Giuseppe Conte punta a ripigliarsi tutto chell’ che era ’o suo, il reddito di cittadinanza fulminato dal governo Meloni e gettato nel cestino con un clic dell’Inps, mettendosi a capo della cosiddetta rivolta sociale animata dalle famiglie che si sono trovate dalla sera alla mattina senza un sostegno economico: da oggi perderanno il sussidio centosessantanovemila famiglie a fronte di ottocentonovantaseimila che percepiscono il beneficio.
Un esito drammatico di una vicenda politicamente penosa. Soffiare sul fuoco del disagio, ecco la strategia di mezz’estate, ed è la parte che l’avvocato del popolo preferisce: costruire un populismo basato sul malcontento sociale più che sulla narrazione anti-casta che un po’ ha stufato un po’ è controproducente perché lui stesso è casta eccome, dunque una strada a metà tra Jean-Luc Mélenchon e il Sudamerica, impreziosito dalla pochette e da un pochino di latinorum, tutta una costruzione politico-mediatica che torna utilissima nel match con una più diafana Elly Schlein – un duello a chi meglio interpreta l’antimelonismo sociale.
Se lei aveva azzeccato la mossa giusta con il salario minimo orario (che però su Repubblica Conte ha rivendicato come sua idea), adesso è l’avvocato a riprendersi la scena dopo il “tradimento” del reddito di cittadinanza che effettivamente è roba sua, fu l’arma decisiva che gli consentì di planare al quindici per cento – che è sempre la metà di quello che aveva prima ma è una soglia dignitosa.
Schlein invece qui ha più difficoltà. Perché il reddito di cittadinanza non è farina del sacco del Partito democratico – che votò contro la legge facendone soprattutto all’inizio un grosso bersaglio polemico (con l’eccezione di Francesco Boccia, il bastian contiano del Nazareno) – e poi stemperando via via i toni fino ad arrivare ad oggi che è finito, dicono gli avversari, in una bella contraddizione: come fa il Partito democratico ad attaccare il governo che cancella una misura giudicata negativamente?
È chiaro che la risposta c’è: Meloni ha avuto tutto il tempo per mettere in campo una diversa normativa in sostituzione di quel reddito di cittadinanza che non ha funzionato, ma se n’è guardata bene, per incapacità o calcolo. È una risposta corretta. Ma un po’ sofisticata, complicata, meno comprensibile rispetto alle proteste incendiarie di Giuseppi, pronto a vestire i panni del tribuno della plebe. Ed è dunque per questo, cioè per la dabbenaggine del governo, che la morte del reddito di cittadinanza è per un Movimento 5 stelle esangue un regalo inestimabile: può valere tanti ma tanti voti di protesta. Non deve ingannare il fatto che con una mano la premier “aiuta” Conte e dall’altro s’inventa una commissione d’inchiesta, che mai si farà, contro l’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico, molto vicino ai Cinquestelle.
Insomma, c’è qualcosa di strano, qualcosa che non torna, in tutta questa vicenda del reddito di cittadinanza, esempio supremo della incultura di governo di Giuseppe Conte e di Giorgia Meloni, due insipienti che non hanno saputo risolvere seriamente e strutturalmente il problema del sostegno economico a chi realmente ne ha bisogno e diritto.
E nella morsa si questa doppia incapacità viene a esaltarsi qualsiasi pulsione ribellista, sperando che non succeda nulla di grave e che non ci siano sfascisti in giro, e finiscano stritolate politicamente quelle forze che non sono state capaci di proporre un’alternativa alla coppia Conte-Meloni. Ma oggi è soprattutto l’avvocato del popolo a trarre profitto da questa situazione, da questo regalo che la premier gli ha mandato su un vassoio d’argento.