale, senza che il loro potere si sviluppi o aumenti, senza che un determinato stato della pratica magica possa fornire una base di partenza per nuove acquisizioni e permettere un accrescimento reale del potere dell’uomo nei confronti dell’avversità.
In questo senso, lo spirito della magia è strettamente legato alle culture tradizionali, che sono prive della nozione di divenire storico, e per le quali, come ha mostrato Mircea Eliade, il tempo è scandito dall’eterno ritorno degli avvenimenti mitici accaduti agli inizi del mondo. Lo sviluppo storico della medicina, invece, non può essere interpretato che come l’effetto di un rifiuto attivo opposto al pensiero magico-religioso e a ogni forma di prestigio proiettato sulla tradizione.
Rievocando l’espansione dei poteri della medicina, lo storico non può accontentarsi di assommare le scoperte come se queste derivassero spontaneamente le une dalle altre. Queste conquiste sono state possibili solo al prezzo di una lotta perpetua contro gli errori trasformati in dogmi, e al prezzo di una revisione costante dei metodi e dei principi filosofici della ricerca fondamentale.
Questo sforzo è stato duro, e i successi della scienza medica sono giunti tardi. Se la malattia è antica quanto la vita, la medicina è una scienza giovane. In virtù dei benefici che abbiamo ormai ottenuto da questi progressi sul piano della conoscenza, la medicina ha più bisogno, oggi, di essere illuminata circa i fini a cui le sue tecniche devono essere subordinate, che di essere spinta verso nuove scoperte.
