Azzardo sul GolfoIl bluff di Netanyahu, la speranza di Biden e le prospettive di un accordo di pace per il Medio Oriente

Il presidente americano vorrebbe arrivare alle prossime elezioni dopo aver orchestrato la fine del conflitto arabo-israeliano. Ma bisogna trovare un punto d’incontro tra Arabia Saudita e Israele, a partire dalla questione palestinese (su cui i margini di manovra sono minimi)

AP/Lapresse

Benjamin Netanyahu, come al solito, bluffa e tenta di salvare con un colpaccio di politica internazionale il suo governo contestato ogni settimana da centinaia di migliaia di manifestanti: c’è all’orizzonte uno storico accordo tra Israele e l’Arabia Saudita. L’iniziativa in realtà è tutta di Joe Biden che, come tutti i presidenti americani sogna di entrare nella storia cambiando i connotati del Medio Oriente e risolvendo il conflitto israelo-palestinese a pochi mesi da una campagna elettorale difficile contro Donald Trump.

Obiettivo, questo, riuscito solo a Jimmy Carter nel 1979, a George Bush nel 1993 e a Donald Trump nel 2020 con l’Accordo di Abramo. Presidenti che hanno fatto firmare accordi importanti, ma parziali, non risolutivi. Joe Biden invece punta all’accordo definitivo. Di fatto, la fine del conflitto arabo-israeliano deflagrato più di un secolo fa, nel 1920, con una pace siglata dal più prestigioso Paese arabo, la cui dinastia detiene la Custodia dei luoghi Santi, Mecca e Medina, a sigillo della compatibilità dell’accordo con i principi dell’Islam.

Quindi la pace tra due grandi religioni, ebraismo e islam, ma anche uno stravolgimento positivo dal punto di vista geopolitico e soprattutto economico.

Se l’accordo venisse siglato si integrerebbero le economie del più ricco e potente Paese arabo alla ricerca di uno sviluppo slegato dal petroliosecondo il Guardian, il Fondo sovrano saudita ha un patrimonio di settecento miliardi di dollari – e un Israele punta di diamante non solo del mondo finanziario globale, ma soprattutto della ricerca e dello sviluppo hi tech. Il tutto accompagnato da un mercato energetico integrabile, tra le immense ricchezze petrolifere saudite – terze al mondo – e gli immensi giacimenti metaniferi sulle coste israeliane. Si creerebbe così un formidabile polo di sviluppo integrato che si irradierebbe a tutto il Golfo cambiando il volto e le dinamiche del Medio Oriente.

Chiaro l’obiettivo e chiare le richieste dei sauditi agli Stati Uniti: un trattato militare sul modello Nato in funzione anti-iraniana, condivisione delle tecnologie per il nucleare civile, ulteriori forniture militari, soprattutto sistemi anti-balistici. Altrettanto chiare le richieste americane a Ryad: aumento della produzione del petrolio saudita per calmierarne i prezzi che hanno un forte impatto sull’economia statunitense, utilizzo del dollaro e non dello yen nelle transazioni internazionali, nessun accordo o intesa con una Cina che preme per entrare a piedi giunti nel Golfo.

Su questi temi, secondo Thomas Friedman del New York Times, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jack Sullivan avrebbe definito a luglio con Mohammed bin Salman un accordo quadro con una tempistica finale per la stipula dell’intesa definitiva perfetta per la campagna elettorale di Joe Biden: la fine del 2023.

Ma in realtà, al di là delle relazioni bilaterali tra Washington e Ryad, il nodo centrale, l’accordo con Israele, rimane appeso a un’immensa incognita: la questione palestinese. E qui Bibi Netanyahu, che segue passo passo le trattative e che se ne fa bello in più interviste, gioca il suo bluff.

Mohammed bin Salman ha dato ampia prova di avere notevoli capacità e un progetto strategico alto sulla scena internazionale siglando accordi con l’Iran e la Turchia, imponendo una logica di trattativa sulle orme della Pace di Westfalia nel Golfo e infine preoccupando moltissimo Joe Biden stesso con un marcato avvicinamento alla Cina.

Ma sulla questione palestinese non ha molti margini: per siglare un accordo con Israele deve ottenere ben più che assicurazioni verbali. Deve ottenere da Israele la fine dell’allargamento delle colonie, se non la demolizione di quelle recenti. Deve soprattutto ottenere le garanzie di un processo che porti in tempi brevi allo Stato palestinese autonomo. Proprio il suo ruolo di Custode di fatto dei Luoghi Santi dell’Islam gli impone rigidità. Memore sempre, peraltro, del prezzo che pagò Anwar el Sadat, il presidente egiziano che per primo siglò un accordo con Israele e che fu ucciso dagli antesignani di al Qaida.

Bibi Netanyahu in più interviste ha bluffato nei giorni scorsi sostenendo di controllare la sua maggioranza che voterà a favore delle concessioni allo Stato palestinese che si stanno definendo tra Washington e Ryad. Ma mente e sa di mentire. Né Bezael Smotrich, colono, leader del partito Sionismo Religioso (quattordici deputati), né Itamar ben Gvir, erede del rabbino terrorista e fascista Meir Kahane (sette deputati) – entrambi convinti sostenitori di Eretz Israel, ferocemente anti-arabi, razzisti, che amano autodefinirsi fascisti – voteranno mai la pur minima concessione ai palestinesi che vorrebbero anzi, e lo dicono da anni, espellere dalla Cisgiordania.

Questi due partiti della destra estrema hanno infatti il nucleo duro della propria base elettorale tra i coloni in Cisgiordania, i primi a essere colpiti da un eventuale accordo di pace sponsorizzato dall’Arabia Saudita. A meno che Bibi Netanyahu, che ha ampiamente dimostrato doti di cinico manovratore, non pensi a una manovra spregiudicata da par suo: far saltare la sua maggioranza, stringere con l’attuale opposizione un accordo con Yair Lapid e Benny Gantz per un governo di unità nazionale giusto per approvare l’eventuale storico accordo con l’Arabia Saudita e poi andare a nuove, ennesime elezioni forte dello straordinario nuovo scenario di pace in Medio Oriente che ha siglato. Ancora un gioco d’azzardo.

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