The IrishmanL’Irlanda da Nord a Sud e la «relazione speciale» di Joe Biden

Il presidente americano si trattiene a Belfast il minimo indispensabile. Concede al primo ministro Sunak una mezz’ora, poi va sulle tracce degli antenati, a ribadire le storiche affinità elettive tra Dublino e gli Stati Uniti

Il presidente americano Biden con il primo ministro britannico Sunak
Foto Patrick Semansky/AP

Belfast. «Gli abitanti dell’Irlanda del Nord hanno fama di essere eccezionalmente amichevoli, tranne che tra di loro». L’aforisma è di un ex corrispondente del Guardian. Il presidente americano, in visita nell’isola per quattro giorni, martedì sera è accolto dal più tipico meteo inospitale. Pioggia battente, vento che strapazza l’ombrello. Al Nord si trattiene il minimo indispensabile. Per un po’ Downing Street ha cercato di spacciare l’incontro di ieri con il primo ministro Rishi Sunak come un bilaterale. È un caffè di mezz’ora. Si era speculato su un accordo commerciale con gli Stati Uniti, quello in ballo da quando Londra ha perso quello di cui godeva come Stato membro dell’Ue, ma Biden rinvia il discorso a giugno. È qui per altro.

Sulla Brexit assesta questo virgolettato: «So che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha creato sfide complesse qui in Irlanda del Nord. Ho incoraggiato i leader a rispondere a questi problemi in una modalità che fosse al servizio dei migliori interessi» della regione. Sull’anniversario che l’ha portato a Belfast, i venticinque anni dell’Accordo del Venerdì Santo, il passaggio più memorabile è questo: «La semplice verità è che la pace e le opportunità economiche vanno di pari passo». Lo ripete due volte dal palco del nuovo campus dell’Ulster University, costato 350 milioni di sterline. Ricorda una visita precedente, nel 1991. Citando un poeta nordirlandese, Sinéad Morrisey, plaude il futuro «a colori» reso possibile dal compromesso patrocinato nel 1998 da Bill Clinton, contrapposto al passato «oscuro e silente» dei Troubles.

Il centro della città è militarizzato. Il percorso dall’albergo all’ateneo, passando per il municipio, è protetto da transenne di metallo. La sera prima del discorso nelle vie circolano più pattuglie che civili. Hanno una sovra-divisa giallo sgargiante, lucidata dalla pioggia torrenziale. Nel giorno di Biden, invece, il cielo è azzurro. Nonostante i blocchi stradali che stravolgono il traffico, i cittadini sembrano soprattutto elettrizzati della visita. Si assembrano contro le barriere. Nel punto più vicino all’università compaiono bandiere palestinesi e cubane per uno sporadico sit-in. C’è anche un trumpiano suonato con il vessillo di Gadsden, serpente nero su fondo ocra, che a un certo punto gli attivisti gli strappano.

«È difficile fare una manifestazione da solo», sospirava. Ha cercato di appioppare il suo cartello sulla strage di Nashville a un gruppetto di locals poco entusiasti. Ai cori contro gli Stati Uniti, strappa qualche risata scandendo un solitario «Let’s go Brandon», lo slogan dell’alt-right paranoica sulla presunta falsificazione della realtà dei media progressisti. All’interno il presidente è conteso per i selfie della politica nordirlandese, che ha bacchettato in modo neppure troppo felpato. Ha invitato il Parlamento di Stormont a riprendere i lavori: bloccati oggi dai ricatti a oltranza del Dup unionista, ma tra il 2017 e il 2020 dalla maggiore famiglia politica nazionalista, Sinn Féin.

Biden all'Ulster University
Foto Christophe Ena/AP

La Casa Bianca si è trovata nella surreale situazione di dover smentire di essere «antibritannica e repubblicana», accuse pronunciate da un deputato del solito Dup. Sono sparate che ometteremmo, se non provenissero dal partito che continua a boicottare le istituzioni e quindi impedire la formazione di un governo. Sul palco Biden ripercorre un pezzo del suo albero genealogico, ricorda che è stato un irlandese a progettare la Casa Bianca. «Un Irishman, non sto scherzando». Stai a vedere che, sotto l’amministrazione di un altro Irishman, gli Stati Uniti hanno una nuova «relazione speciale» con l’isola gemella, invece che con il Regno Unito.

Non è così nuova, a scorrere gli annuari. Il palmarès delle visite presidenziali nell’isola non ha eguali: dodici in tutto. Tra le più note e pesanti, John Fitzgerald Kennedy, primo presidente cattolico, nel 1963; a Richard Nixon nel 1970 tirarono le uova. Ronald Reagan nell’84; Clinton più volte, incluso ovviamente il 1998 dell’Accordo. Nel 2011 Barack Obama davanti a una Guinness ha scherzato sulla sua ascendenza per parte materna: «Sono venuto a cercare l’apostrofo che abbiamo perso da qualche parte». L’apostrofo, tipico dei cognomi irlandesi, deriva storicamente dall’omologazione imposta dagli inglesi, ai danni della «Ó» che significa «discendente di» in lingua gaelica.

C’è stato pure Donald Trump. L’ultima visita di Biden risale al 2016, quand’era vice di Obama. Cresciuto nella comunità «Irish-American» di Scranton, Pennsylvania, è andato a Sud sùbito dopo l’intervento a Belfast. Meno di ventiquattr’ore in Irlanda del Nord, poi via verso l’Éire degli antenati. I nomi punteggiano l’itinerario della sua agenda ufficiale, tra County Louth e County Mayo, murales che lo ritraggono e parenti con cui è rimasto in contatto. È celebre una sua battuta, durante la campagna elettorale del 2020. Un giornalista della BBC lo affianca e gli chiede un breve commento. «La BBC? Sono irlandese», risponde lui.

Su quell’ascendenza torna spesso, e volentieri. Nei suoi discorsi ricorrono le citazioni di due poeti irlandesi, premi Nobel, Seamus Heaney e William Butler Yeats. «Abbracciano parecchio del catalogo universale di emozioni e sono i principali a cui lui si rivolge quando ha bisogno di parole perfette per racchiudere un’emozione», ha detto il suo ex speechwriter all’Ap. Vista dal resto d’Europa, questa fissazione americana per d’Irlanda, e per le sei contee britanniche in cima all’isola, non è facile da comprendere.

Biden arriva a Dublino
Biden sbarca a Dublino (Patrick Semansky/AP)

Si cita sempre un dato: trenta milioni di cittadini americani hanno origini irlandesi – e spesso ne vanno fieri. Un’analisi da bar potrebbe essere che a una superpotenza con una fama guerrafondaia fa comodo, in termini di soft power, rivendicare il processo di pace di cui è stata protagonista, facendo dialogare fazioni separate da tre decenni di violenza settaria. C’entra anche l’economia, c’entra sempre. Ha ricordato lo stesso Sunak che gli Stati Uniti sono uno dei principali investitori stranieri della nazione, dove hanno creato tredicimila posti di lavoro.

Ci sono poi le affinità elettive, che sarebbe banale ricondurre ai calcoli elettorali. Quei trenta milioni di americani non si limitano a festeggiare San Patrizio, votano pure e sarà il «sogno americano», ma storicamente appartengono a strati sociali sia abbienti sia influenti. Esiste davvero l’approccio più sentimentale che diplomatico di cui ha scritto il New York Times? Un dato politico c’è, se il presidente che trascorre quattro giorni sulle tracce degli avi potrebbe saltare l’incoronazione di Re Carlo III d’Inghilterra a maggio. Dovrebbe mandare la first lady, Jill.

Mentre il presidente è atterrato a Dublino, con l’ombrello sottobraccio, noi prendiamo il treno da Belfast. Ci si può leggere un altro segno di un esperimento di convivenza, e di democrazia, ancora in corso. Lo ha notato anche David Mitchell, che coordina il corso Conflict Resolution and Reconciliation del Trinity College di Dublino. Tra le stranezze documentate dal ricercatore c’è il fatto che la linea non si chiama Belfast-Dublino, come suggerirebbero i luoghi che collega, ma «Enterprise, un nome da astronave». Per prenotare un biglietto si passa da due siti diversi, uno irlandese e uno britannico, in grado di geolocalizzare l’acquirente.

Ci sono altre piccole anomalie, come la possibilità di scegliere il posto a bordo solo da Nord, ma questo caso ferroviario è emblematico del dualismo di questa terra. In alcuni casi è un’esigenza identitaria di una comunità; in altri – per esempio l’educazione, con solo l’otto per cento dei bambini che frequenta scuole miste, tra cattolici e protestanti – significa sdoppiare il personale a parità di servizio. E spendere di più. Seicentomila sterline al giorno, secondo alcuni report, nel caso del settore formativo. (Ci siamo concentrati sull’economia, ma è lancinante il sottotesto politico di questa situazione).

A Mitchell il paradosso è venuto in mente dopo un incontro privato al Trinity, tra studenti e politici delle commissioni sull’Irlanda del Nord di Westminster e del Parlamento inglese. «Si parlava della necessità di una maggiore cooperazione, di relazioni migliori tra Nord e Sud – racconta il ricercatore –. Ma non riusciamo neppure a creare un vero e proprio collegamento ferroviario tra Belfast e Dublino. Ho pensato fosse uno dei sintomi dell’inefficienza di un confine: è sorprendente non avere progressi a venticinque anni dall’Accordo del Venerdì Santo. Quindi sì, forse è una metafora di qualcos’altro o di qualcosa di più grande».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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