La repubblica giudiziariaLa storia di come la magistratura italiana ha valicato i confini delle sue competenze

L’espansione dell’autonomia e dell’indipendenza dei pm è uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico, politico e accademico. In un libro, Ermes Antonucci indaga la difficile convivenza tra potere politico e giudiziario, la lotta fra le correnti nel Csm e nell’Anm e gli scandali che le hanno viste protagoniste

Ermes Beltrami/LaPresse

Da trent’anni viviamo in una repubblica giudiziaria. La magistratura sembra aver esondato dai propri ambiti di competenza, finendo per surclassare la politica e conquistare un ruolo centrale nel sistema istituzionale del nostro paese.

Ma come si è arrivati a uno stravolgimento così profondo del principio di separazione dei poteri? L’espansione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura costituisce uno dei temi più ricorrenti nel dibattito pubblico, politico e accademico, tuttavia il diverso ruolo che il corpo giudiziario ha acquisito a partire dal 1992, anno in cui ha preso avvio Mani pulite, non può essere compreso senza considerare i cambiamenti che ha vissuto nei decenni precedenti, campo in cui gli studi si dimostrano molto limitati. Generalmente si tende infatti a pensare che lo squilibrio tra politica e magistratura sia stato innescato dal terremoto provocato da Mani pulite, che nel giro di due anni portò al crollo di un intero sistema politico, ma solo un ingenuo può credere che questa rottura sia avvenuta all’improvviso. Al contrario, proprio come nel caso di un terremoto, l’affermazione dello strapotere della magistratura è il risultato dell’accumularsi, nei decenni precedenti, di tensioni fra diverse «faglie» istituzionali.

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Nella consapevolezza che la rottura dell’equilibrio tra politica e magistratura non costituisce un tema astratto, ma ci coinvolge direttamente, va rilevato che oggi il pubblico ministero detiene un immenso potere di condizionamento sulle nostre vite e su quella pubblica e politica, senza però essere sottoposto ad alcuna forma concreta di controllo e responsabilità. Ciascun pm può aprire di sua iniziativa un’indagine su qualsiasi persona o evento, a prescindere dall’esistenza di una notizia di reato, con il risultato che spesso le indagini, basate su semplici sospetti, se non addirittura su teoremi, si rivelano del tutto infondate.

La vita democratica del nostro paese non poteva certo uscire indenne dallo strapotere dei pubblici ministeri. Basti ricordare il famoso invito a comparire fatto recapitare dalla procura di Milano nel novembre 1994 all’allora premier Berlusconi, proprio nei giorni in cui il Cavaliere stava presiedendo a Napoli una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata. Le tensioni tra i partiti della maggioranza, alimentate dal circo mediaticogiudiziario, portarono a una crisi di governo anche se, anni dopo, l’indagine si sarebbe chiusa con un nulla di fatto. Ma l’esempio più eclatante della capacità della magistratura di influenzare la nostra democrazia è quello del Guardasigilli Clemente Mastella, costretto alle dimissioni nel 2008 a causa di un’indagine aperta nei suoi confronti dalla piccola procura di Santa Maria Capua Vetere. Nel 2017 è stato assolto da ogni accusa, ma ormai era impossibile riparare il danno provocato da questo meccanismo infernale.

Il pm, insomma, dispone di un potere smisurato che può travolgere singoli cittadini come un intero governo, con conseguenze irrimediabili, e senza che sia chiamato a risponderne.

Se poi alla discrezionalità senza limiti dei magistrati si aggiunge il ruolo assunto dal Consiglio superiore della magistratura, il quadro che si ottiene è quello di un’istituzione che intende espandere a ogni costo i propri poteri. Già solo il fatto che nel linguaggio comune (soprattutto giornalistico) il Csm venga definito «organo di autogoverno della magistratura» dà l’idea di quanto nel corso del tempo esso si sia discostato dai dettami della Costituzione, che invece riferendosi alla magistratura parla di «ordine autonomo e indipendente». Mai come oggi, infatti, il Csm sembra svolgere il ruolo di organo di autogoverno delle toghe, prendendo decisioni che riguardano l’intera magistratura, senza alcuna forma di contro-bilanciamento con le altre istituzioni. In diversi casi, adotta persino provvedimenti para-legislativi – circolari, risoluzioni, delibere – in grado di sovvertire il contenuto delle leggi riguardanti l’organizzazione giudiziaria approvate dal parlamento. Per non parlare della forte pressione esercitata ogniqualvolta la politica provi a riformare la magistratura e la giustizia.

Al Consiglio superiore della magistratura si affianca l’Associazione nazionale magistrati, vero e proprio soggetto politico dedito non solo alla tutela degli interessi delle toghe, ma anche e soprattutto alla rappresentanza delle istanze di moralizzazione della vita pubblica da parte dei cittadini. Il parlamento tenta, per esempio, di approvare una riforma che diminuisce le pene per alcuni reati contro la pubblica amministrazione? Ecco che l’Anm contrasta immediatamente l’approvazione della legge, tanto che spesso la sua opposizione, anche grazie al supporto del sistema mediatico, si trasforma in un veto nei confronti degli affari di giustizia discussi in parlamento.

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A oggi, però, la «questione magistratura» non ha ancora trovato soluzione. Con la nascita del governo di Giorgia Meloni, nell’ottobre 2022, il dibattito politico non accenna a placarsi e le linee programmatiche del ministro della Giustizia Carlo Nordio confermano quanto siano attuali i temi che da decenni riguardano l’espansione del potere giudiziario: il ruolo del pubblico ministero, la riforma del Csm, la separazione delle carriere, l’obbligatorietà dell’azione penale, la valutazione dei magistrati, la dirigenza degli uffici giudiziari, la riforma del codice penale e del processo.

Occorrerà verificare, come sempre, se a tali propositi faranno seguito interventi legislativi concreti, tuttavia si ha l’impressione che l’equilibrio tra politica e magistratura in Italia non potrà mai essere ripristinato fino a quando non emergerà un consenso trasversale tra i partiti che permetta di superare gli interessi di parte e realizzare una radicale riforma costituzionale. Una riforma senza alcun intento punitivo nei confronti del corpo giudiziario, ma semplicemente restauratrice di un equilibrio tra i poteri, essenziale in una vera liberal-democrazia.

Da “La repubblica giudiziaria. Una storia della magistratura italiana” (Marsilio), di Ermes Antonucci, pp. 288, 19€.

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