L’editore americano HarperCollins ha avuto l’ottima idea di riproporre nel volume intitolato A Kidnapped West. The Tragedy of Central Europe, la traduzione inglese dell’omonimo saggio scritto quarant’anni fa da Milan Kundera (morto a Parigi l’11 luglio 2023. Lo stesso saggio è pubblicato in italiano da Adelphi, nella traduzione di Giorgio Pinotti, all’interno della miniraccolta kunderiana intitolata Un Occidente prigioniero). Questo testo si rivela essere la chiave perfetta per comprendere il significato dell’attuale conflitto russo-ucraino. O, quantomeno, a me pare che lo sia. Kundera, che a quel punto della sua vita aveva abbandonato casa sua, nella Cecoslovacchia comunista, per cercare un’esistenza migliore in Francia, aveva intitolato quel suo saggio Un Occident kidnappé ou la tragédie de l’Europe centrale e l’aveva pubblicato sulla raffinata rivista parigina Le Débat, ora purtroppo defunta.
Quel saggio divenne famoso. Ne uscirono della traduzioni sulla New York Review of Books e su altri periodici di quello stesso tipo in giro per il mondo. Poi, dopo le rivoluzioni del 1989, quando la Guerra fredda stava diventando un ricordo sempre più sbiadito del passato, si sbiadì allo stesso modo anche il ricordo di quel celebre saggio. E fu un peccato.
Kundera, in quel lontano 1983, voleva convincere i suoi lettori ad accantonare il pensiero politico convenzionale, che descriveva la Guerra fredda come un gigantesco conflitto fra due sistemi imperiali o “blocchi” – l’Europa occidentale contro l’Europa orientale – oppure come un conflitto fra principi politici – la democrazia liberale contro il comunismo. Questa visione presupponeva una divisione antropologica di fondo tra l’Occidente e l’Est e riteneva che il blocco sovietico fosse pervaso da un’“anima slava” che difficilmente avrebbe potuto essere compresa dai più razionali cittadini occidentali. Ma Kundera rifiutava tutte queste analisi.
Nella sua interpretazione, il confine che durante la Guerra fredda separava i due blocchi era semplicemente un accidente della guerra, una linea tracciata artificialmente e superficialmente attraverso il Vecchio continente alla conclusione della Seconda guerra mondiale nel punto in cui erano arrivati l’esercito degli Alleati e quello dei sovietici alla fine della loro avanzata, l’uno da Ovest e l’altro da Est, contro i tedeschi.
Ma, più in profondità, l’Europa era attraversata da un’altra divisione, questa sì antica e autentica. Si trattava, in questo caso, di un’eredità del tardo Impero romano e della fatidica separazione tra le due capitali, Bisanzio e Roma. In conseguenza di questa divisione, in una delle parti dell’Impero sorse la Chiesa ortodossa orientale, con le sue tradizioni culturali che si mescolarono poi con quelle dell’Impero russo e con l’insaziabile desiderio di quest’ultimo di inghiottire le nazioni vicine. Nell’altra parte dell’Impero romano, invece, quell’antica divisione generò la Chiesa cattolica e le tradizioni a essa legate, che diedero poi vita al Rinascimento, allo spirito della civiltà occidentale e all’età moderna – «l’epoca fondata sull’ego che pensa e dubita, e caratterizzata da una produzione culturale che di tale ego unico e inimitabile era l’espressione» – nelle parole di Kundera. E l’“anima slava” con tutto ciò non ha niente a che fare.
Durante la Guerra fredda, secondo l’analisi di Kundera, non c’erano due Europe, ma tre. L’Europa dell’Est era la Russia. Le piccole nazioni a Ovest della Russia costituivano l’Europa centrale e non si identificavano con la tradizione russa. Si identificavano invece con la civiltà occidentale e con le sue aspirazioni universali, anche se erano rimaste intrappolate dietro le linee sovietiche. Queste piccole nazioni, però, avevano dei tratti propri che le distinguevano dall’Europa occidentale.
L’Europa occidentale aveva, a suo modo, una pulsione verso il dominio, dettata dalla convinzione che a fare da garante del suo potere e del suo successo ci fosse la Storia con la “s” maiuscola. Le nazioni dell’Europa centrale, invece, nutrivano una sensazione di fragilità – la fragilità delle loro lingue e delle loro culture, talvolta sull’orlo dell’estinzione. Questo generava un “tono” ironico, beffardo, stravagante, come si può vedere nei loro principali scrittori, che, secondo Kundera, erano Hermann Broch, Robert Musil, Jaroslav Hašek e Franz Kafka (ma doveva avere in mente anche se stesso).
La vera storia della Guerra fredda, secondo il punto di vista di Kundera, non era, in sostanza, la storia della Nato e della sua contrapposizione con il blocco sovietico. Era, invece, la storia di quelle nazioni fragili e della loro lotta per preservare le proprie lingue e le proprie culture: si trattava di una storia di sollevazioni e di ribellioni contro i sovietici – in Ungheria e in Polonia nel 1956, in Polonia e in Cecoslovacchia nel 1968, poi di nuovo in Polonia e poi così via negli anni a seguire. Erano sollevazioni e ribellioni per difendere la propria identità culturale e finirono per essere, come divenne poi chiaro, la rampa di lancio che consentì alla rivoluzione che avvenne in quella regione nel 1989 di ascendere fino al trionfo.
A Kundera sembrava poi che gli ebrei dell’Europa centrale fossero un’altra di quelle nazioni – «la piccola nazione per eccellenza» – e che avessero giocato un ruolo particolare nel creare l’«unità spirituale» dell’intera Europa centrale. E anche il sionismo gli sembrava essere l’espressione della decisione di esistere da parte di
un’altra piccola nazione.
E gli ucraini? Nel 1983 Kundera dedicò loro solo una singola, scandalizzata nota a piè di pagina [che compare nell’edizione americana, derivata dalla traduzione apparsa a suo tempo sulla New York Review of Books, ma non in quella italiana – N.d.T]: «Una delle più grandi nazioni europee (gli ucraini sono quasi quaranta milioni) sta lentamente scomparendo. E questa cosa, enorme e quasi incredibile, sta avvenendo senza che il mondo se ne avveda». Ma quella nota a piè di pagina fu profetica.
Nessuno che legga oggi il saggio di Kundera potrà non accorgersi del fatto che l’Ucraina ha dato prova di essere a sua volta un’altra delle nazioni ribelli dell’Europa centrale. Certo, l’identità ucraina attinge al Cristianesimo ortodosso e non al Cattolicesimo. Kundera ha forse un po’ sottovalutato le risorse dell’Ortodossia. Ma il modo di fare impetuoso del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che come tutti sanno è ebreo, si adatta perfettamente alla descrizione da parte di Kundera della resistenza dell’Europa centrale nel suo complesso e del ruolo giocato dagli ebrei in quel contesto.
Per poter pubblicare questo saggio di Kundera, che è molto breve, in un volume autonomo, HarperCollins [così come hanno fatto Gallimard in Francia e Adelphi in Italia – N.d.T.] ha scelto di proporlo in combinato con un altro suo scritto del 1967, La letteratura e le piccole nazioni, e con due introduzioni ben informate scritte dallo storico Pierre Nora, che fu tra i fondatori della rivista Le Débat, e dall’intellettuale franco-ceco Jacques Rupnik. Ma questo è un libro che chiede a gran voce di essere letto alla luce della guerra in Ucraina.
Se fosse mai possibile fare un’altra edizione di questo testo di Kundera, spero che venga invece accoppiato con un saggio del 1919 di Paul Valéry, La crisi dello spirito, sulla necessità, per gli europei, di riflettere sul significato della loro civiltà e sulle sue antiche radici [una traduzione italiana di questo testo di Valéry si trova nel volume intitolato In morte di una civiltà. Saggi quasi politici, una raccolta di scritti del poeta francese pubblicata da Aragno a cura di Massimo Carloni – N.d.T.]. Fu proprio Valéry a infondere questi temi nella letteratura moderna. E Kundera è il suo erede.
Il saggio di Valéry, per certi aspetti, potrebbe essere addirittura migliore di quello di Kundera, perché è più disposto a riconoscere che anche la civiltà occidentale è capace di orrori. In ogni caso, però, trovo che questi due saggi, La crisi dello spirito di Valéry e Un Occidente prigioniero di Kundera, siano le grandi articolazioni letterarie di una identità spirituale occidentale attraente e variegata e che siano scritti con un tono che soltanto i più grandi autori possono avere: profondo, umano, naturale e moralmente avvertito. Sono due grandi testi, degni dell’eroismo a cui stiamo assistendo, proprio ora, in Ucraina.
Questo articolo è stato pubblicato su Air Mail.
