L’imbattibile fidanzata d’ItaliaLa Juventus e gli Agnelli, cento anni di storia insieme

Portando nel calcio i modelli organizzativi della Fiat, Edoardo Agnelli catapultò il gioco nella modernità. Un secolo e tante presidenze dopo, in un’epoca in cui il pallone è diventato un fenomeno globale e si trova di fronte a una nuova svolta epocale, questo legame rischia di spezzarsi

Wikimedia Commons | La rosa e la dirigenza della Juventus all'alba del Quinquennio d'oro, al centro il presidente Edoardo Agnelli con accanto il padre Giovanni

L’8 settembre di dodici anni fa, alla spettacolare inaugurazione dello Juventus Stadium, tutto il passato e il presente bianconero – la leggenda (allora) vivente Giampiero Boniperti e il suo degno erede Alex Del Piero, ma anche Gianni e Umberto Agnelli, Gaetano Scirea e le vittime dell’Heysel – era stato convocato nel segno di un rigenerante lavacro nell’orgoglio identitario delle radici, dopo gli anni travagliati del post Calciopoli. In mezzo al campo, maestro delle cerimonie era il giovane presidente Andrea Agnelli, a suggellare un legame che dal 1923 univa la sua famiglia alla squadra di calcio più amata (e, va da sé, più odiata) d’Italia.

Oggi che di quell’antico connubio si celebra il centenario, e quel presidente non più tanto giovane e non più presidente è passato dagli altari inusitati dei nove scudetti consecutivi alla polvere di un nuovo scandalo su cui ci sarebbe molto da discutere, la domanda che molti si pongono è se le ragioni propulsive di un matrimonio che sembrava indissolubile non siano venute meno.

Della possibile vendita della società, o dell’ingresso massiccio di nuovi azionisti che avrebbe comunque l’effetto di modificarne sensibilmente la fisionomia e i rituali, si sussurra, si congettura, si dibatte. Intanto, è notizia di questi giorni, per la prima volta in sessantaquattro anni (anni pandemici a parte) non ci sarà a Villar Perosa, culla dinastica della Famiglia, la tradizionale amichevole Juve A contro Juve B che in agosto apriva simbolicamente la stagione e rappresentava la riconsacrazione annuale del patto tra la squadra e i suoi demiurgici mecenati.

Potrebbe essere un caso episodico, riconducibile a motivazioni commerciali che spingono verso altri lidi – e del resto negli ultimi tempi, più che un evento festoso, la partitella in Val Chisone dava l’idea di una seccatura da sbrigare frettolosamente, incastonandola tra una tournée e l’altra, come certe visite ai vecchi parenti che si vedono soltanto nelle feste comandate –, però è indubbiamente un segno dei tempi, inconcepibile ai tempi dell’Avvocato. E acquista un rilievo particolare nella ricorrenza dell’estate che cento anni fa, il 24 luglio, vedeva per la prima volta un Agnelli – Edoardo, figlio del fondatore della Fiat – assumere la carica di presidente. Cento e non più cento?

Nel 1923 la Fiat, nata ventiquattro anni prima e reduce dall’inaugurazione dell’avveniristico impianto del Lingotto, era un colosso industriale secondo in Italia soltanto all’Ansaldo e all’Ilva. Invece la Juventus, di due anni più anziana e con un solo campionato nazionale vinto nel lontano 1905, stentava ancora a emanciparsi dalla dimensione pionieristica e dallo spirito goliardico degli inizi. L’avvento della nuova proprietà era destinato a cambiare tutto. Non solo per la Juventus, ma per l’intero calcio italiano.

In realtà fin dai primi anni Venti gli Agnelli avevano messo piede nella società, di cui Edoardo era diventato vicepresidente. Pare che tutto fosse cominciato quando un dirigente (già presidente) della Juventus, Sandro Zambelli, era andato a trovare Giovanni Agnelli per provare a risolvere una situazione spinosa: un giocatore, il difensore Antonio Bruna, operaio della Fiat, non poteva allenarsi come si deve perché il suo caporeparto gli negava i permessi. Soltanto il Fondatore poteva fare qualcosa. E il Fondatore, inaspettatamente, gli venne incontro. Non solo: intuendo il potenziale di consenso popolare che sarebbe derivato alla sua impresa da un diretto coinvolgimento nel calcio, emergente passione unificante in un periodo di aspri conflitti politici e sociali, aveva indicato nel figlio l’uomo adatto a prendere le redini del sodalizio.

«Dobbiamo impegnarci a fare bene, ma ricordandoci che una cosa fatta bene può essere sempre fatta meglio», scandì il trentunenne Edoardo Agnelli nel discorso d’insediamento, rettificando l’antico (un po’ rinunciatario) adagio secondo il quale «il meglio è nemico del bene». Nessuna velleità di andare oltre i limiti (quella che avrebbe perduto l’ultimo epigono della dinastia), ma sana ambizione imprenditoriale combinata con il tradizionale, pacato buonsenso torinese.

Eppure, per una singolare coincidenza, la prima presidenza Agnelli si aprì come si è conclusa l’ultima: con un affaire mediatico e sportivo-giudiziario, il primo nel calcio italiano, e una pesante penalizzazione in classifica. La vicenda è complessa e qui basterà riassumerla per sommi capi – per saperne di più si può consultare Wikipedia, “Caso Rosetta”.

Era successo che due dei giocatori di spicco (oggi si direbbe, orridamente, “prospetti”) della Pro Vercelli, il difensore Virginio Rosetta e l’attaccante Gustavo Gay, erano stato messi fuori rosa in quanto la società, dopo aver vinto sette campionati, si dibatteva in gravi difficoltà economiche e non poteva accordare loro quanto richiesto. All’epoca vigeva il dilettantismo, ma la regola veniva aggirata con robusti rimborsi spese – più o meno tutti lo facevano e tutti sapevano, anche se fingevano di non essersene accorti, un po’ come è accaduto fino a poco tempo fa con gli scambi di plusvalenze.

Venuta a conoscenza della situazione, la Juventus si accordò con Rosetta garantendogli uno stipendio di settecento lire, che con l’aggiunta di alcune altre voci arrivava alle famose «mille lire al mese». Gay invece si sistemò al Milan. Ma, mentre in questo caso tutto filò liscio, per una serie di cavilli burocratici e di norme adattate ad hoc, e su impulso del presidente vercellese che, di fronte alla reazione furibonda dei tifosi, accusò la Juventus di scippo, il trasferimento di Rosetta fu all’origine di una lunga battaglia che divise l’opinione pubblica e i giornali, e oppose la Federazione Italiana Giuoco Calcio alla potente Lega che raggruppava le squadre del Nord.

Forte del parere favorevole della Figc, la Juventus schierò il giocatore nelle prime tre partite del torneo 1923/24, vincendole tutte, ma ogni volta la Lega Nord fece ricorso e decretò la sconfitta a tavolino. Si proseguì nel caos con verdetti e contro verdetti, con i punti che venivano tolti e restituiti e i bianconeri che scendevano a salivano in classifica come in ascensore. Finché nelle querelle venne coinvolto anche il Coni, la Figc commissariata e le tre sconfitte a tavolino confermate (mentre, con un classico compromesso all’italiana, per le successive quattro partite, con tre vittorie e un pareggio, il club venne graziato in base al riconoscimento della sua buona fede: ossia una via di mezzo – anche qui, ricorda qualcosa?).

In questo modo la Juventus scivolò dal virtuale primo posto finale al quinto, lasciando al Genoa l’onere di battersi per il titolo nazionale contro la vincente della Lega Sud (una formalità, data l’abissale differenza di valori tra le squadre dei due raggruppamenti). Alla fine della stagione la Juventus risolse definitivamente la controversia versando alla Pro Vercelli un assegno da cinquantamila lire e così ufficializzando l’inizio del calcio professionistico, successivamente sancito dalla Carta di Viareggio che nel 1926 varò il Girone unico.

La vittoria sfuggita nel ’24 arrise tuttavia alla Juventus due anni dopo: fu il primo “scudetto” – fregio introdotto nel ’25 e divenuto metonimico come sinonimo di campionato vinto – dell’era Agnelli. Fin dall’inizio il nuovo presidente aveva impresso una svolta nelle abitudini sonnacchiose di un club ancora invischiato al dilettantismo delle origini. Appena eletto, aveva chiamato a Torino il primo allenatore professionista nella storia del calcio italiano, l’ungherese Jenő Károly, seguito dal connazionale attaccante Ferenc Hirzer e da una schiera di fuoriclasse sudamericani come gli oriundi Luis Monti, Raimundo “Mumo” Orsi e Renato Cesarini, che aggiungendosi a campioni locali quali Gianpiero Combi, Umberto Caligaris e Felice “Farfallino” Borel costituirono l’ossatura del mitico Quinquennio ’31-’35.

Potenza economica ma non solo: portando nella Juventus i modelli organizzativi della fabbrica fordista, Edoardo Agnelli spazzò via gli ultimi residui amatoriali e catapultò il calcio nella tumultuosa modernità novecentesca. «Ho l’impressione che qualcuno si illuda di poter fermare il progresso del mondo», osservò in risposta alle critiche. «Ogni nuovo modello che esce dalla Fiat rappresenta un passo avanti nella progettazione, nella sperimentazione, nella realizzazione. Ed è sempre un punto di partenza. Se anche fossimo dei pionieri, come portatori di una nuova concezione del club di calcio, dovrebbe venircene un merito, non una disapprovazione».

Sotto la presidenza di Edoardo Agnelli la società bianconera fu la prima squadra in Italia a dotare il proprio stadio – l’impianto di corso Marsiglia (oggi Tirreno), non più esistente – di un sistema di illuminazione artificiale, consentendo così la disputa delle partite in notturna e quindi la loro fruibilità da parte di un maggior numero di persone, finito l’orario di lavoro. Il calcio stava diventando un business, e anche altri imprenditori cominciavano a interessarsene. Ma la Juventus – in ciò rispecchiando la vocazione avanguardista della Torino di larga parte del Novecento – era sempre qualche passo avanti. Nacque in quegli anni la leggenda della Vecchia Signora (benché poco più che trentenne), altrimenti detta Fidanzata d’Italia, capace di sedurre nei patrii confini come all’estero milioni di italiani attratti dalla perfetta simmetria tra efficientismo produttivista della Fiat e efficientismo sportivo della sua fabbrica di scudetti.

Dopo la scomparsa prematura di Edoardo, morto per un incidente nel 1935, la proprietà della Juventus è rimasta saldamente in mano alla famiglia Agnelli, che l’ha governata a volte direttamente (con Gianni, Umberto, da ultimo Andrea), altre volte affidandone la presidenza a uomini di sua fiducia. Cento anni di storia ininterrotta e intrecciata – sportiva, industriale, cittadina e nazionale: una felice anomalia nel calcio italiano (dove la presidenza di Berlusconi si è fermata a ventinove anni, quella dei Moratti padre e figlio a trentaquattro non consecutivi), ma un unicum anche in quello mondiale.

Una stabilità che indubbiamente è stata alla radice dei ripetuti e crescenti successi, ma che ora, nel momento in cui il calcio è diventato un fenomeno globale e si trova di fronte a una nuova svolta epocale, con gli interessi finanziari dei grandi fondi d’investimento che sommergono i valori sportivi e i petrodollari degli sceicchi che sovvertono ogni parametro di valutazione obiettiva, potrebbe non bastare più. In discussione, però, non è soltanto il futuro di una singola squadra, bensì che cosa ne sarà del gioco che meglio di tutti ha saputo coagulare le passioni collettive della contemporaneità. Probabilmente non bisognerà aspettare i posteri per conoscere l’ardua sentenza.

*Le tre foto nel testo sono tratte da Wikipedia. Nella prima c’è una formazione della Juventus nella stagione 1925/26, nella seconda Edoardo Agnelli, nella terza l’intera rosa e la dirigenza della Juventus all’alba del Quinquennio d’oro (al centro il presidente Edoardo Agnelli con accanto il padre Giovanni)

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