Supplemento agostoL’estate senza scandali, i reportage al Twiga e le inchieste a schiena dritta sugli scontrini

Il nuovo formato giornalistico è il sovrapprezzo e così i quotidiani denunciano, come se stessero facendo il Watergate, i costi dei lettini di lusso in spiaggia, i prezzi delle tigelle e i cinquanta centesimi per il cubetto di ghiaccio nel caffè

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Riempire i giornali d’estate è un incubo, lo so. Quanti articoli sul bere tanta acqua puoi fare? Per non parlare del fatto che, in questo secolo di bradipi che si sentono ghepardi, non puoi neanche più usare i classici: se dici di aspettare tre ore dopo mangiato prima di fare il bagno, l’internet ti spernacchia.

Su Twitter c’è un account che pubblica ogni settimana le copertine di dieci anni prima dei quattro principali settimanali scandalistici americani. Dieci anni fa i due principali erano andati sul sicuro istituzionale: Kate Middleton aveva partorito. Gli altri due, poveretti, avevano uno la copertina sul divorzio multimilionario tra Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones (mai neanche separati, che si sappia), e l’altro la gravidanza di Jennifer Aniston (mai stata incinta, che si sappia).

Una volta la sparavi grossa e dopo due giorni nessuno se ne ricordava, la tua copertina con la gravidanza immaginaria foderava le cassette dei gatti e tu potevi ricominciare a millantare saperlalunghismo. Adesso tutto è perpetuo, e gente che non ti comprerebbe comunque ride di te osservando gratis gli archivi delle tue millanterie.

In Italia, dove siamo talmente senza star-system che sulla copertina di Chi c’è Maria Elena Boschi, e i quotidiani per la disperazione tra un po’ intervisteranno la maestra dell’asilo che ci racconterà com’era da piccolo il tizio che ha sciorinato le proprie corna alla festa di fidanzamento, non possiamo vivere di sola spremitura di corna torinesi.

Quindi, i giornali hanno deciso che il formato giornalistico dell’estate sono i sovrapprezzi. Dovevamo sospettare che sarebbe finita così quando tutti i giornali – ma tutti, da Repubblica a Cavalli e segugi: sono un po’ offesa che Linkiesta non abbia ritenuto di farmi noleggiare un lettino in terza fila – hanno mandato un inviato al Twiga.

Giornali che da anni dicono ai collaboratori che no, non ci sono soldi, peccato per quell’esclusiva sul letto di morte che ti aveva offerto la regina Elisabetta ma proprio non ci possiamo permettere un Ryan Air per Londra, hanno ritenuto fondamentale investire cinquecento euro per far scrivere ai loro inviati che al Twiga – dove una giornata di lettino e ombrellone costa appunto cinquecento euro: ecco qui lo scontrino che illustra l’articolo e che è ovviamente più importante dell’articolo stesso essendo noi consapevoli che il pubblico ormai guarda solo le figure – la spiaggia è solo una spiaggia e il mare è solo mare.

Quando tutti ma proprio tutti avevano pubblicato lo scontrino del Twiga, siamo passati a quelli minori. Lo scontrino che dice che hanno fatto pagare a qualcuno la divisione in due d’un toast. Seguono interviste ai clienti truffati, alla gente famosa indignata, alla colpevole di taglio del toast retribuito che rivendica che il lavoro sta in Costituzione o qualcosa del genere.

Poi lo scontrino del piattino per far assaggiare a una bambina le trofie ordinate dalla mamma, e in primo piano ben a fuoco i due euro di dicitura piattino, e altro giro di interviste, indignazioni, e lettori che si chiedono perché diavolo la mamma non abbia dato alla bambina una forchettata dal proprio piatto come tutte le mamme nella storia del mondo dall’invenzione delle forchette in poi, e i ristoratori che ci parlano del costo delle spugnette in ristoranti che evidentemente non si possono permettere neanche la lavastoviglie.

Sempre nella stessa settimana, quella in cui era ormai agosto e non c’erano notizie non sceme cui dedicarsi, lo scontrino delle tigelle. Ottocentoquarantacinque euro, accipicchia. Però erano in ventiquattro, dicono i gestori del chiosco. Ma alcuni erano bambini molto piccoli, dicono i ventiquattro: bambini piccoli, conti piccoli. Alla fine questi, invece di pagare prima e poi andare a protestare sui social, hanno piantato un tale casino che duecento e spicci euro di tigelle glieli hanno scontati.

Sono meglio quelli che piantano un casino alla cassa o quelli che fotografano scontrini contando sulla dopamina attivata dall’indignazione social? Se mangi la pizza da Cracco e poi ti lamenti che costi come una pizza di Cracco sei scemo o la società ti deve solidarietà? (O forse la società ti deve solidarietà proprio perché sei scemo?). Non lo so, ma non si sentiva parlare tanto di scontrini da quando in Parlamento arrivarono i Cinque stelle e scambiarono il concetto di responsabilità politica con le rendicontazioni del barbiere della buvette e delle bollette dei cellulari.

Ci sarebbe anche la questione della roba da bere ai concerti, che a quanto ho capito (sono troppo vecchia per i concerti) ora si paga coi soldi del Monopoli che devi convertire prima, e le cifre di questi gettoni dell’autoscontro usati per pagare la birra non sono mai tonde, quindi a chi ha speso duecento euro per vedere Beyoncé tocca pure sprecare due euro di gettoni inutilizzabili, e sono quei due euro a costituire un inaccettabile aggravio economico.

L’ultima foto che ho visto è quella dello scontrino del ghiaccio: cinquanta centesimi per il cubetto di ghiaccio da mettere nel caffè. Anni fa il commercialista mi suggerì una app che avrebbe archiviato gli scontrini da detrarre – quelli delle farmacie e dei ristoranti che mi perdevo sempre prima di consegnarglieli – se li fotografavo. Non l’ho mai scaricata, perché tanto lo so che mica mi ricordo di fotografare gli scontrini. A quante pare, sono l’unica italiana a non farlo.

Visto che mancano ancora le due moscissime settimane postFerragosto, suggerisco ai giornali supplementi ai limiti dell’estorsione dei quali indignarsi se dovessero venir meno fotografatori di scontrini a offrire spunti.

A Milano il supplemento notturno sul tassì è di sette euro e sessanta (in novecentese: quindicimila lire) e scatta alle nove di sera, cioè quando in estate c’è la luce di mezzogiorno. È una cosa di cui m’indigno in silenzio da quindici anni, non è che se vi fotografo il tariffario ci fate una serie d’articoli?

Dal parrucchiere il balsamo si paga a parte, è un sopruso relativamente recente: nel Novecento non solo il balsamo era ovviamente incluso, ma spesso il parrucchiere ti omaggiava della manicure. Adesso, ho visto un parrucchiere in via Moscova, sempre Milano, che oltre al balsamo ti fa pagare anche gli asciugamani. L’alternativa immagino sia scrollare la testa come i cavalli. Se fotografo i prezzi in vetrina, posso contare su un’inchiesta?

Ma, soprattutto, se ordino qualcosa dalla Cina o dall’America (o persino da Londra, mannaggia alla Brexit), il dazio doganale che il postino mi chiede prima di consegnarmi il mio pacco, dazio che di suo è sempre calcolato misteriosamente a casaccio, ha in più il ventidue per cento di Iva. L’Iva sul dazio. La tassa su una tassa. Se vi fotografo un Meridiano di Kafka, posso sperare che diventi lo scandalo dell’estate?

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