All’inizio di quest’anno il Cile ha annunciato un piano di semi-nazionalizzazione dell’estrazione di litio: il controllo di due gigantesche miniere nel deserto di Atacama andrà a una società mineraria statale quando gli attuali contratti termineranno nel 2030 e nel 2043, trasformando questi progetti e tutti quelli futuri in partnership pubblico-private. Il Cile è il secondo produttore di litio al mondo, il nuovo oro bianco, e il suo presidente Gabriel Boric ha dichiarato che il piano per aumentare il controllo statale è la migliore soluzione per diventare un’economia sviluppata e distribuire la ricchezza in modo più equo. «Basta con le “miniere per pochi”. Dobbiamo trovare un modo per condividere i benefici del nostro Paese con tutti i cileni», ha dichiarato il presidente. Oltre a questo disegno statalista, riflesso dell’ispirazione socialista di Boric, c’è da sottolineare l’approccio muscolare del suo governo sul tema, simile a quello di molti altri produttori di materie prime.
A più di diecimila chilometri dal Sudamerica si estende il paesaggio rossastro di Tenke-Fungurume, una delle più grandi miniere di rame e cobalto del mondo. Situata nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), rappresenta una delle aree più ambite del globo. La RDC è il maggior produttore mondiale di cobalto e sta studiando come far pesare la propria rilevanza a livello internazionale. Ora il governo sta intraprendendo un’ampia revisione di tutte le sue joint venture minerarie con investitori stranieri: vorrebbe vedere più posti di lavoro, entrate e attività di maggior valore.
La RDC e il Cile non sono dei casi isolati e con il passaggio da un sistema energetico basato sui combustibili fossili a uno alimentato dall’elettrico e dalle fonti rinnovabili, la domanda globale di materiali come il rame, il cobalto, il nichel e il litio sta rivoluzionando i rapporti di forza a livello mondiale. C’è infatti un gruppo di Paesi che sta guidando l’estrazione mondiale di materiali critici per la transizione energetica, accreditandosi sul proscenio globale. La RDC rappresenta il settanta per cento dell’estrazione mondiale di cobalto; i primi tre produttori di nichel (Indonesia, Filippine e Russia) rappresentano i due terzi del mercato; per quanto riguarda il litio, i primi tre produttori (Australia, Cile e Cina) rappresentano oltre il novanta per cento. Oltre a paesi come Russia e Cina, si fanno strada nuove potenze del settore, come Indonesia, Australia e Filippine, oltre alle già citate Cile e Repubblica Democratica del Congo.
Questo cambiamento sta trasformando Paesi piccoli e storicamente sottosviluppati in giganti delle materie prime. L’Indonesia è già un case study: produce quasi la metà del nichel mondiale, ingrediente fondamentale per le batterie delle auto elettriche. Anni di controlli sulle esportazioni di nichel grezzo sono già serviti a costruire una vasta industria nazionale, oltre a impianti di batterie e diverse fabbriche di veicoli elettrici. Dopo aver vietato le esportazioni di nichel grezzo nel 2014, il Paese ha attirato oltre quindici miliardi di dollari di investimenti esteri nella lavorazione del materiale, soprattutto dalla Cina. Oggi l’Indonesia ha vietato quasi tutte le esportazioni di questo tipo, dal nichel alla bauxite, mentre il prossimo anno entrerà in vigore il divieto di esportazione del concentrato di rame.
Non tutti sono d’accordo con queste politiche: l’Unione europea le ha impugnate presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha vinto una prima udienza. Le autorità indonesiane però osservano che queste mosse sono direttamente ispirate a quelle adottate in passato dai Paesi occidentali. Il Regno Unito vietò le esportazioni di lana grezza nel XVI secolo, per stimolare l’industria tessile nazionale, e gli Stati Uniti nel XIX e XX secolo aumentarono le tasse sulle importazioni per incoraggiare la produzione interna. Nel Paese asiatico ora si prova a continuare su questa strada, creando un cartello in stile Opec per mantenere alti i prezzi del nichel e di altri materiali per batterie.
La strategia indonesiana sta dando frutti su ampia scala. All’inizio di quest’anno, Ford ha annunciato un investimento in un impianto di lavorazione del nichel da svariati miliardi di dollari. Quest’estate, Hyundai ha aperto i lavori per la costruzione di un impianto per la produzione di batterie, il suo secondo stabilimento in Indonesia. La politica sul nichel ha certamente conferito all’Indonesia un profilo più alto a livello internazionale, insieme alla sua posizione nel quadrante più delicato per la geopolitica mondiale, ovvero l’Indo-Pacifico. Quando il presidente Joko Widodo ha visitato gli Stati Uniti lo scorso anno, è stato accolto con calore dal presidente Joe Biden a Washington e ha poi fatto tappa a Boca Chica, in Texas, per incontrare il leader mondiale dell’auto elettrica, lo stesso Elon Musk che vuole combattere in una gabbia con Mark Zuckerberg.
Seguendo l’esempio di Giacarta, molti Paesi produttori stanno provando a risalire la corrente, per creare una crescita economica sostenibile costruendo infrastrutture e sviluppando le regioni in cui vengono estratti i minerali. Il Cile sta offrendo prezzi preferenziali sul carbonato di litio alle aziende che avviano progetti nel Paese. Il primo acquirente è la cinese BYD, uno dei maggiori produttori di veicoli elettrici al mondo, che ad aprile ha annunciato la costruzione di una fabbrica di catodi di litio nel Cile settentrionale, con cinquecento posti di lavoro previsti nella fase di investimento.
La transizione energetica inizia a ridisegnare i sistemi di potere e ricchezza che hanno dominato il XX secolo, e i nuovi produttori di metalli sperano che sia solo all’inizio. Secondo un nuovo rapporto dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili, però, la posizione delle neo-potenze potrebbe essere a rischio nel lungo termine: è improbabile che possano avere il potere geopolitico duraturo di cui hanno goduto i produttori di petrolio e gas.
Un esempio di come il settore minerario possa cambiare è proprio il Sudamerica. Alcuni politici del “triangolo del litio” sudamericano, che comprende Cile, Argentina e Bolivia, hanno ventilato l’idea di un cartello in stile Opec, ma l’Argentina non sembra entusiasta dell’idea. Lo scetticismo nei confronti di un possibile cartello non fa che indebolire il peso dei Paesi produttori. Nel corso del XX secolo, diversi prodotti sono stati controllati da cartelli: lo stagno è stato gestito da un Consiglio Internazionale dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, mentre i produttori di caffè si sono riuniti in un cartello durante gli anni Sessanta e Settanta; le potenze della gomma naturale hanno agito insieme fino agli anni Novanta.
Per litio e cobalto, un’altra incognita riguarda l’evoluzione tecnologica: le batterie e i loro ingredienti cambiano; questo potrebbe compromettere l’efficacia di un eventuale cartello. I laboratori che sviluppano nuove soluzioni chimiche per le batterie modificano costantemente le loro formule per ridurre l’uso di metalli costosi o difficili da acquisire. Questo sta già iniziando ad accadere con il cobalto, che le case automobilistiche stanno cercando di limitare nelle loro batterie a causa del suo costo elevato. L’uso di batterie senza cobalto in Cina è passato dal diciotto per cento nel 2020 al sessanta per cento di quest’anno.
Le catene di approvvigionamento di alcuni di questi metalli sono infatti invischiate nelle crescenti tensioni tra l’Occidente e la Cina, che domina la capacità di lavorazione del litio, del cobalto e delle terre rare e sta valutando di limitare le esportazioni di alcuni materiali. I governi, da Washington a Bruxelles a Tokyo, stanno pensando dove possono rifornirsi in modo affidabile di minerali critici senza passare dall’orbita di Pechino. Se l’estrazione mineraria è guidata da Paesi come Indonesia, Cile e RDC, la Cina domina tutto il processo di raffinazione.
A maggio scorso il New York Times si domandava se il mondo possa produrre batterie per auto elettriche senza la Cina, e la risposta è no. Nonostante i miliardi di investimenti occidentali, la Cina è talmente avanti – per estrazione, formazione di ingegneri e fabbriche – che il resto del mondo potrebbe impiegare decenni per mettersi al passo. Il dominio della Cina sul settore è arrivato al centro dell’attenzione anche dopo la limitazione alle esportazioni di germanio e gallio, materiali utilizzati nei chip dei computer e in altri componenti tech.
Anche la presenza di Pechino in Africa è un altro elemento di preoccupazione per le cancellerie occidentali: sfruttando il risentimento per il passato coloniale, la Cina si è presentata in modo sempre più forte come partner strategico dei Paesi africani, anche per quanto riguarda le materie prime. Foreign Policy ha recentemente raccontato i contatti cinesi in Zimbabwe, finalizzati a sfruttare le enormi riserve di litio di Harare.
L’Occidente però ha ancora varie carte da giocare: una di queste è il Giappone, che è riuscito a costruire catene di approvvigionamento alternative dopo l’aumento delle tensioni con la Cina. Allo stesso tempo, l’Unione Europea sta lavorando a un processo di riduzione della dipendenza dalle importazioni di minerali e metalli critici. La competizione è appena iniziata.