Mi piace L’insostenibile soggettività del gusto

In base a cosa possiamo decidere se una cosa ci piace oppure no? È possibile (e necessario?) capire un piatto o un vino senza conoscerne storia e dettagli? Da tecnici, spesso ci dimentichiamo di affrontare il tema più semplice, quello della bontà. La soddisfazione del palato dipende da molti fattori e spesso non sono gli aspetti oggettivamente misurabili quelli che determinano il nostro grado di godimento

Foto di Volkan Olmez su Unsplash

Qui a Gastronomika abbiamo sempre pensato che dire “Mi piace/Non mi piace” fosse un modo troppo banale di approcciare un cibo o un vino: riuscire ad andare oltre questa sterile questione soggettiva, di gusto personale, ci sembrava l’unica strada possibile per approfondire il tema e soprattutto per avere una visione super partes dell’enogastronomia.

In fondo, siamo qui per raccontarvi questo settore, e al di là dei nostri gusti e delle nostre preferenze personali, è per noi importante capire cosa c’è dietro alle scelte enologiche e gastronomiche, prescindendo da ciò che amiamo noi. Ma, da parte nostra, dimenticare che cibo e vino – per le persone che in questo ambiente non lavorano – siano alla fine solo oggetti del desiderio, e servano come veicolo di felicità, sta spostando sempre più il focus dal piacere del gusto al pensiero sul prodotto. E, forse, ci stiamo allontanando sempre più dal suo valore intrinseco, che è nutrimento, certo, ma anche e soprattutto passione e convivialità.

All’ultima degustazione di vino a cui abbiamo partecipato, un produttore ha detto una frase che ci ha molto colpiti: «Facciamo il vino per berlo, non per annusarlo». E forse non c’è modo migliore per spiegare quanto la sovrastruttura di pensiero che stiamo mettendo nel recensire e spiegare e giustificare ogni processo sia solo un modo per allontanarci dall’obiettivo primario di quello che troviamo nel bicchiere o nel piatto. Puro gusto, e piacere soggettivo. Se dire “è buono/non è buono” è un affare da tecnici, e ha il suo senso in un mondo di nerd dell’enogastronomia, forse dire “mi piace/non mi piace” è l’unico approccio corretto e sano per le persone che fruiscono della bontà, e che – per apprezzare o no – non devono per forza conoscere il numero di mesi sui lieviti o i minuti necessari per la cottura a bassa temperatura. Perché se noi ci stiamo perdendo il piacere a furia di commenti e pensieri, e ci sta, visto che è il nostro lavoro, non è davvero il caso che lo facciate anche voi. Non capire un vino o un piatto non vi impedirà di decidere se vi piace oppure no, e se avete voglia di replicare l’assaggio o meno. In fondo, “Lo vorrei di nuovo” rimane l’unico metro di giudizio efficace possibile.

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