Podcast candidateIl Kennedy sbagliato (e complottista) piace più ai repubblicani che ai Dem

Parla come Marge Simpson e all’America paranoide e no-vax. Crede che la Cia abbia ammazzato suo zio e ai media tradizionali preferisce i demiurghi dello streaming, ma il suo unico asset è il cognome: il partito è compatto dietro Joe Biden

Un comizio di Robert F. Kennedy a Boston
AP Photo/Josh Reynolds

C’è un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che fa le flessioni. Escludiamo l’anchilosato Joe Biden e un peso massimo come Donald Trump. No, non è neppure Ron DeSantis, più ginnico dei due favoriti. È Robert F. Kennedy Jr, sessantanove anni e quel cognome dinastico ingombrante, asciugabile in una sigla – Rfk Jr. – che per assonanza lo assimila al padre Bob e al mitologico zio, Jfk, entrambi morti ammazzati più di mezzo secolo fa. Nel video viralissimo su TikTok, si rialza un po’ a fatica dall’ultimo dei piegamenti. Poi esibisce i pettorali e un sorriso da cyborg, mentre la voce fuori campo di chi lo riprende sigilla: «That’s a fit boy».

Il «ragazzo in forma», recita la didascalia, si sta preparando ai dibattiti con Biden. È un democratico, infatti. Anzi, un «Kennedy democrat», svetta sui cartelli ai suoi comizi. Il brand di famiglia è troppo riconoscibile per non provare a sfruttarlo. Suo zio, da presidente, ha lanciato il programma Apollo; chissà se lui crede all’allunaggio, vista l’inclinazione al complottismo che lo caratterizza. In un profilo memorabile, l’Atlantic l’ha definito «il primo democratico Maga», dove Maga sta per «Make America Great Again», il credo trumpiano. Non sta stampato su un cappellino rosso, ma nel Dna di un personaggio troppo freak per non essere preso sul serio, non fosse accreditato attorno al venti per cento nei sondaggi più ottimisti.

Nell’intervista con John Hendrickson, Kennedy sbaglia pure l’etimologia di «complottismo», attribuendola alla Cia (a chi sennò?), che ritiene coinvolta anche nell’assassinio di Jfk (vecchia storia). In realtà le prime attestazioni sono del 1881, nelle cronache sull’attentato al presidente James Garfield, morto due mesi dopo essere stato ferito da un colpo di pistola. Un parallelismo storico inquietante, anche se non ritenete una buona idea indossare uno scolapasta come elmetto. La lezione del 2016, interiorizzata ai limiti dell’ipercorrettismo, sconsiglia di deridere gli stramboidi, finisce che marciano sul Congresso (o su Mosca, quando non trovano traffico all’altezza di Minsk).

Joe Biden presenta i suoi risultati economici a Chicago
Joe Biden (AP Photo/Evan Vucci)

La biografia di un Kennedy condivide con quella della nazione due traumi: l’assassinio di Jfk nel 1963 e cinque anni dopo quello del padre Bob. Quella di Rfk Jr., per sommi capi, vede uno snodo nel 1983, quando viene arrestato per possesso di eroina dopo una sospetta overdose. Va in rehab e si reinventa, a fatica, avvocato. È un ambientalista ante litteram. Deve la conversione ai lavori socialmente utili che gli fanno incontrare i pescatori dell’Hudson. Resta traumatizzato quando lo avvisano che non è sicuro mangiare i pesci del fiume, a causa dell’inquinamento da mercurio.

Questo metallo pesante è un po’ la sua kryptonite. Lo combatte dapprima nei corsi d’acqua, si fa conoscere così, poi nei vaccini. Nel 2011 ha varato addirittura una fondazione «per proteggere i bambini», quando sono più di dieci anni che il mercurio non è più presente nei sieri. Le teorie cospirazioniste che Kennedy proietta sulla storia familiare diventano corrosive in ambito sanitario. È convinto che il WiFi causi il cancro al cervello, che le sparatorie di massa siano dovute agli antidepressivi; parteggia per la Russia, perché l’Ucraina guerreggia «per procura» e, quindi, per conto degli Stati Uniti.

A pandemia in corso raggiunge nuove vette, si fa per dire. Nel 2021 esce “Il vero Anthony Fauci”, un trattato. Il sottotitolo tira in ballo, in ordine sparso, Bill Gates, «Big Pharma» (nella sua autoglorificazione non manca mai la causa da 289 milioni di dollari con la Monsanto sul glifosato) e una fantomatica repressione globale della democrazia. Avrebbe venduto un milione di copie «nonostante la censura». Le sue idee apertamente no-vax e la disinformazione quotidiana gli valgono il deplatforming. Il profilo Instagram gli è stato sbloccato e restituito solo ad aprile in quanto candidato alla presidenza.

Un comizio dell'ex presidente americano Trump a Washington
Donald Trump (AP Photo/Jose Luis Magana)

Per dare un’idea del tenore delle sue tesi: ha sostenuto – e si è dovuto scusare – che nella Germania nazista gli ebrei godessero di maggiore liberà degli americani al tempo dell’obbligo vaccinale. In quell’occasione, la sorella Kerry l’ha scaricato con un tweet in cui bollava come «nauseanti e deleterie» le «menzogne e l’allarmismo» del fratello. Il clan Kennedy sta con Biden. Bobby Jr. è, si direbbe in giornalese, una pecora nera; l’archetipo dello zio che mette in imbarazzo i parenti alle cene di Natale. Peccato che il suo pubblico, da qualche tempo e per l’inevitabile attenzione dei media, non sia una tavolata. È l’America intera.

L’informazione mainstream si interroga su come coprire la sua campagna. Si può ignorare un candidato legittimo dalle tesi dolose? «Non lasciamo mai che i sondaggi dettino la nostra narrazione, ma sono un fattore», ha spiegato un dirigente televisivo a Vanity Fair. Da parte sua, Kennedy esibisce una diffidenza trumpiana per le testate tradizionali; come un Tucker Carlson qualsiasi, le accusa di manipolazioni e di fabbricare fake news. Invece corteggia, ed è ricambiato, il sottobosco di podcast, streaming e talk corsari che prosperano sul web.

Ha avuto accesso al prime time acustico di Elon Musk nella nuova Twitter. Ai profili dei quotidiani di carta ha preferito sedersi tre ore con Joe Rogan, demiurgo del videopodcast in direzione ostinata e complottista da centonovanta milioni di download al mese (tanto che Spotify si era comprato l’esclusiva al prezzo di cento milioni di dollari). È passato al Project Veritas di James O’Keefe, mentre la sua chiacchierata con Jordan Peterson è stata rimossa da YouTube per le solite mistificazioni sui vaccini.

Comizio del candidato repubblicano Ron DeSantis a Hollis, N.H.
Il governatore della Florida Ron DeSantis, contende a Trump la nomination repubblicana (AP Photo/Josh Reynolds)

Sui suoi social, il candidato parla di «biostitutes», una crasi tra «biologi» e «prostitute» (cioè gli scienziati asserviti al denaro) cara all’universo delle pseudo-verità alternative. In un altro video promuove i Bitcoin come «antidoto al totalitarismo», afferma che usarli è «un diritto inviolabile» (!) e che la sua campagna accetta donazioni in criptovaluta. A proposito, in una clip in cui ha alle spalle l’ansa di un fiume – che abbia degli spin doctor è evidente – quasi si commuove chiedendo cinque o dieci dollari e promette di non spenderli in consulenti o inutili spot tv.

Pare che il suo comitato abbia raccolto quasi sei milioni di dollari. Ha incassato alcuni endorsement di spicco, chiamiamoli così, tra i quali il giocatore di football Aaron Rodgers, l’attrice Alicia Silverstone e l’ex boss di Twitter, Jack Dorsey, uno che una volta aveva annunciato di punto in bianco la volontà di trasferirsi in Africa (sui mostri partoriti dalla Silicon Valley, è imprescindibile l’ultimo libro di Linkiesta Books, “La macchina del caos”). Ogni presidente americano ha avuto un media più congeniale, ha scritto il New Yorker: la radio per Roosevelt, la tv di Jfk e Twitter per Donald Trump.

Il Kennedy del terzo millennio somiglia al primo «podcast candidate». Lo teorizza lui stesso, accostandosi alla telegenia dello zio. Eppure ha una voce stranissima, metallica e ingolfata, dovuta alla disfonia (un problema neurologico che causa spasmi involontari alla laringe). «Non funziona per cinque o sei minuti, finché non scaldo le mie corde vocali». Da qui la predilezione per i format a lunga gittata, dove può articolare una visione del mondo distorta. Il suo timbro, ha rilevato l’Atlantic, ricorda quello di Marge Simpson. È peggiorato dopo i quarant’anni. Colpa di un vaccino antinfluenzale, sostiene (senza alcuna prova). Aridaje.

Bobby Kennedy Jr. a una manifestazione No Vax Milano del 2021
Bobby Kennedy Jr. a una manifestazione No Vax Milano del novembre 2021 (Claudio Furlan/LaPresse)

Le sue iniziative pubbliche, per ora, si sono rivolte soprattutto a platee tendenzialmente di destra. Uno dei temi preferiti è quello dell’ostracismo mediatico. C’è qualcosa di trumpiano – più in generale populista o bipopulista – in questa retorica. The Donald l’ha definito «un ragazzo molto intelligente», dotato come lui di un buon senso che trascende gli schieramenti. Kennedy ha apprezzato, s’è detto orgoglioso di piacere all’ex presidente (evasore, eversore e golpista). Evita con accuratezza di criticarlo. Un post su Substack di uno stratega di Trump del calibro di Roger Stone disegnava addirittura un ticket tra i due. Era “solo” una boutade, però.

Rfk Jr. è una minaccia per Biden? Gli unici sondaggi in cui cresce sono quelli condotti tra i repubblicani, ha puntualizzato il Washington Post. Tra chi dovrebbe votarlo, i consensi restano tutto sommato stabili o in leggera flessione. «Le primarie dei Democratici del 2024 non sono neppure una corsa e fingere che lo siano è un disservizio ai lettori», l’ha toccata piano Nathaniel Rakich su FiveThirtyEight. È una specie di circolo vizioso: i malumori sull’età di Biden, che c’erano, sono rientrati per mancanza d’alternative dopo l’annuncio della ricandidatura. Questo ha spazzato il campo. Sono rimasti gli impresentabili.

Nessun presidente in carica ha perso le primarie, sfidarlo viene visto come un suicidio politico. Marianne Williamson (ci aveva provato pure nel 2020) e Bobby Kennedy Jr. ottengono attenzione e agibilità mediatica per la stessa ragione: hanno notiziabilità, suggeriscono un po’ dinamismo in un campo dove non ce n’è – perché la decisione è già stata presa, salvo sorprese. Sono le linee colorate sul fondo dei grafici delle rilevazioni dove veleggia Biden, che ha dietro il partito l’establishment.

Joe quest’estate andrà in tour nel Paese a difendere i risultati della sua amministrazione. Ha arruolato un produttore cinematografico per trasformare in asset la sua longevità. A ottant’anni Harrison Ford può ancora impersonare Indiana Jones, Mick Jagger scatenarsi su un palco (con orgoglio strapaesano qui andrebbero citate le flessioni di Al Bano a Sanremo): Biden potrà ben capitalizzare la sua saggezza, con quella patina d’Irishness riscoperta nel viaggio di Stato di questa primavera. L’unico vero asset di Kennedy, si riscontra nei sondaggi, a parte la presa su una certa America paranoide, è il suo cognome.

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