Gli indistinguibili La grillizzazione del Pd e la maschera di sinistra dei grillini

Dichiarazioni pubbliche, apparizioni nei media e condotta politica dei due partiti di opposizione sembrano essere sempre più interscambiabili. Ma non è ancora chiaro se è Schlein a essere passata sul campo del populismo oppure Conte su quello della politica

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In questa fase il Partito democratico e il Movimento 5 stelle sono indistinguibili. Dicono le stesse cose, fanno fronte comune, le dichiarazioni serali nei Tg o le apparizioni nei talk estivi sono interscambiabili: non si capisce se chi parla sia del Nazareno o un post-grillino. Elly Schlein e Giuseppe Conte li diresti dello stesso partito. L’unica differenza è la posizione sull’Ucraina, ma se ne parla poco ormai, anzi per nulla. Non ci pare dunque – come paventa Gianfranco Pasquino su Domani – che il problema sia l’eccesso di competizione tra Pd e M5s: semmai la questione politicamente inquietante è dove andrà a parare questa crescente convergenza. Sicuramente, tanto per dirne una, porterà a una radicalizzazione a sinistra con l’inevitabile autoesclusione dal gioco politico in favore della politica di rappresentanza di un disagio sociale ovviamente minoritario, il che tornerebbe a tutto vantaggio del governo. 

Dentro questo schema frontista certo, Schlein e Conte se la giocheranno per la leadership ma per ora, se non sapessimo tutti che le resistenze nei rispettivi elettorati e le scorie di un passato del M5s completamente ostile al Pd sarebbero troppo forti e il protagonismo geloso dei propri ruoli dei dirigenti pure, si potrebbe pensare persino a un processo unitario anche organizzativamente: la grillizzazione del Pd e la metamorfosi di sinistra del M5s (si veda l’intervista di Stefano Patuanelli a Repubblica di qualche giorno fa) sono due facce della stessa medaglia. 

Il cemento è la battaglia sul salario minimo orario a nove euro dove Schlein e Conte procedono spediti insieme con la petizione anche a livello organizzativo, infatti è sorto un apposito comitato Pd-M5s (Azione e Più Europa ne sono rimasti fuori per non chiari «motivi tecnici», verosimilmente non si sono voluti ficcare in una sede unitaria anche se solo organizzativa), e i due partiti sono impegnatissimi con le loro strutture a raccogliere le firme, che sono già duecentomila. 

La petizione, strumento democratico fin dai tempi della Rivoluzione francese, con l’avvento del web certo rischia di essere meno mobilitante: che ci vuole a mettere una firma online come ormai tutti fanno per le più svariate questioni? Detta così, chi può essere contrario a un salario minimo? E dunque sì, c’è sicuramente un’oncia di populismo in questa campagna estiva dei due partiti più grandi dell’opposizione, appaiati nei contenuti e non distanti nei sondaggi ma se le cose funzionano alla fine l’obiettivo di un milione di firme verrà raggiunto e superato, pur con tutte le firme ripetute che i responsabili politici dovrebbero trovare il modo di inibire. 

L’intesa Schlein-Conte verrà infine benedetta ancora una volta da Maurizio Landini nella manifestazione della Cgil del 7 ottobre che si profila come una grossa iniziativa contro la politica economica e sociale del governo Meloni (vedrete che nella piattaforma non si insisterà molto sulla guerra in Ucraina), una data che pare azzeccata visto che si sarà alla vigilia della presentazione della legge di Bilancio e della proposta del governo su salario minimo e dintorni. 

Se Meloni sarà abile tirerà fuori una proposta non indigeribile per pezzi di sindacato, Azione e Più Europa e persino esponenti del Pd autoproclamatisi riformisti, rompendo il campo largo. In quel caso Carlo Calenda, che ha scelto di stare dentro la battaglia sul salario minimo puntando a un accordo con il governo, a un certo punto potrebbe trovarsi in compagnia di gente che punta invece non a un accordo ma a una rottura con Meloni e si potrebbe trovare molto ma molto a disagio a seguire la strada di Elly e dell’avvocato del populismo. 

Perché quei due, cascasse il mondo, resteranno fianco a fianco, per convinzione più che per convenienza, ed è questo che ha in sé qualcosa di scabroso almeno finché non sarà chiaro se è Schlein a essere passata sul campo del populismo oppure Conte su quello della politica. Dopodiché se la giocheranno alle elezioni Europee, dove ognuno farà la sua partita spaccando la mela dell’opposizione radicale. E si ricomincerà da capo, mentre la destra guarda e sorride.

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