Noi non siamo come loroViktoriya Amelina, l’Europa e il senso degli ucraini per la casa

Uccisa da un attacco missilistico russo a Kramatorsk, la scrittrice e militante dei diritti umani ha raccontato il momento in cui, quindicenne, si è accorta dell’imperialismo culturale di Mosca fino a riscoprire la sua identità ucraina ed europea

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Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, molti credevano che tutti i confini sarebbero scomparsi. Ricordo di aver cantato Wind of Change della band tedesca Scorpions in un campo estivo internazionale vicino a Pskov, allora Unione Sovietica, nel 1990, e di aver sentito come se il testo mi parlasse davvero: «The world is closing in / and did you ever think / that we could be so close, like brothers?” (“Il mondo si sta chiudendo / e avresti mai pensato / che potessimo essere così vicini, come fratelli?”). Eravamo tutti “bambini del domani”, che sognavano e credevano in un futuro migliore? Dove siamo ora?

I venti di cambiamento si sono rivelati nient’altro che un’illusione, e la mia fede in essa dimostra solo che, culturalmente e mentalmente, l’Ucraina è sempre stata parte di un Occidente per certi versi ingenuo. La differenza è che gli ucraini erano destinati prima o poi ad affrontare la verità. Alcuni l’hanno appresa dalle storie dei dissidenti ucraini, come il poeta Vasyl Stus, assassinato in una colonia penale russa cinque anni prima della pubblicazione di Wind of Change. Altri, come me, hanno dovuto sperimentare in prima persona il mondo russo per rendersi conto che il confine tra Russia e Ucraina non è una cosa superflua o una formalità, ma è essenziale per la nostra sopravvivenza.

Sembra che siamo tutti destinati a ripetere i nostri errori se non sappiamo dove finisce la nostra casa – lo spazio sicuro della fiducia – e quali confini devono essere particolarmente ben custoditi.

Sono nata nell’Ucraina occidentale nel 1986, l’anno in cui è esploso il reattore nucleare di Chornobyl e l’Unione Sovietica ha iniziato a sgretolarsi. Nonostante il luogo e il momento in cui sono nata, mi è stata impartita un’educazione russa. C’era un intero sistema che mirava a farmi credere che Mosca, e non Kyjiv, fosse il centro del mio universo. Ho frequentato una scuola russa, mi sono esibita in un teatro scolastico intitolato al poeta russo Alexander Pushkin e ho pregato nella chiesa ortodossa russa. Ho persino partecipato a un campo estivo per adolescenti in Russia e a incontri giovanili presso il centro culturale russo di Lviv, dove cantavamo la cosiddetta musica rock russa, che in realtà era più onesta sui cambiamenti in atto in Russia rispetto alle composizioni ingenue degli Scorpions.

A quindici anni ho vinto un concorso locale e sono stata scelta per rappresentare la mia città, Lviv, a un concorso internazionale di lingua russa a Mosca. Ero entusiasta di visitare la capitale russa. Mosca mi sembrava il centro di ciò che consideravo casa mia. La mia biblioteca era piena di classici russi e, anche se l’Unione Sovietica era crollata quasi un decennio prima, non era cambiato molto nella scuola russa che frequentavo o nella televisione russa, che la mia famiglia aveva l’abitudine di guardare. Inoltre, mentre non avevo nemmeno i soldi per viaggiare in Ucraina, la Russia era felice di investire nella mia russificazione.

Al concorso di Mosca ho incontrato ragazzi provenienti da tutti quei Paesi che la Russia avrebbe poi cercato di invadere o assimilare: Lettonia, Lituania, Estonia, Kazakistan, Armenia, Azerbaigian, Georgia e Moldavia. La Federazione Russa ha investito molto denaro per allevare come russi bambini come noi provenienti dalle “ex repubbliche sovietiche”. Probabilmente hanno investito più su di noi che sull’educazione dei bambini della Russia rurale: quelli che erano già conquistati non avevano bisogno di essere tentati con campi estivi ed escursioni sulla Piazza Rossa.

Spero di essermi rivelata uno dei peggiori investimenti che la Federazione Russa abbia mai fatto.

A Mosca, un famoso giornalista di ORT, un importante canale televisivo russo dell’epoca, mi contattò per un’intervista al notiziario della sera. Ero lusingata, mi sentivo una star. La giornalista iniziò con una domanda cortese su come mi stessi godendo l’evento e la capitale russa, ma passò rapidamente al suo vero obiettivo. «Quanto si sente oppressa come russofona nell’Ucraina occidentale? Quanto è pericoloso parlare russo per le strade della sua città natale, Lviv?».

Ho avuto un sussulto quando ho capito che non ero affatto una star; venivo solo usata per manipolare milioni di spettatori del notiziario della sera. L’enorme telecamera mi osservava e un grande microfono professionale era davanti a me per la prima volta nella mia vita. Avevo solo 15 anni. Ma in quella frazione di secondo ho dovuto capire dove fossero i confini di casa mia. Dopotutto, non ero affatto russa: ero una ragazzina ucraina portata a Mosca per rafforzare certe narrazioni russe. Forse credevo che la Russia fosse un grande Paese con a cuore la pace, ma lo pensavo solo grazie alla visione di quel canale che ora cercava di sfruttare una quindicenne inesperta.

«Dopo la nostra complicata storia, sarebbe naturale se gli ucraini si sentissero a disagio e reagissero a volte all’uso della lingua russa», ho risposto. «Tuttavia, non avverto alcuna oppressione. Può darsi che le sue informazioni non siano aggiornate? Sono giovane e non ci sono problemi di questo tipo tra le nuove generazioni».

La giornalista ha provato a chiedermelo di nuovo, ma le mie risposte non sarebbero cambiate. Aveva già fallito. Dubito che abbiano trasmesso questa intervista al servizio della sera. O forse sono riusciti a montarla in modo da soddisfare la loro agenda. Ora, come scrittrice ucraina, ricevo richieste di interviste da vari canali russi, ma le rifiuto tutte. La mia esperienza a Mosca è stata sufficiente.

Mi sono ricordata di questa storia nel 2022, guardando un’intervista a un uomo anziano a Mariupol. Era disperato, disorientato e di un’onestà disarmante. «Ma io credevo in questo mondo russo, se lo immagina? Per tutta la vita ho creduto che fossimo fratelli!», ha esclamato il pover’uomo, circondato dalle rovine della sua amata città. L’edificio in cui viveva era in rovina e l’illusione della casa, lo spazio che percepiva come la sua madrepatria, l’ex Unione Sovietica dove era nato e aveva vissuto i suoi anni migliori, era stata annientata ancora più brutalmente. La propaganda ha smesso di funzionare su di lui solo quando sono cadute le bombe russe. Il confine tra l’Ucraina indipendente e la Federazione Russa è sorto nella sua mente come una barriera cruciale, proprio come è accaduto nella mia quando ho capito che ero stata portata nella festosa Mosca solo per mentire sulla mia città natale in Ucraina, in modo che gli spettatori russi potessero odiarla ancora di più.

Credo che la maggior parte delle persone sia d’accordo sul fatto che un muro tra noi e la Russia sia una buona soluzione finché la società russa non subirà cambiamenti significativi. Un mondo in cui ogni vicino è un amico è una bella idea su cui cantare, ma per quanto riguarda la Russia, purtroppo non è così realistica.

Si è tentati di credere nel concetto semplice e stimolante di accogliere tutti come amici e fratelli. Ma questo approccio funziona davvero? In un inverno molto diverso dal precedente, nel 2019, ho assistito a un’altra collisione tra l’idillio immaginario, in cui i confini possono essere attraversati a caccia di miracoli, e una realtà più cruda. Mentre io e la mia famiglia ci preparavamo a festeggiare il Natale a Boston, nel Massachusetts, mi sono trovata in piedi in mezzo a una foresta di alberi, promettendo a mio figlio che avremmo scelto il migliore. Nonostante la mia scarsa esperienza nella scelta degli alberi di Natale (in Ucraina avevamo sempre usato un vecchio albero artificiale, ma riutilizzabile), mi sono pentita di non aver chiesto prima qualche consiglio.

Avevo bisogno di chiedere aiuto al venditore per la scelta dell’albero, ma lui sembrava troppo impegnato con altri clienti e chiaramente aveva bisogno di vendere tutti gli alberi, anche quelli di scarsa qualità. Tuttavia, sapevo cosa avrebbe potuto attirare la sua attenzione su di noi. Gli dissi semplicemente che quello sarebbe stato il nostro primo Natale negli Stati Uniti, il che era vero. E la magia del “Benvenuti in America” ebbe inizio. Quell’uomo ci ha dato subito la priorità e ci ha aiutato a trovare l’albero perfetto. Sembrava uno di quei veri americani che credono che l’accoglienza dei nuovi arrivati sia al centro dei valori americani.

Naturalmente sapevo che questo valore era condiviso da molti negli Stati Uniti, ma non da tutti. Dopo tutto, era il periodo in cui il presidente era Donald Trump. Quando camminavo per le strade di Cambridge, mi fermavo sempre a guardare la foto di una bambina che era stata attaccata alla ringhiera di una chiesa: uno di quei bambini che erano stati separati dai loro genitori e trattenuti al confine, e che non erano sopravvissuti. L’unico crimine della ragazzina nella foto era stato quello di attraversare il confine dal Messico agli Stati Uniti con i suoi genitori, che stavano solo cercando di darle una vita migliore.

Il venditore di alberi di Natale era arrabbiato per la politica di separazione delle famiglie negli Stati Uniti proprio quanto lo ero io. Ma i sostenitori di Trump avevano idee diverse su cosa fosse il Paese e su come dovessero essere protetti i suoi confini. Per me era incomprensibile perché fosse così difficile per i migranti messicani attraversare gli Stati Uniti nel 2019, ma così facile per i soldati russi attraversare il confine con l’Ucraina nel 2022.

Una cosa rimane indiscutibile: l’umanità fa continuamente confusione con i confini. Come gli adolescenti insicuri della propria identità, lasciamo entrare le persone sbagliate e teniamo fuori quelle giuste. Prestiamo troppa attenzione alle apparenze, tra cui non solo il colore della nostra pelle, ma anche quello dei nostri passaporti; invece potremmo prestare maggiore attenzione a valori fondamentali come la libertà, la dignità e lo stato di diritto, che possiamo condividere o meno. Eppure alcuni di noi si lasciano facilmente ingannare dagli stranieri, come me quando da bambina ammiravo la Russia, oppure ne hanno troppa paura, come gli americani che chiedono a gran voce un muro per tenere fuori i messicani. Perché sbagliamo così tanto nello scegliere di chi fidarci? Forse perché non sappiamo come fidarci gli uni degli altri nei nostri stessi Paesi.

Come scrittrice, tendo a pensare alla casa come alla narrazione condivisa dai suoi residenti. Le persone e i luoghi nascono nelle storie: poeti, drammaturghi, antichi profeti e romanzieri hanno tutti immaginato i Paesi e le città in cui viviamo ora, e le loro storie hanno influenzato notevolmente noi e le nostre relazioni reciproche. Ma in quale storia ci collochiamo tutti? La mia risposta è complicata e al tempo stesso diretta: l’unica storia in cui possiamo stare tutti è quella vera.

La vera storia dell’Ucraina è complessa, dolorosa e drammatica. Per molto tempo nessun libro ha riportato l’esperienza della mia famiglia o spiegato perché non ho ereditato la lingua ucraina dai miei nonni. La loro decisione di proteggere i loro figli (i miei genitori) educandoli a parlare russo era inspiegabile per me quando ero bambina. Crescere parlando russo mi faceva sentire fuori posto. Così, alla fine, ho dovuto scrivere un romanzo su famiglie come la mia. La mia città natale, Lviv, si trovava nel cuore delle “Terre del Sangue”, come lo storico Timothy Snyder chiama le terre che vanno dal Baltico al Mar Nero. Ho dovuto scoprire che l’esercito sovietico ha ucciso migliaia di ucraini all’inizio della seconda guerra mondiale. E che circa 100.000 cittadini ebrei di Lviv sono morti nello stesso periodo.

La mia famiglia ha vissuto il trauma dell’Holodomor, chiamato anche Grande Carestia, che si è verificato nel periodo 1932-33, ma i miei nonni non ne hanno mai parlato in dettaglio. Il silenzio crea crepe così profonde che è difficile sentirsi a casa. Quando le storie sull’Olocausto o sull’Holodomor non vengono rivelate completamente, siamo costretti a non fidarci l’uno dell’altro. Chi eri tu nel 1933? Quello affamato o quello che prendeva tutto il cibo? Quello che ha sparato agli attivisti ucraini nel 1941 o quello che ha cercato il proprio caro tra i corpi in decomposizione? Quello spaventato che guardava dalla finestra quando gli ebrei venivano portati via o quello che li sequestrava? Quello che mandava messaggi al KGB sul suo vicino di casa o quello che aiutava i dissidenti ucraini? Ci sono stati silenzi al posto delle tanto necessarie storie. E quando mancano le storie vere, manca la fiducia. Siamo destinati a credere alla propaganda e a tracciare i confini sbagliati ancora e ancora, senza mai sentirci completamente a casa.

In Ucraina, tutto è cambiato nei primi giorni di dicembre 2013, all’inizio della Rivoluzione della dignità, quando i manifestanti sono scesi in piazza dopo che il presidente Yanukovych aveva rifiutato un avvicinamento all’Europa a favore di Mosca. Dopo che la polizia ha massacrato di botte gli studenti di Piazza Indipendenza a Kyjiv, è diventato chiaro che era il momento di scongiurare che l’Ucraina si trasformasse in uno Stato autoritario come la Russia o la Bielorussia. Chiunque si sentisse un ucraino libero ha dovuto correre il rischio di recarsi al Maidan. E se gli altri non avessero avuto il coraggio di unirsi alla manifestazione? Allora i pochi coraggiosi sarebbero stati impotenti di fronte alla violenza della polizia. Per scendere in piazza a Kyjiv, dovevamo correre il rischio di fidarci l’uno dell’altro.

Finalmente sono arrivate fino a mezzo milione di persone. È stato allora che abbiamo capito che potevamo contare gli uni sugli altri. Finalmente l’Ucraina è sembrata casa anche a me. Casa non è un luogo magico e perfetto, ma un luogo in cui, se vieni picchiato dalla polizia, puoi essere certo che i tuoi vicini si faranno vivi per prendere posizione a tuo favore.

I vecchi silenzi non sono scomparsi miracolosamente, ma dopo il 2013 ci siamo fidati abbastanza da costruire piattaforme e istituzioni che facessero i conti anche con il nostro traumatico passato. E dopo la Rivoluzione della dignità, nel 2014 c’è stata una nuova storia vera, in cui alla domanda “Chi sei?” tutti hanno risposto ogni giorno. C’era la guerra alle nostre porte, i combattimenti continuavano nella regione del Donbas, ma la nostra visione era chiara come sempre.

Nella primavera e nell’estate del 2014 ero certa che fosse già iniziata un’invasione russa su larga scala e che la brutalità si sarebbe intensificata e diffusa gradualmente in tutta l’Ucraina. Ho messo la roba di mio figlio di tre anni in uno zaino d’emergenza, in modo da essere pronti a nasconderci in un rifugio antiaereo in qualsiasi momento. A quel tempo, le bombe non sono cadute su di noi; la Russia ha annesso la Crimea e ha rovinato la vita degli ucraini a Donetsk e Luhansk, ma non è andata oltre a pieno regime. Il mondo non ha reagito. Quindi i confini di casa mia erano chiari: erano i confini dell’Ucraina. Nessuno ci guardava le spalle, tranne noi.

Avevamo l’un l’altro, e questo aveva un valore inestimabile. Ma che dire della bella visione? Se non potevamo ancora realizzare il mondo perfetto in cui tutti ci sostenevamo a vicenda, che ne era del nostro confortevole continente, l’Europa? Gli anni dell’iniziale invasione russa, 2014-2015, sono stati un periodo in cui molti ucraini si sono sentiti traditi non solo dalla Russia, ma anche dall’Occidente, per non essere venuto in nostro aiuto. Eravamo europei sotto attacco, ma il problema era soprattutto nostro.

Nel novembre 1956, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese inviò un messaggio via telex al mondo, poco prima che l’artiglieria russa spazzasse via il suo ufficio. Il messaggio recitava: «Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa».

Lo scrittore ceco Milan Kundera ha iniziato il suo saggio del 1984 “La tragedia dell’Europa centrale” con questo messaggio. Essendo una delle figure di spicco della Primavera di Praga del 1968, Kundera capì cosa intendesse il coraggioso ungherese con “morire per l’Europa”. Come scrittrice ucraina a Kyiv nel 2022, non riesco a smettere di pensare a Kundera, che scriveva in esilio dopo il fallimento della Primavera di Praga. Noi, cittadini dell’Europa centrale, siamo pronti a combattere per l’Europa, anche se a volte il nostro amore non è corrisposto.

L’Europa non è venuta in soccorso dell’Ungheria. Né è venuta in soccorso dei cechi o degli ucraini nel 2014. Se essere mitteleuropei significa essere traditi dall’Europa, l’Ucraina è certamente un membro del club.

Tuttavia, quando la Russia ha iniziato l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa ha accolto gli ucraini in fuga e ci ha accettato incondizionatamente.

Ero fuori dal Paese al momento dell’invasione. Il mio volo di ritorno dall’Egitto all’Ucraina era previsto per le 7 del mattino del 24 febbraio 2022. Il volo è stato cancellato, ovviamente; la Russia stava bombardando gli aeroporti ucraini da Kyiv a Ivano-Frankivsk. «Sa cosa è successo?», mi ha chiesto il funzionario egiziano appena siamo entrati nel terminal. Non ho risposto per un attimo, così, come se mi lasciasse il tempo di assimilare il tutto, ha continuato a ripetere: “Lei non può tornare nel suo Paese».

Rimanemmo a lungo in mezzo a una folla disperata di ucraini, ma alla fine eravamo gli unici rimasti in quel piccolo aeroporto. Il resto degli ucraini aveva lasciato l’edificio, dirigendosi verso gli autobus messi a disposizione dalle loro agenzie di viaggio.

Quel giorno ho comprato biglietti troppo cari dall’Egitto a Praga, dove Milan Kundera aveva combattuto per la sua terra e per l’Europa nel 1968. All’aeroporto di Hurghada, i cittadini europei hanno fatto il check-in con noncuranza e si sono diretti verso l’area dei controlli di sicurezza; a tutti i cittadini ucraini è stato chiesto di aspettare da una parte. Abbiamo cercato di spiegare che gli ucraini potevano viaggiare in Unione Europea senza visto da diversi anni. Ma gli addetti della compagnia aerea ci hanno risposto che ora non aveva più importanza: Praga doveva comunicare alla parte egiziana se era pronta a farci entrare nel Paese.

«E se non ci fanno entrare?», mi chiese a bassa voce mio figlio di 10 anni.
Non sapevo cosa rispondere e mi limitai a stringere la mano di mio figlio.

Io e altri ucraini abbiamo atteso la decisione di Praga per circa un’ora, discutendo su alcune voci per cui a un uomo ucraino a cui non era stato permesso di imbarcarsi sul suo volo per la Germania poco prima quel giorno. Poi ci è stato annunciato il verdetto: «Potete andare».

Anche quando siamo arrivati all’aeroporto di Praga, non ero sicuro di cosa sarebbe successo. L’ufficiale di frontiera ceco ha dato un’occhiata ai nostri passaporti e poi ha guardato noi. Era più interessata alle espressioni dei nostri volti che ai dati dei nostri passaporti: forse era nuova e non aveva ancora visto persone il cui Paese era bombardato dalla Federazione Russa. Credo che ci guardasse con compassione. Poi ha timbrato i nostri passaporti senza fare domande. E ho capito che sapeva: tutto il mondo ci stava guardando.

Ho iniziato a piangere e non riuscivo a smettere, e quando mio figlio mi ha chiesto perché stessi piangendo, ho risposto:
«Perché siamo a casa».
«Ma questa non è l’Ucraina», ha obiettato.
«Questa è l’Europa», ho risposto, come se questa parola “Europa” dovesse spiegare tutto a mio figlio.

Stavamo cadendo e i nostri compagni europei erano pronti a prenderci. Forse i contorni di casa si sono appena allargati, pensai.

Un po’ più tardi ho saputo che i biglietti del treno nella Repubblica Ceca e in Polonia erano gratuiti per i cittadini ucraini che erano appena fuggiti dalla loro patria. Ho viaggiato in treno da Praga alla Polonia e, il terzo giorno dell’invasione, ho finalmente attraversato il confine per rientrare in Ucraina.

Al confine tra Polonia e Ucraina ho assistito a una disperazione e a una paura indescrivibili. Bambini piccoli spingevano pesanti valigie, le loro nonne e madri spaventate sembravano ancora più disorientate di loro. Ho sentito le urla della folla, mentre la gente veniva schiacciata nella calca, e la voce alta della guardia di frontiera che cercava di attirare l’attenzione dei rifugiati e di evitare una tragedia. Eppure tutte queste persone stavano per essere accettate e persino accolte nell’Unione Europea. Forse in quel momento non lo sapevano – infreddoliti, affamati e impauriti al confine – ma proprio in quel momento i confini della loro casa, l’Europa, si stavano allargando fino a includere l’Ucraina.

L’Europa era la nostra casa e si è dimostrata uno spazio in cui potevamo contare gli uni sugli altri, come gli ucraini contavano gli uni sugli altri al Maidan nel 2014.

Noi ucraini siamo ben consapevoli delle discussioni sull’accoglienza dei rifugiati ucraini da parte dell’Europa. Pur condividendo le preoccupazioni per il razzismo e l’islamofobia, credo che quanto accaduto ai rifugiati ucraini sia stato più di un semplice atto di gentilezza. È stato un cambiamento di prospettiva, un cambiamento nella storia dell’Europa e, in definitiva, un cambiamento nei confini di quella che gli ucraini e gli altri europei considerano la loro casa comune. Gli ucraini ora non combattono solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa.

Questo potrebbe non essere di grande aiuto per i rifugiati provenienti dalla Siria o dal Sudan, purtroppo. Ma credo che gli atti di gentilezza verso un gruppo di rifugiati possano insegnare a tutti noi, compresi gli ucraini, a essere più gentili con tutte le altre persone in fuga dalle guerre. Possiamo cantare di un’utopica fratellanza, o lavorare diligentemente per espandere i limiti della fragile fiducia condivisa che abbiamo. Malgrado tutti gli ostacoli, continuo a credere che il sogno di un mondo senza confini debba essere la nostra ispirazione. Forse non riusciremo mai a realizzare pienamente questa visione, ma può trasformarsi in una strategia che cambia la realtà in meglio.

Nessuno è obbligato ad accogliere uno sconosciuto o a dimostrargli amore, eppure succede. Questo amore diventa una storia vera che cambia tutte le storie future, comprese quelle dei rifugiati.

Nel giugno del 2022 sono arrivata a Bruxelles e ho preso un autobus dall’aeroporto alla città. Ero diretta a un incontro al Parlamento europeo per discutere delle responsabilità dei crimini di guerra russi. L’autobus era pieno di uomini in giacca e cravatta, tutti chiaramente diretti alle istituzioni europee. Tuttavia, forse sono stata l’unica a notare l’ironia della canzone che apriva la playlist dell’autobus: «I follow the Moskva, down to Gorky Park…» («Seguo la Moscova, fino a Gorky Park») cantava il frontman degli Scorpions. I diplomatici in abiti costosi continuavano a scrivere sui loro computer portatili, senza prestare attenzione alla canzone e alla storia che trasmetteva. Sapevo di non rientrare in questa storia. Ma sapevo anche che eravamo andati a Bruxelles per scrivere una nuova narrazione per tutti, non per cambiare una schifosa playlist su una navetta da aeroporto.

Questo testo è della scrittrice Viktoriya Amelina, morta l’1 luglio a causa di un raid missilistico russo. Lo ha scritto originariamente per l’Università dello Iowa ed è stato pubblicato anche dal Guardian.

Testo tradotto in italiano da Flavia Bevilacqua.