Me contro teOdio e paura sono le due emozioni con cui i social fortificano le divisioni identitarie

Come spiega Max Fisher ne "La macchina del caos", le piattaforme che gestiscono i social hanno amplificato i nostri impulsi innati a fare gruppo tra “noi” per difenderci da “loro”, facendo leva su appartenenze identitarie vere, pompate ad arte o addirittura inventate dal nulla

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La forza più potente dei social media è l’identità. È questo lo stimolo che funziona meglio di tutti su queste piattaforme, che sono quindi progettate per attivarlo e dargli maggiore intensità. Esprimere e perfezionare l’identità, vedere e definire il mondo attraverso le sue lenti: questo effetto ha rivoluzionato il funzionamento dei social, perché i loro supervisori e i sistemi automatizzati si sono pian piano orientati sull’identità, un elemento che era molto utile ai loro scopi. Per comprendere il potere dell’identità iniziate a chiedervi: con quali parole posso descrivere meglio la mia? Potrebbero venirvi in mente la nazionalità, l’etnia o la religione. Forse la città in cui vivete, il lavoro che fate, o il vostro genere. Il nostro senso dell’io deriva in gran parte dalla nostra appartenenza a uno o a più gruppi. Ma questo impulso – le sue origini e i suoi effetti sulla nostra mente e sulle nostre azioni – «resta un mistero imperscrutabile per gli psicologi sociali», come scrisse Henri Tajfel nel 1979, quando decise di provare a risolverlo.

Tajfel aveva avuto un assaggio diretto del potere dell’identità di gruppo. Nel 1939 la Germania occupò il suo Paese natio, la Polonia, mentre lui era a studiare a Parigi. Ebreo e preoccupato per la sua famiglia, si finse francese per unirsi all’esercito. E continuò con quella pantomima anche quando venne catturato dai tedeschi. Dopo la guerra, rendendosi conto che la sua famiglia era stata sterminata, Tajfel diventò ufficialmente francese e poi britannico. Quelle identità erano meri costrutti sociali: come avrebbe fatto, altrimenti, a cambiarle come si cambiano i vestiti? Eppure avevano il potere di stimolare le manie omicide o la pietà nelle persone che lo circondavano e di spingere un intero continente sull’orlo dell’autodistruzione.

Le domande nate in quel contesto perseguitarono e affascinarono Tajfel per molti anni. Lui e alcuni colleghi iniziarono a studiare il fenomeno, che battezzarono “teoria dell’identità sociale”. Ripercorsero le sue origini arrivando ai primordi dell’umanità. Molti primati vivono in piccoli branchi. Gli esseri umani, al contrario, sono comparsi in collettivi numerosi, in cui l’appartenenza familiare non era sufficiente a legare i membri che perlopiù non erano imparentati fra loro. Il dilemma era che il gruppo non era capace di sopravvivere senza che ciascun membro contribuisse al benessere dell’insieme, e a sua volta nessun individuo poteva sopravvivere senza l’aiuto del gruppo.

L’identità sociale, come venne dimostrato da Tajfel, è il modo in cui leghiamo con il gruppo e in cui il gruppo lega con noi. È per questo che ci sentiamo spinti ad appendere una bandiera davanti a casa, a indossare una felpa con il nome dell’università che abbiamo frequentato o ad appiccicare un qualche adesivo sulla macchina. Sono manifestazioni che dicono al gruppo che teniamo alla nostra affiliazione, che la consideriamo un’estensione di noi stessi e che quindi siamo individui affidabili, pronti a fare il bene del gruppo. L’impulso a coltivare un’identità condivisa è talmente potente che ce ne costruiamo una anche dal nulla. In un esperimento alcuni ricercatori hanno assegnato ai soggetti una tra due etichette mediante il lancio di una monetina, dopo di che hanno fatto fare loro un gioco. Il risultato? Ognuno si mostrava più generoso con chi aveva la sua stessa etichetta, anche se sapeva che si trattava di definizioni prive di significato.

Lo stesso comportamento è emerso in decine di altri esperimenti e di situazioni reali, in cui le persone coglievano al volo qualsiasi occasione per stabilire un divario tra “noi” e “loro”, mostrando poi sfiducia, e perfino ostilità, verso il gruppo “altro”. Ad esempio, durante le pause per il pranzo sul set del film Il pianeta delle scimmie, girato nel 1968, le comparse si dividevano spontaneamente ai tavoli a seconda che interpretassero uno scimpanzé o un gorilla. Per anni, dopo quel film, Charlton Heston, che ne era il protagonista, parlò della «segregazione istintiva» definendola «inquietante». Nel sequel del film, un diverso gruppo di comparse si comportò esattamente allo stesso modo. Questo istinto è stato sempre animato da pregiudizio e ostilità. […] La mente ci costringe a questi comportamenti stimolando due emozioni in particolare: la paura e l’odio.

[…] Si tratta di istinti profondamente sociali e pertanto le piattaforme di social media, trasformando ogni click e ogni swipe in un atto sociale, li fanno riaffiorare. E poiché le piattaforme premiano i sentimenti che provocano engagement, spesso danno forma a questi istinti nella loro manifestazione peggiore. Il risultato crea una realtà fittizia in cui il gruppo cui l’utente appartiene è sempre virtuoso ma assediato, i gruppi estranei sono sempre una minaccia terrificante e quasi tutto ciò che succede è una questione di “noi” contro di “loro”. All’inizio, ovviamente, la tendenza dei social di indulgere sull’identità non era dannosa. Ma è sempre stata ben nota.

[…] «L’identità è la fionda», come ha scritto Ezra Klein, fondatore del sito di notizie Vox, in un libro sulla polarizzazione. «All’inizio in pochi capivano che il modo di vincere la guerra dell’attenzione era imbrigliare il potere della comunità per creare identità. Ma i vincitori sono emersi in fretta, spesso usando tecniche di cui neanche loro capivano fino in fondo i meccanismi». E tali vincitori erano dei provocatori superfaziosi, delle fabbriche di click a scopo di lucro, degli sfacciati truffatori. Liberi da vincoli che li costringessero all’imparzialità, alla precisione o a perseguire il bene comune, costoro trovavano pubblici enormi cavalcando, o provocando, i conflitti d’identità. Le conseguenze, lì per lì, non sembravano estendersi al di fuori di Internet. Ma gli avvertimenti più terribili su quello che sarebbe successo dopo, che con il senno di poi erano chiarissimi, arrivavano già da anni, da una parte del mondo in cui la posta in gioco non avrebbe potuto essere più alta e verso cui l’attenzione non avrebbe potuto essere più bassa: il Myanmar.

[…] Per decenni questo Paese era rimasto avvolto in uno degli isolamenti più totali che una nazione abbia mai sperimentato sulla Terra. Il governo militare, composto di individui paranoici, aveva vietato l’accesso a Internet, ai cellulari, ai media stranieri e ai viaggi internazionali. […] Nel 2011 l’anziano leader Than Shwe fu sostituito dall’ennesimo generale, Thein Sein. Quest’ultimo si scoprì un’inclinazione riformista: convinse gli esiliati a tornare a casa, allentò le restrizioni sui media e liberò i prigionieri politici. Poi prese le distanze dalla Cina, il vicino settentrionale che mostrava tendenze sempre più imperialistiche, e aprì il dialogo con gli Stati Uniti. […] Un player molto utile, seppur ingombrante, nel rilancio della nazione asiatica, accolto con favore sia dal governo birmano sia dai leader americani, fu la Silicon Valley. Portare online il Paese, si diceva, ne avrebbe modernizzato l’economia, dando ai suoi 50 milioni di abitanti il potere di favorire la transizione alla democrazia.

[…] Facebook giocò un ruolo di primo piano. Stipulando accordi con le aziende locali, fece in modo che ogni smartphone fosse venduto con l’applicazione base di Facebook già preimpostata. Nei Paesi più poveri, quali appunto il Myanmar, in cui il salario medio si aggira sui 3 dollari al giorno, il traffico dati del cellulare ha un costo proibitivo. Per superare l’ostacolo e vincere la corsa per aggiudicarsi i due, tre miliardi di clienti più poveri del mondo, Facebook e altre aziende tech americane lanciarono il “costo zero”, finanziando cioè intere popolazioni tramite accordi con i vettori locali per esonerare dal costo del traffico dei dati chi utilizzava le loro app. Il Myanmar rappresentò un caso di studio e, per Facebook, un successo senza precedenti. Una fetta enorme della popolazione imparò a messaggiare e a navigare sul web esclusivamente tramite Facebook, tanto che molti birmani rimasero del tutto inconsapevoli del fatto che esistessero altri modi di comunicare e di leggere le notizie online.

Arrivai in Myanmar all’inizio del 2014 per raccontare la lenta transizione del Paese verso la democrazia. […] Correndo in continuazione da un’intervista con un politico a una con un attivista finii per accorgermi che il futuro del Paese era più traballante di quanto ce lo dipingessero. L’esercito aveva ancora qualche potere residuo e sembrava riluttante a cederlo. Nel clero buddista si stava facendo largo una frangia estremista. E i social media, la novità di quell’epoca, erano zeppi di razzismo e di teorie complottiste. Online gli utenti furibondi parlavano ovunque di minoranze traditrici.

Intervista dopo intervista continuavo a sentire un nome che mi preoccupava: Wirathu. Quel monaco buddista era rimasto dieci anni in carcere per i suoi sermoni pieni d’odio ed era appena stato liberato nell’ambito dell’amnistia generale concessa dal governo. Wirathu aveva subito aperto degli account su Facebook e YouTube. E allora, invece di girare il Paese da un tempio all’altro per diffondere odio, si limitava a usare quelle piattaforme per canonizzare gran parte della nazione, anche diverse volte al giorno. Wirathu accusava la minoranza musulmana di crimini aberranti, infarcendo quei suoi discorsi di sfacciate falsità. Su Facebook, soprattutto, i suoi post circolavano e ricircolavano tra utenti che li prendevano come fatti indiscutibili, creando una realtà alternativa al sapore di rabbia e di teoria del complotto. Wirathu era ormai una star assoluta.

Aela Callan, una ricercatrice di Stanford che aveva lavorato in Myanmar, riferì al giornalista Timothy McLaughlin di essersi incontrata con i senior manager di Facebook alla fine del 2013 per avvertirli che la piattaforma era sommersa di messaggi d’odio. Per un Paese con centinaia di migliaia di utenti, che ben presto diventarono milioni, Facebook impiegava un solo moderatore capace di controllare i contenuti in birmano: la piattaforma era sostanzialmente senza supervisione. I manager dissero a Callan che in ogni caso Facebook non avrebbe limitato la propria espansione in Myanmar.

All’inizio del 2014 Callan lanciò un altro avvertimento: il problema stava peggiorando, e c’era il serio rischio che scoppiassero disordini. Ancora una volta cambiò poco o niente. Qualche mese più tardi Wirathu condivise un post in cui affermava, mentendo, che due musulmani, proprietari di altrettante sale da tè a Mandalay, avevano violentato una donna buddista. Scrisse i nomi dei presunti responsabili e dei loro locali, definendo quella loro aggressione il primo passo verso una rivolta di massa dei musulmani contro i buddisti. Wirathu sollecitava il governo a fare irruzione nelle case dei musulmani e nelle moschee in una sorta di attacco preventivo – che è la pretesa comune di ogni genocida, il cui messaggio implicito è che i cittadini debbano agire al posto delle autorità. Il post diventò virale e dominò i feed di tutto il Paese. Gli utenti indignati si incoraggiavano a vicenda a fare piazza pulita dei musulmani. A Mandalay si rivoltarono in centinaia, assaltando gli esercizi commerciali dei musulmani e i loro proprietari. Arrivarono perfino a uccidere due persone, ferendone innumerevoli altre.

Con il diffondersi dei tumulti, un membro senior del governo telefonò a un suo contatto nell’ufficio birmano dell’impresa di consulenza Deloitte per chiedergli aiuto: voleva contattare Facebook. Ma nessuno dei due riuscì a parlare con qualcuno all’interno dell’azienda. Disperato, il governo bloccò l’accesso a Facebook in tutta Mandalay. Le rivolte scemarono. Il giorno seguente da Facebook risposero al rappresentante della Deloitte, non per parlare delle violenze, ma per chiedergli se sapesse come mai la piattaforma fosse stata bloccata.

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