Gli incompetenti Le sei preoccupanti conseguenze sull’economia causate dalla tassa sugli extraprofitti

A causa della imposta voluta dal governo Meloni, per cinque mesi gli istituti di credito non concederanno investimenti, mutui, credito, ritardando qualsiasi decisione al primo gennaio 2024. I titoli di Stato che vengono emessi in asta non saranno più attrattivi e la fiducia degli investitori stranieri nelle banche crollerà. Complimenti vivissimi

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La nuova tassa sulle banche varata dal governo Meloni è un clamoroso errore di politica economica, solo parzialmente mitigato dalla toppa parziale messa dopo avere parlato con qualcuno che conosce la materia meglio dei dilettanti che avevano fatto la prima stesura. Riassumiamo i fatti e gli errori davvero macroscopici commessi. nel 2020-2022 la Banca centrale europea ha abbassato i tassi di interesse fino a un -0,50 per cento (tassi negativi per la prima volta nella storia) per stimolare la ripresa economica post Covid. La gran parte delle banche ha evidentemente azzerato la remunerazione dei depositi (sotto zero non si può andare) e ha abbassato progressivamente i tassi sui prestiti alle persone (mutui in gran parte) e alle aziende. Lo spread tra tassi attivi e tassi passivi si è fortemente ridotto toccando il minimo storico nel 2021, e comprimendo il margine di interesse delle banche a livelli sconosciuti fino ad allora. Ne sono risultate difficoltà per alcune banche, per fortuna mitigate da perdite su crediti molto limitate rispetto al passato in parte per la migliore gestione del credito, in parte per gli aiuti alle aziende con i vari decreti covid che peseranno per dieci anni sui conti dello Stato, ma che almeno parzialmente hanno consentito di evitare la crisi finanziaria di molte aziende

La guerra in Ucraina e le azioni spregiudicate di Vladimir Putin per provocare una crisi energetica in Europa (ben aiutate dalla sconsiderata gestione della crisi stessa da parte di molti governi europei) hanno generato nell’estate 2022 uno shock inflattivo paragonabile alle crisi petrolifere degli anni Settanta e Ottanta. Il gas che determina in Europa il prezzo dell’energia è schizzato ad agosto 2022 a 345 euro/mwh, cioè circa quindici volte il prezzo pre crisi. L’energia di riflesso è arrivata a costare 0,70 euro/kWh, cioè sette volte il prezzo prima della crisi.

Le conseguenze su tutte le filiere produttive sono state devastanti. L’alimentare ha subito incrementi di costo del trenta per cento, la chimica – soprattutto tedesca – è entrata in una crisi quasi irreversibile, l’inflazione è aumentata rapidamente al dieci per cento. La Banca centrale europea e la Federal Reserve americana inizialmente hanno tardato a intervenire, per poi farlo con eccesso di zelo. I tassi sono così saliti a una velocità mai sperimentata in precedenza di cinquecentoventicinque punti base negli Stati Uniti e di quattrocento in Europa.

Le banche dapprima hanno ripristinato lo spread impieghi-depositi che era pericolosamente ridotto, e poi hanno iniziato a ottenere profitti attraverso la maggiore vischiosità dei tassi sui depositi che sono più lenti a salire (ma poi salgono inesorabilmente per effetto della concorrenza) rispetto ai tassi sugli impieghi che tendono a essere tutti o quasi indicizzati.

Negli Stati Uniti qualche istituto bancario è fallito per non avere capito subito che i tassi sui depositi sarebbero saliti in modo rapido e per avere fatto impieghi a tasso fisso e a lunga scadenza non coperti da depositi anch’essi a tasso fisso e a lunga scadenza. Le stesse difficoltà si manifesteranno (si spera senza fallimenti bancari) in Europa se tutti i mutui erogati e a tasso fisso non saranno adeguatamente coperti da depositi di uguale forma tecnica (tasso fisso) e scadenza. Dubito che, al di là del dichiarato, ciò sia vero al cento per cento per tutte le banche europee, perché la tentazione di lucrare sul tasso fisso leggermente più alto senza coprirsi adeguatamente quanto i tassi erano zero o negativi era altissima e qualche istituto può avere peccato. Vedremo se qualche istituto bancario ha fatto il furbo nel 2021 e nel 2022 e inizierà a pagare dazio pesantemente nel 2024.

Questa dinamica di mercato è assolutamente fisiologica e premia le banche in regime di tassi crescenti, mentre le penalizza per gli stessi e opposti motivi in regime di tassi calanti. L’inflazione nel frattempo sta crollando. Negli ultimi nove mesi il tasso di inflazione in Italia è stato intorno all’un per cento. Non appena tra agosto e ottobre saranno eliminati dal calcolo dell’inflazione annuale i tre mesi di violenta inflazione da “Gas + energia” dello stesso periodo 2022, il tasso di inflazione annuale scenderà probabilmente sotto il fatidico 2 per cento. La riduzione non sarà così ampia in Germania dove le tensioni derivanti dalla scarsità di offerta hanno reso l’inflazione un po’ più elevata e vischiosa.

In ogni caso la Bce a novembre si troverà con tassi nominali intorno al 4,5 per cento e inflazione al 2,5 per cento e quindi ricomincerà a tagliare i tassi, anche perché nel frattempo la crescita economica è stata strozzata da tassi reali molto elevati, mentre l’inflazione – essendo stata generata da uno shock ormai de facto riassorbito – rientrerà praticamente da sola. A quell’epoca le banche vedranno i loro margini scendere rapidamente anche perché nel frattempo avranno dovuto rincorrere i depositi a tassi sempre crescenti per evitare le crisi di liquidità che hanno fatto fallire Silicon Bank e altre banche regionali americane.

In questa dinamica del tutto normale, se non fosse per la velocità inopinata e secondo me del tutto inutile, anzi dannosa, di salita dei tassi di interesse (cui speriamo non corrisponda la velocità di discesa che sarebbe giustificata da una recessione forte) è intervenuto il governo Meloni con un provvedimento a dir poco autolesionista e prociclico, cioè potenzialmente esasperante i movimenti che si devono invece cercare di ridurre. Ha tassato al quaranta per cento (aliquota assurda ed elevatissima) il differenziale tra margine di interesse 2023 rispetto al 2021 che, come illustrato, era stato il minimo storico di questo indicatore.

Quali saranno le conseguenze?

Primo. Le banche non avranno alcun interesse a fare impieghi, anzi se fossero razionali li dovrebbero sempre impedire da qui a fine anno quando scadrà la misura. Al cinque per cento di tasso, qualsiasi impiego viene tassato al quaranta per cento del tasso nominale visto che già oggi è assolutamente certo che il margine di interesse 2023 sarà di molto superiore al 2021. Quindi il tasso vero per la banca che impiega oggi è il tre per cento che non risulta per nulla remunerativo al netto di rischi e spese con il tasso di sconto al quattro per cento o anche leggermente superiore. La tassa prevista dal governo è del quaranta per cento del tasso nominale, quindi è tanto più alta quanto più rischioso è il cliente. A maggior ragione, non ci sarà nessun credito ai clienti anche solo marginalmente rischiosi.In un momento di frenata dell’economia, questo tipo di impatto ha conseguenze devastanti. Per cinque mesi si fermerà tutto, investimenti, mutui, credito non verranno concessi o verranno concessi col contagocce e ritardati al 1 gennaio 2024 quando improvvisamente la tassa scadrà.

Secondo. Le banche che già devono essere certe di avere liquidità per fronteggiare eventuali crisi prossime venture, e che hanno visto una prima modesta contrazione dei depositi col salire dei tassi, sono invogliate da un incentivo fiscale folle e monumentale a pagare i depositi a tassi elevatissimi. Cosa osta a remunerare i depositi al cinque per cento se il due per cento viene rimborsato dallo Stato? E non saranno certo i depositi da cinquemila euro a venir strapagati, ma quelli da cinque milioni di euro che improvvisamente troveranno ampia disponibilità a strapagare. Pagherà lo Stato. Dove si troverà il cash? Banalmente nelle aziende liquide, cioè quelle che non hanno bisogni di prestiti e in generale in tutti i rentier che troveranno più vantaggioso farsi pagare time deposit a tassi assurdi piuttosto che comprare per esempio titoli di Stato.

Terzo. I titoli di Stato che vengono emessi in asta e che contribuiscono a formare margine di interesse attivo non saranno più attrattivi. Le tesorerie delle banche preferiranno non comprarli per evitare anche in questo caso di pagare una tassa del quaranta per cento sul tasso concesso. Oppure li compreranno solo a tassi molto elevati se la domanda fosse cosi bassa da costringere il Tesoro a incrementare i tassi per trovare domanda.

Quarto. Ci sarà un’ulteriore, inattesa e cospicua manovra di restrizione dell’economia in un contesto che ha già subito una fortissima (inutile?) restrizione con il repentino aumento dei tassi.

Quinto. La tassa genererà un’immediata diminuzione dei dividendi pagati dalle banche. Quindi, con la tassazione del ventisei per cento dei dividendi, e con un payout tra il cinquanta e il settanta per cento, significa che qualsiasi importo riscosso dalla nuova tassa va ridotto di almeno il venti per cento per un effetto immediato sugli utili e sui dividendi delle banche nel 2023.

Sesto. La fiducia degli investitori stranieri sulle nostre banche crollerà. Perché investire in banche dove il trenta per cento del profitto viene spazzato via dalla sera alla mattina, dove la volatilità dei valori vedrà un meno otto-dieci per cento in un giorno? Ci sono banche in ogni paese europeo, e si potrà facilmente vendere titoli di Intesa o Unicredit e comprare qualsivoglia titolo bancario in euro di paesi dove i governi non siano cosi stupidamente interventisti. Questo costerà molto perché il capitale (equity e debito) delle banche italiane vorrà essere remunerato con un maggiore premio di rischio. E, se cosi sarà, i profitti delle banche italiane nel tempo saranno inferiori, così come la loro base imponibile e quindi le tasse riscosse dallo Stato. 

Gli investitori che allocano capitale hanno giustamente memoria molto lunga e il premio per il rischio maggiorato sarà una conseguenza negativa di lungo termine che peggiora la competitività delle banche italiane proprio nel momento in cui le due maggiori hanno risultati ottimi. Il tutto per una mossa improvvida e improvvisata del governo che interviene in un ambito che ha riflessi competitivi evidenti e negativi. Tutto questo per raccogliere due, tre miliardi da cui togliere da subito un venti per cento per i dividendi e a seguire probabilmente somme anche superiori per effetto del rallentamento economico che ne consegue.

Il giorno dopo, il Governo ha messo una pezza introducendo il limite massimo dello 0,1 per cento degli asset gestiti che di fatto dimezza la tassa, ma gli effetti distorsivi permangono e le tesorerie staranno facendo di conto per verificare se lo 0,1 per cento è da considerarsi tassa fissa o tassa marginale. Speriamo che sia per tutti una tassa fissa, ma anche in questo caso gli effetti distorsivi sono identici, seppure edulcorati dalla toppa introdotta dopo ventiquattro ore.

L’effetto di perdita di credibilità in tutto il mondo invece permane e anzi viene aumentato. La domanda nel mondo oggi è chi sono quegli incompetenti al governo in Italia, che varano una misura così importante, salvo rendersi conto dopo ventiquattro ore che era una tanto sbagliata da richiedere un correttivo potente e immediato?

La morale è che lo Stato non deve intervenire nell’economia in modo scriteriato. Un provvedimento come questo crea un danno economico allo Stato proprio perché mal concepito, comunicato in modo demagogico (dire «tassiamo le banche» è tanto stupido quanto «vi regalo il centodieci per cento per ristrutturare la casa») e in ultima analisi dannoso. Lo sviluppo economico e il sostegno alle classi deboli si ottiene lasciando che i privati prendano rischi di mercato e operando una tassazione il più possibile stabile, prevedibile, commisurata a quella degli altri paesi europei, e combattendo con tutti i mezzi l’evasione fiscale.

Tassare le banche significa segare il ramo su cui poggia il nostro sistema economico. Se il ramo cade, cade anche il sistema che assicura allo Stato circa ottocento miliardi di tasse e di contributi l’anno. Questi due miliardi della tassa sulle banche potranno essere il regalo con cui Matteo Salvini vorrà dire di aver finanziato una qualche misura demagogica e populista, ma di certo costeranno allo Stato ben di più. La tassa sull’energia del governo Draghi, la famigerata Tobin tax e tanti altri esempi di fallimenti conclamati non sono bastati, ora ci dobbiamo sorbire la tassa sul margine di interesse che marchierà il governo Meloni con infamia.

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