Il salario addossoL’ingenua intransigenza di Schlein e l’emendamento che affossa il salario minimo

La segretaria del Pd non ha creato un clima favorevole per trovare un compromesso col governo sulla retribuzione minima legale. E se la lotta politica si fa con gli slogan, la destra che ha più voti in Parlamento non farà mai ottenere risultati alla minoranza

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Della questione del salario minimo orario, Elly Schlein intende fare una battaglia centrale, dura. Questo caldo allucinante non aiuta certo mobilitazioni di massa e tuttavia il Partito democratico sembra aver azzeccato un tema importante, che politicamente aggrega altre forze e propagandisticamente funziona. Le tantissime obiezioni di merito (da Elsa Fornero alla Cisl a Tito Boeri e Roberto Perotti) sono state abbastanza ignorate perché la questione è diventata simbolica nella riproposizione dello schema classico secondo cui la sinistra è per i poveri e la destra per i ricchi, se si scusa la rozzezza dell’immagine. 

Il Pd si intesta la proposta sapendo che su di essa convergono anche Giuseppe Conte e Carlo Calenda dando così gambe concrete alla lettiana idea del campo largo. Dal punto di vista di Elly Schlein tutto funziona: ha battuto Conte sul terreno che questi sovente sceglie per le sue involate masanelliane e ha anche separato (ma questo non è solo merito suo) Calenda da Renzi, ostentatamente estraneo alla questione. E dulcis in fundo ha sfidato la destra sul terreno sociale. 

Tutto l’ingranaggio però è destinato a ingripparsi in seguito alla scelta piuttosto inconsueta della destra di far saltare la proposta di legge con un emendamento nel decreto lavoro. È una condotta ai limiti, e forse oltre i limiti, della correttezza politica e della ammissibilità formale: si sta creando un precedente in base al quale un governo può annichilire preventivamente una proposta dell’opposizione mediante un semplice emendamento, con la conseguenza che in questo modo potrebbero non esserci più spazi per discussioni di merito su leggi proposte dalla minoranza parlamentare. 

Come questo sia ammissibile tecnicamente non sapremmo dire. Ma che sia politicamente assurdo questo sì che si può e si deve dire. Da questa vicenda si possono trarre alcune indicazioni politiche. La prima è che le cose vanno preparate meglio, e prima. Forse se le opposizioni avessero sondato per tempo il Governo per verificare il perimetro dell’intervento (nove euro? Di meno?), e se si fossero evitati certi toni da crociata religiosa in stile un po’ gruppettaro magari si sarebbe potuto ottenere un dibattito parlamentare di merito. 

Bisogna sempre creare un clima favorevole, chiedere collaborazione, alimentare un’attesa positiva nell’opinione pubblica. Se viceversa la si mette sul piano degli slogan e si fa a chi grida di più, se sei minoranza sei destinato a perdere. Sempre che il Pd voglia ottenere il risultato e non giocare al tanto peggio tanto meglio, abbaiando dopo la bocciatura, alla luna. 

La seconda considerazione riguarda un possibile imbarazzo di Carlo Calenda a entrare appunto in una crociata parlamentare (si parla di ostruzionismo) ed extraparlamentare che avrà inevitabilmente caratteristiche molto di sinistra, nella postura e nelle argomentazioni, con il rischio di fare la foglia di fico del Pd; l’alternativa è dissociarsi da una eventuale crociata dem col risultato di non farsi capire dall’opinione pubblica. 

La terza considerazione riguarda il Governo, che, come si diceva, ha assunto una linea di condotta muscolare e non democratica (per democratica s’intende – ma guarda se bisogna scrivere queste banalità – la possibilità di discutere) che conferma il tratto antiparlamentare e arrogante che è parte integrante della linea politica di Fratelli d’Italia e della Lega, molto meno di Forza Italia: peccato che il neosegretario Antonio Tajani già subisca l’egemonia altrui. Insomma, vedremo come finirà: ma probabilmente in questa storia del salario minimo alla fine avranno perso tutti.

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