Città dell’accoglienzaIl miracolo della solidarietà nel centro per i rifugiati ucraini di Leopoli

A L’viv la Comunità di Sant'Egidio è diventata una rilevante oasi di assistenza per chi ha visto la vita stravolta dalla guerra. Ma l'associazione deve affrontare diverse sfide nella gestione dell'integrazione, inclusa la diversità linguistica tra la parte occidentale e quella orientale del Paese

Simone Matteis

«Vengo da Kharkiv, una città che prima era così vivace ora cerca di sopravvivere. Leopoli (L’viv in ucraino, ndr) invece è fantastica, una fortezza dove ci sentiamo al sicuro: qui, come da nessun’altra parte, si percepisce questo spirito di solidarietà tra persone che hanno visto, sentito e provato le stesse cose». Oksana, Olena, Anya e Ina sono scappate da Karkhiv, Izyum, Dnipro e Mykolaiv, sul fronte orientale dell’Ucraina dove la guerra perdura da più di cinquecento giorni. Oggi vivono a Leopoli, la più grande città dell’accoglienza nell’Ovest del paese, a poco più di un’ora e mezza dal confine con la Polonia e a oltre mille chilometri dalle loro case.

Ina ritorna sul primo impatto con Leopoli: «Qui ho incontrato una nuova Ucraina, quella occidentale, dove non ero mai stata prima», racconta. Distanze geografiche e culturali, all’interno di un paese con un’estensione pari al doppio di quella di Italia e Germania. Con i suoi seicentotremila chilometri quadrati, l’Ucraina è infatti il secondo stato più vasto d’Europa. Anya racconta che già nel 2014 aveva dovuto lasciare la sua casa, spostandosi da Donetsk a Dnipro. A Leopoli ha incontrato una nuova dimensione di solidarietà: poter aiutare le persone dopo essere stata aiutata lei stessa, nell’ottica di un conflitto che si protrae con intermittenza da quasi dieci anni e ha coinvolto a più mandate tutto il territorio del granaio d’Europa.

Simone Matteis

Oggi queste ragazze vivono la quotidianità dell’accoglienza nella Comunità di Sant’Egidio, situata a pochi passi dalla piazza principale di Leopoli. Ad accoglierci sulla porta al nostro arrivo è Yuriy Lifansè, capo della Comunità di Sant’Egidio in Ucraina: ci invita a entrare e a metterci comodi, parla italiano e per prima cosa sottolinea come questo sia «un posto vivo per tutte le persone che lo frequentano».

All’interno dei locali che prima della guerra funzionavano come ristorante, da poco più di un anno oltre cinquemilacinquecento persone hanno beneficiato del sostegno della Comunità, sia materiale che spirituale. «Chiunque arriva trova pace, almeno per un momento», sottolinea Yuriy, raccontando poi come più di cento volontari siano a loro volta profughi di guerra che hanno trovato così «il loro posto nella storia». Secondo Ivana Synytska, un’altra volontaria, «le persone quando aiutano gli altri rinascono, liberandosi dalle sofferenze che portano dentro».

«Loro hanno sofferto più di noi, ma riescono a trovare una potenza dentro che è un miracolo di solidarietà», rimarca il direttore della logistica Timur Budlianskij. Da Leopoli ogni mese quattordicimila pacchi di prodotti alimentari vengono spediti agli altri centri gestiti dalla Comunità, due a Kyjiv e uno a Ivano-Frankivs’k: «Tutta la Comunità di Sant’Egidio in Ucraina parte da qui». Il motivo è presto detto, vista la vicinanza di Kyjiv rispetto alla frontiera russa.

Timur sottolinea come la parte più complicata riguardi le medicine, troppo costose soprattutto rispetto alle pensioni percepite dagli anziani. Dall’inizio del conflitto la Comunità ha distribuito medicinali per circa dodici milioni di euro e beni alimentari per sei. Nel giro di un paio di mesi partirà un progetto che punta ad aiutare le persone accolte a trovare lavoro più facilmente: «La maggior parte parla russo e non ucraino e a Leopoli nessuno vuole assumerti se parli solo russo racconta Timur – Vogliamo insegnare loro come presentarsi al meglio ai potenziali datori di lavoro».

Simone Matteis

Nei giorni della nostra permanenza a Leopoli era ancora aperta la ferita per l’attacco della notte tra 5 e 6 luglio, quando tre missili russi hanno distrutto diverse infrastrutture civili. Al centro dei palazzi colpiti si è attivata subito la macchina della solidarietà. Oltre ai volontari della Comunità di Sant’Egidio, tante associazioni come Croce Rossa, People in Need, Unicef e Unhcr hanno fornito sostegno a sfollati e feriti. Abbiamo attraversato quel vociare indistinto, tra chi chiedeva aiuto e chi passava una bottiglia d’acqua o un pacco di medicinali. C’era un forte odore di polvere di cemento, con operai e militari impegnati a liberare gli edifici dai detriti e dai vetri pericolanti, dopo che quasi tutte le finestre sono andate in frantumi. «Vicino a quell’edificio sono morte undici persone, solo uno era un soldato. A Leopoli succede per la prima volta, mentre in altre città ogni giorno muoiono decine o centinaia di civili», dice Timur.

All’interno del parco che ha fatto da sfondo all’attacco si trova il Politecnico di Leopoli, danneggiato dai missili e convertito a campo profughi dall’inizio della guerra. L’accoglienza della città passa soprattutto da posti come questo. Mancanza di aria e caldo insopportabile sono state le prime impressioni che abbiamo avuto entrando nelle ex palestre dell’università. Gli ospiti, però, sembravano non percepirlo, vestiti di felpe e pantaloni lunghi.

Si notava una forma di imbarazzo per la nostra presenza, ma nessuno ha voluto lamentarsi. Anzi, appena siamo arrivati uno dei rifugiati ci ha aiutato a orientarci, andando a chiamare Serhiy Mikh, uno studente di ingegneria biomedica al Politecnico e da inizio luglio volontario presso il centro. Serhiy ci ha guidati attraverso i corridoi e le stanze che ospitano i rifugiati, spiegandoci che le loro zone di partenza vanno dagli oblast’ di Zaporizhia, Kherson e Kharkiv fino a quelli di Odessa e Kyjiv. La condizione in cui vivono queste persone è alienante, tant’è che nelle ultime stanze che abbiamo visitato non siamo rimasti più di trenta secondi.

«È difficile vivere qui, in una stanza sovraffollata con cinquanta o sessanta persone, ma poi ci si abitua», continua Serhiy. All’inizio l’organizzazione era abbastanza caotica, oggi invece i volontari sono suddivisi in turni che vanno dalle nove di mattina alle nove di sera e viceversa.

Simone Matteis

Fondamentale, in questo senso, l’aiuto offerto dalle associazioni. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni collabora dal punto di vista umanitario, con eventi e corsi di lingua inglese. Il World Central Kitchen si occupa del cibo, mentre la Community Organized Relief Effort offre ai rifugiati l’opportunità di affittare un appartamento per sei mesi, un progetto simile a quello portato avanti dal Norwegian Refugee Council. Presente anche Mediterranea che si occupa, tra gli altri, del principale problema del centro: l’assistenza sanitaria. Manca un regolare approvvigionamento e permangono molte difficoltà a livello igienico. Una piccola clinica collabora con il Politecnico fornendo periodicamente medici e farmaci, ma questo non è abbastanza.

Se nel cuore di Stryiskyi Park bisogna far fronte alla carenza di personale e materiale sanitario, alla stazione centrale è presente invece un centro di sostegno medico e psicologico attivo tutti i giorni ventiquattrore su ventiquattro.

Irena Bous, una delle coordinatrici dall’associazione di volontari MedPsy che gestisce il centro, ci accompagna lungo i binari: «Ogni giorno accogliamo treni di rifugiati, forniamo assistenza speciale a persone con disabilità e organizziamo autobus verso la Polonia». Nei mesi l’associazione ha avuto al suo interno volontari provenienti da diverse parti del mondo. «Un uomo di Chicago ha venduto la sua barca e con il ricavato è venuto qui a fare volontariato», dice Irena.

Simone Matteis

Il perdurare del conflitto, tuttavia, mette a dura prova la capacità di resistenza di chi è in prima linea a fornire sostegno alla popolazione. «La guerra continua, ci sono attacchi costanti in tutto il paese e le cose sono difficili», commenta Irena. La casa di suo fratello è stata danneggiata durante l’attacco della notte precedente: «Lui e sua moglie sono vivi ma questi per noi sono giorni tristi. Non c’è da meravigliarsi se le persone fuggono in massa dall’Est».

Da oltre cinquecento giorni le sale della stazione accolgono un flusso costante di profughi, diventato più gestibile nel corso dei mesi. Allo scoppio del conflitto le persone arrivavano in maggioranza dalle aree di Mariupol e Kharkiv, nel Donbass orientale. «Erano casi difficili – ricorda Irena – Chi arrivava era nel panico e correva fuori dai treni, era impossibile da fermare». La responsabile ci spiega che adesso, invece, i flussi principali provengono da Zaporizhzhia, Kherson e Kachovka, lungo il corso del Dnipro, dove lo scorso 6 giugno l’esercito di Mosca ha attaccato la diga della centrale idroelettrica.

La gestione dell’accoglienza interna sta catalizzando Leopoli da oltre un anno e mezzo. In questo processo, come già accennato, uno dei principali problemi riguarda l’uso della lingua russa da parte delle popolazioni dell’Ucraina orientale. Basta andare in tram per le vie del centro per imbattersi in cartelli che invitano a parlare ucraino perché «la lingua è importante».

Anche la macchina dell’accoglienza si trova quindi ad affrontare quotidianamente diverse questioni irrisolte. Assistenza sanitaria e comunicazione sono solo alcuni dei problemi che i tanti volontari che si sono messi a disposizione devono gestire, calibrando difficoltà e delicatezza. Questioni che finiscono per incidere sulla vita delle persone in fuga dal fronte più caldo della guerra e su quelle che, invece, a Leopoli vivono da anni.

La risposta data dalla città in questi mesi è tangibile e rappresenta senz’altro un beneficio per tante persone. In una situazione così complessa, però, niente è mai abbastanza e ognuno aiuta come può. Leopoli è consapevole di quanto fatto finora e di quanto ancora si possa fare, migliorando aspetti cruciali per la quotidianità dei profughi e di chi sta al loro fianco.

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