Invece, UgoConcita travolta da un insolito abilismo in un azzurro selfie d’agosto

Qualunque fesseria tu scriva, tra i commenti dei social ci saranno sempre fesserie più macroscopiche e perfino chi si offende a nome del cane

Foto di Steve Gale su Unsplash

Qualche mese fa il New York Times ha fatto un sondaggio per capire che distanza ci fosse tra le parole considerate accettabili da chi lavora nella comunicazione e quelle che invece utilizza disinvoltamente la gente normale, che poi a volte è anche gente che legge i giornali.

Il campione di quattromila e spicci americani ha dato risposte che poi sono state commentate da alcuni giornalisti, sorpresi che solo il ventidue per cento fosse disposto a usare «Latinx» (il tentativo di rendere neutra quella lingua romanza che è lo spagnolo: il settanta per cento continua a usare Latino e Latina, con gran dispiacere di chi pensa che la lingua si possa imporre dall’alto).

Ma tu pensa, solo il dieci per cento è disponibile a usare il più neutro «allattamento al petto»: l’allattamento al seno ha ancora semanticamente senso per l’85 per cento del campione di sondaggio, e del fatto che il sostantivo di «incinte» sia «donne» è convinto addirittura l’86 per cento. Retrogradi che non sono altro.

Ma c’era un risultato su cui i lettori del Nyt erano più progressisti di come se li aspettasse la redazione: il 72 per cento diceva che non avrebbe mai usato «spaz», ovvero il modo gergale d’indicare un portatore di «spastic displegia».

La ragione per cui la redazione era colpita (un editorialista commentava che lui neppure sapeva fosse offensivo) era che non molto tempo prima sia Lizzo sia Beyoncé erano state oggetto di polemica (e avevano dovuto scusarsi e cambiare testi) perché in due loro canzoni compariva la parola «spaz».

Ma quindi, trasecolavano al giornale, Lizzo e Beyoncé non l’hanno messo nelle canzoni perché i giovani d’oggi lo usano disinvoltamente e noialtri come al solito siam troppo tromboni. La scomposizione del dato statistico svelava un dettaglio curioso: tra quelli più disposti a usare «spaz» c’erano i Millennial (cioè quelli che nel 2023 hanno meno di trent’anni o poco più di quaranta); tra quelli che non l’avrebbero mai usato i Boomer, cioè chi ne ha tra i sessanta e i quasi ottanta.

Sarà che i più vecchi son cresciuti in un mondo in cui gli spastici non venivano chiamati con degli eufemismi, e ancora gli dispiace per quel bambino senza speranza che vedevano passare ogni tanto? Sarà che i trentenni sono semianalfabeti e non sanno cosa significhi «spastico»? Sarà un caso?

Di solito è un caso, anche perché come funziona la lingua dei parlanti e non degli accademici lo vediamo ogni volta che qualche volenteroso vuole rendere neutro l’italiano ma poi non sa usare le concordanze e mette gli asterischi nei punti sbagliati.

La popolazione italiana è fatta di individui che perlopiù non sanno la differenza tra «dì» e «di’», o tra «pèsca» e «pésca»; figuriamoci gli americani, che hanno quasi più difficoltà con l’ortografia che con la glicemia. (Quest’ultima frase è gravemente offensiva dei diabetici, quella precedente di tutte le parlate regionali che aprono le vocali sbagliate: se le accuse di abilismo e quelle di razzismo convergono, sono finita).

«Se hanno ammazzato Gesù, cosa pensi che faranno a te?», ha scritto tre giorni fa Jamie Foxx in un post su Instagram; che ha poi cancellato, con successivo post di scuse, quando l’hanno accusato di antisemitismo. Mentre Foxx spiegava che si riferiva a un amico che l’ha tradito e mica agli ebrei, a Jennifer Aniston è toccato smentire le accuse di like: era arrivata la temibile incriminazione per cuoricino.

È tutto noiosissimo, ogni giorno c’è un processo – o dieci, o cento – a qualcuno di minimamente o massimamente noto che usa i social come fossero posti in cui si può fare un uso disinvolto delle parole, e a star dietro a tutti questi tamponamenti a catena si rischia la morte per tedio. Mi sembra meno ripetitivo parlare delle sfumature del lessico.

Quando venerdì Concita De Gregorio ha scritto un’invettiva contro un nonsochì che, per autoscattarsi, ha rovinato una statua antica, sono insorti commentatori di buona volontà, associazioni di categoria, gente che non ha mai comprato Repubblica ma minaccia di smettere di farlo, e tutto il cucuzzaro.

Era infatti accaduto che Concita avesse dato a questi tizi che si autoscattano dei «decerebrati», e da lì ci è toccato un intero weekend di indignazione collettiva e approssimazione linguistica.

Gente che pretendeva scuse per l’uso di «cerebrolesi», che però è una parola diversa (come senso, proprio) da «decerebrati» (per completare il paradosso: sabato De Gregorio si è in effetti scusata per «cerebrolesi», cioè per una parola che non aveva usato; da qualche parte, Samuel Beckett si sta rotolando dall’invidia per questa pièce).

Gente che suggeriva alternative che spaziavano da «cretino» (che peraltro era già stato usato nello stesso pezzo, «questi cretini integrali»), a «scemo». Che però sono tutte parole offensive, solo che nell’approssimazione collettiva ne è stata dimenticata la storia clinica.

Nessuno pensava che i tizi che si autoscattano non dovessero venire insolentiti, ma si pretendeva che per offenderli non si usassero parole offensive. Se non è un comma 22, ci somiglia.

Nell’articolo di scuse del giorno dopo, Concita proponeva che, invece delle cose brutte da lei scritte il giorno prima, questi caini che nessuno difende li chiamassimo «Ugo». Sul sito di Repubblica, nei commenti, si confermava la legge dell’internet per cui, qualunque fesseria tu scriva, nella sezione dei commenti ci saranno sempre fesserie più macroscopiche.

Nella fattispecie, una signora chiedeva di non usare «Ugo» in modo offensivo, essendo il nome del suo amatissimo cane, oltretutto defunto. Ho sognato fortissimo che Maria Sole Tognazzi scrivesse una lettera al direttore puntualizzando che suo padre Ugo è stato il più grande attore del Novecento italiano e questa De Gregorio non si deve permettere, o almeno un’interrogazione parlamentare a nome degli eredi di Ugo La Malfa. Se hanno offeso Ugo, cosa pensi che faranno a te.

Tutti hanno qualcuno che li difende dal lessico feroce che troppo disinvoltamente utilizziamo, tutti hanno una dignità di cui qualche pubblica istanza si fa carico. Tutti, tranne i poveretti che vogliono farsi la loro brava foto come tutti. Persino Concita, che nell’ultima settimana ha instagrammato più foto di sé di quanti autoscatti abbia pubblicato Chiara Ferragni, in quell’articolo, senza mettersi a ridere, levava un alto monito quale: «Esistiamo anche se non ci fotografiamo».

Tutti hanno protestato in quanto società civile, in quanto parenti di disabili, in quanto memori del mondo prima della Basaglia; e nessuno, mentre si metteva come d’abitudine di tre quarti rispetto alla telecamera del telefono, ha sillabato: Conci’, da che pulpito.