Mylo & coNell’equazione della moda sostenibile c’è davvero spazio per i tessuti “vegan friendly”?

Si tratta di sperimentazioni virtuose ma che faticano a diffondersi su larga scala, nonostante l’attenzione e la curiosità dei brand di fama internazionale. Il dominio della pelle tradizionale e delle fibre sintetiche pare difficile da scardinare, e non ci sono prove che i consumatori vogliano spendere di più per i capi fatti con materiali “plant-based”, nati da fonti vegetali come alghe, frutta o funghi

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Processi industriali fondati sui combustibili fossili, consumo eccessivo di acqua, tessuti derivati dal petrolio o che rilasciano microplastiche al lavaggio, produzione sfrenata non associata a virtuosismi nell’economia circolare (leggasi fast fashion): la moda – traino fondamentale del Pil italiano – è ancora alla ricerca della formula ideale per risultare ecologica, etica e in linea con le sfide climatiche del presente (e del futuro). 

Qualcosa, però, inizia a muoversi: nel 2023 l’area studi di Mediobanca ha analizzato i bilanci di sostenibilità di 152 società del settore, evidenziando una «crescente attenzione alle tematiche Esg (Environment, social and governance)» accelerata dalla pandemia. I miglioramenti sono testimoniati anche dalla nascita di nuove certificazioni come LEAF Hardware, la prima al mondo in grado di calcolare con precisione l’impatto derivante dalla produzione di accessori in metallo per il fashion system. Ciò conferma una incoraggiante evoluzione verso un nuovo paradigma, ma non è ancora sufficiente per raggiunge il target della neutralità carbonica entro il 2050. 

La moda, ricorda l’Onu, rimane responsabile dell’otto-dieci per cento delle emissioni di gas serra su scala globale. E, brutta notizia in arrivo, i materiali innovativi in fase di sperimentazione – realizzati ad esempio con le alghe, il micelio dei funghi o gli scarti della frutta – potrebbero non essere la soluzione giusta per rendere il settore sostenibile in termini ambientali ed economici. 

«La moda deve abbandonare la pelle o morire provandoci», aveva detto la stilista Stella McCartney a margine della Cop26, il vertice sul clima delle Nazioni unite tenutosi a Glasgow nel 2021. Una frase che aveva scatenato l’ira dei membri dell’industria conciaria, a partire da Fulvia Bacchi, direttrice generale di Unic (Unione nazionale industria conciaria), che aveva definito «fuori da ogni logica» la riconversione completa del settore. 

Al netto delle polemiche, i dubbi attorno a questi materiali – spesso definiti “vegani” – non accennano a diminuire. I motivi non riguardano il loro impatto ambientale e climatico, ma difficoltà prettamente economiche: costi di produzione elevati e difficili da abbattere (poi capiremo perché), scarsi investimenti nel settore e incompatibilità con i mercati odierni. Il dominio della pelle di origine animale, del poliestere e del nylon non sembra quindi in discussione. 

Questi prodotti , realizzati grazie a una fonte vegetale, rappresentano esempi senza dubbio virtuosi. Non a caso, sono stati adottati anche da colossi come Adidas o Hermès e da diversi brand del gruppo Kering. Tuttavia, appaiono ancora difficili da diffondere su larga scala. Un conto è Gucci che presenta Demetra, che contiene almeno il settanta per cento di materie prime vegetali (viscosa, polpa di legno e poliuretano bio) e ottenute grazie a fonti energetiche rinnovabili; un altro è una startup che parte da zero e prova a fare “solo quello”. I marchi attivi nel settore dell’eco-pelle e dei capi d’abbigliamento vegan friendly, infatti, stanno facendo sempre più fatica a trovare le risorse economiche per permettere alla produzione di fare un salto di qualità. E il sogno della competitività a livello industriale si allontana. 

Lo dimostra il caso recente della «material solutions company» Bolt Threads, una delle più importanti e promettenti startup nel campo delle alternative ecologiche e vegane ai materiali del fast fashion. Ricordiamo che la lana o la pelle, seppur di origine naturale, vengono spesso rivestite con sostanze sintetiche o finiture in plastica, così da aumentare le performance e la durata del capo. È qui che il pianeta soffre. 

 

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A luglio, l’azienda fondata nel 2009 ha messo in pausa la produzione del Mylo – una pelle creata dalla parte vegetativa dei funghi (il micelio) – a causa delle difficoltà nel reperire nuovi fondi. Una notizia che si inserisce in un quadro piuttosto allarmante: stando a un rapporto pubblicato del think tank Material innovation initiative, nel 2022 le startup che producono i materiali “plant based” nella moda hanno raccolto 457 milioni di dollari: un bottino decisamente inferiore rispetto ai 980 milioni del 2021. Il numero di aziende attive solo in questo settore è triplicato negli ultimi dieci anni, ma all’orizzonte potrebbe esserci una frenata. 

Ma torniamo a Bolt Threads, che dal 2009 ha raccolto finanziamenti pari a 330 milioni di dollari. Oltretutto, tra i sostenitori della startup figura un consorzio di aziende che comprende Stella McCartney, Adidas, Lululemon e Kering: tutti brand che, senza troppe esitazioni, hanno abbracciato le opportunità fornite della pelle realizzata con i funghi. 

Secondo Bolt Threads, la produzione del Mylo è stata interrotta a causa di un clima macroeconomico complesso che «ha reso sempre più difficile garantire il capitale necessario per supportare lo sviluppo di tecnologie emergenti». Gli investimenti e la fiducia del mercato calano perché gli addetti ai lavori si scontrano con lo strapotere della pelle “classica” e del poliestere, le cui industrie sono state progettate con l’approccio del “produrre il più possibile al minor costo possibile”. 

Secondo la rivista specializzata Business of fashion (BoF), la sostituzione dei materiali animal based «può essere scoraggiante e complicata da processi di approvazione labirintici». In più, i consumatori non sarebbero disposti a spendere più soldi per questi nuovi prodotti realizzati partendo da una fonte vegetale: al momento non esiste un singolo studio o dato in grado di dimostrarlo. I brand innovatori, quindi, si trovano spesso davanti a un bivio: vendere in perdita o mantenere una produzione poco varia. Il risultato? Addio economie di scala. E il costo unitario del prodotto non scende. 

Secondo l’Apparel impact institute e il World resources institute, oltre il settanta per cento delle emissioni del settore moda proviene dai processi di lavorazione e produzione (quindi non dai materiali). Meglio, forse, concentrarsi su altri aspetti: educazione dei consumatori, prevenzione del rifiuto, recycling e decarbonizzazione delle fabbriche localizzate nei Paesi meno sviluppati. Ciò non significa abbandonare l’innovazione e la ricerca, ma ricalibrare gli sforzi in base alla realtà. Rimane però una domanda: il fashion system si sta davvero impegnando ad abbandonare i tessuti di origine animale? La risposta è quasi sicuramente negativa. 

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