La prova della fiammaLa crisi in Niger e la legge di bilancio misureranno la tempra del governo Meloni

La presidente del Consiglio teme che il colpo di Stato nel paese africano e un intervento diplomatico solitario della Francia possano portare a una destabilizzazione nel Sahel, rovinando il “Piano Mattei” sull’immigrazione. Ma a Palazzo Chigi preoccupa anche la prossima finanziaria in cui non ci saranno né tesoretti né extragettiti da spendere

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L’atterraggio a Ciampino, dopo i fasti americani e la sorprendente amicizia manifestata da Joe Biden per la principale sovranista d’Europa, sarebbe dovuto essere dolce, un rientro vellutato. Una medaglia d’oro al collo e una coppa delle coppe da sollevare al cielo appena appariva sulla scaletta dell’aereo presidenziale. L’atterraggio è invece stato duro sull’asfalto del suolo italico, di quelli che non ti aspetti, che ti fanno fare un salto sul sedile. Non è tanto la reazione al taglio del reddito di cittadinanza, le proteste davanti alla sede dell’incolpevole Inps di Napoli, l’alzata di scudo di Elly Schlein e di Giuseppe Conte, che fanno il loro lavoro d’opposizione. A preoccupare Giorgia Meloni non è neanche la mobilitazione preventiva annunciata da Maurizio Landini contro una legge di Bilancio ancora da scrivere.

C’era ben altro. La presidente del Consiglio aveva avuto modo di toccare con mano, dentro lo Studio ovale della Casa Bianca, l’apprensione dell’Amministrazione statunitense per il colpo di Stato in Niger. Si era resa conto quanto titanico sia il suo Piano Mattei. Una visione giusta del nostro ruolo nel Mediterraneo, in continuità all’azione dei governi precedenti, niente di veramente nuovo, ma al limite del velleitario: stabilizzare quella parte del continente africano da dove passano terroristi jihadisti, trafficanti senza scrupoli che trasportano esseri umani verso le coste libiche tunisine, siciliane; mercenari wagneriani, ma anche interessi ciclopici post coloniali legati all’uranio. 

E qui si passa per Parigi che, tra il 2005 e il 2020, ha usato uranio per il diciannove per cento del fabbisogno delle centrali nucleari. Rimbombano i passi nei saloni dell’Eliseo, non le scaramucce della gendarmeria francese a Ventimiglia, ma roba pesante: la sorte dei governi amici, come quello del deposto Mohamed Bazoum, i tentacoli putiniani, le ombre cinesi.

Il Niger, incastonato nel Sahel tra Mali, Ciad e Burkina Faso già in mano a militari nemici dell’Occidente, ma soprattutto della Francia, è considerato la frontiera meridionale dell’Europa. Meloni a conclusione del viaggio americano aveva detto che il tema del Mediterraneo e dell’Africa non riguarda solo l’Italia ma il ruolo dell’Occidente. Per il ministro della Difesa Guido Crosetto, quanto accaduto in Niger è «il segno di una guerra ibrida che si combatte sullo scacchiere internazionale. L’Africa è fondamentale per i futuri scenari». Il Niger non è ascrivibile solo al tema dell’immigrazione.

Il governo è preoccupato che la Francia intervenga scatenando l’Ecowas, l’organizzazione dei Paesi dell’Africa occidentali che hanno lanciato un ultimatum ai golpisti affinché venga ripristinato lo status quo. «Lo scenario peggiore – avverte Crosetto – è che la Francia si muova da sola e faccia il cowboy nel saloon. L’intervento di europei bianchi avrebbe effetti deflagranti: invito a ragionare». Bisogna evitare di buttare «altra benzina nel fuoco». Parole pesanti, quelle del nostro ministro della Difesa, solo in parte in piena sintonia con quelle del suo predecessore, oggi presidente del Copasir, Lorenzo Guerini. 

Nessuna distrazione in Niger, sarebbe fatale: nel Sahel si misura la reale ambizione dell’Europa e di Meloni in tema di sicurezza. Guerini, intervistato dal Foglio, ricorda che in Niger l’Italia da anni, prima del governo di centrodestra, ha saputo aprirsi spazi anche per «l’atteggiamento rispettoso della realtà locale» (abbiamo addestrato diecimila militari nigeriani le forze di sicurezza locali). Non solo presenza militare (ci sono trecento militari italiani) per contrastare terroristi e addestrare forze di sicurezza locale. Soprattutto investimenti significativi per lo sviluppo economico. 

È un’opportunità che Meloni l’africana ha ereditato, anche in questo, da Draghi in seguito al progressivo disimpegno francese. Ma Guerini ha un dubbio enorme: al di là della dimensione energetica, appunto in piena continuità con Draghi, non ha capito cosa ci sia dietro il titolo Piano Mattei. «Nessuno può immaginare di fare da solo in quelle regioni. Sarebbe velleitarismo puro. Tocca all’Europa misurare nel Sahel la propria ambizione e la propria credibilità». Velleitarismo che si è visto alla Conferenza internazionale sullo sviluppo e l’immigrazione con i Paesi del Maghreb e mediorientali dove spiccavano assenze importanti. Innanzitutto quello della Francia. E siamo sempre lì.

Ecco in cosa consiste l’atterraggio duro dell’aereo presidenziale al rientro dagli Stati Uniti. Ma c’è dell’altro che è andato storto nel rientro di Meloni e riguarda i dati Istat che certificano un calo del Pil dello 0,3 per cento nel secondo trimestre dell’anno a fronte di un più 0,6 per cento del primo trimestre. Peggio di noi fanno Svezia, Lettonia e Austria. Meglio la Francia con un più 0,5 per cento e la Spagna con più 0,4 per cento. La Germania è ferma a zero. Per fortuna l’Eurozona segna un più 0,3 per cento: la battuta d’arresto dell’Italia non è al momento avvitata in un vortice depressivo. Bisognerà vedere cosa succederà nel terzo trimestre autunnale, quando il boom turistico si sarà esaurito, quando Giancarlo Giorgetti dovrà scrivere il Nadef. Meloni dovrà reagire a questo meno 0,3 per cento, ma non ha tesoretti né extragettiti da spendere. Ha un gruzzoletto di quattro miliardi e l’impegno con Europa, come lo scorso anno, di ridurre il deficit e tornare all’avanzo primario. Una salita faticosa in cui dovrà onorare le tante cambiali in scadenza. Una di queste è la proroga del taglio del cuneo fiscale che vale dieci miliardi.

Tra un mese si apre la stagione della verità, la vera prova del fuoco per Meloni. Zero chiacchiere. Grande opportunità per l’opposizione. La legge di bilancio farà suonare il gong di avvio della campagna elettorale per le elezioni europee, ma in tasca la premier ha poca ciccia per le misure elettorali. E in giro per l’Italia, in quelle periferie lontane dalla ztl dove la destra miete voti, molte famiglie saranno a secco del reddito di cittadinanza. Il Sud globale ha tante facce e potrebbe presentare il conto ai sogni di gloria di Meloni. O forse no. Forse neanche tutto questo basterà perché ci vorrebbe un altro sogno per fugare gli incubi e la realtà degli atterraggi che fanno balzare in gola il cuore.

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