I giornali che ci meritiamoIl mio volo da Caracas, il toast a metà e la lubranizzazione dei mass media

Nostalgia per l’epoca in cui i quotidiani pubblicavano autori che facevano girare i neuroni dei lettori, anziché guide new age per chiedere il rimborso aereo e indignarsi del sovrapprezzo al tavolo

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Era l’estate del 1991, ero miracolosamente stata promossa alla maturità, ed ero andata in vacanza con tre coetanee. Un viaggio nel quale era già successo di tutto, essendo noi tre diciottenni che, come tutte le diciottenni cresciute nella bambagia, non sapevano trovarsi il culo con le mani.

Ma l’ultimo colpo di scena sarebbe arrivato solo al terzo atto, se fossimo state più attente nelle ore in cui si faceva Shakespeare l’avremmo saputo. Il giorno stabilito, all’ora stabilita, arriviamo all’aeroporto di Caracas per prendere il volo di ritorno.

Per capire quel che succede a quel punto, è necessario sapere tre cose, che do per scontato i lettori di questa pagina non sappiano, vivendo noi in un’epoca di presentismo in cui «eh ma non ero nato» è la scusa per non sapere che sono esistite le Brigate Rosse o le spalline imbottite.

La terza cosa è che nel 1991 i giornali erano fatti per chi comprava i giornali. Non per gente che non sa trovarsi il culo con le mani e non è stata attenta nel corso delle scuole dell’obbligo, come i giornali di oggi. I giornali non ti spiegavano come prendere gli aerei, quello al massimo te lo spiegavano le agenzie di viaggi.

La seconda cosa è che nel 1991, se eri una diciottenne con la pretesa d’andare in vacanza da sola, mamma e papà non ti tenevano la manina in videochiamata. Se non trovavi un telefono a monete, o se avevi finito i soldi per chiamare, non potevi chiedere come risolvere la tua incapacità di viaggiare. Peraltro mamma e papà probabilmente non te l’avrebbero saputa risolvere, visto che Google non esisteva e loro le prenotazioni le facevano fare all’agenzia di viaggi.

La prima cosa è che nel 1991 i biglietti aerei erano dei lussi. Lo compravi per un volo, e potevi decidere di usarlo invece per quello del giorno dopo. Il che faceva sì che le compagnie aeree, per evitare di trovarsi con un volo vuoto perché tutti quelli che avevano comprato il biglietto per quel martedì avevano invece deciso di partire un altro giorno, chiedessero, per i tragitti intercontinentali, la conferma.

Dovevi chiamare, tu o l’agenzia, e dire sì, partiremo proprio il giorno per il quale abbiamo comprato il biglietto, e loro allora non davano il tuo posto a bordo a qualcun altro. Solo che, in quell’estate del 1991, i biglietti li aveva fatti una di noi: nessuno l’aveva avvisata della necessaria conferma, o lei se n’era scordata come si scordano le cose non sentimentali le diciottenni abituate a non avere responsabilità pratiche.

Quando arrivammo all’aeroporto, quattro ragazzine viziate il cui spagnolo era di livello «terza lingua che ho fatto in un linguistico bolognese» (io, l’unica pluribocciata del gruppo, sapevo dire solo «tijeras» e «parrilla de mariscos», oltre a un paio di frasi da “Las edades de Lulu”), quando arrivammo in aeroporto la hostess ci disse sbrigativamente: non avete confermato, le vostre prenotazioni sono state cancellate, scansatevi ché devo fare il check-in ai signori.

L’altro giorno, quando il sito del giornale su cui nel 1991 scrivevano Umberto Eco e Alberto Arbasino aveva in apertura articolate spiegazioni sui diritti dei passeggeri in caso di overbooking, mentre la stampa tutta si trasformava in “Mi manda Lubrano” e, se non ci spiegava i nostri diritti di viaggiatori senza posto a bordo, ci spiegava i nostri diritti di mangiatori di toast, l’altro giorno ho pensato: che invidia, queste diciottenni del 2023.

Noi non berciammo neanche un «voi non sapete chi siamo noi», e non perché non fossimo arroganti ma perché non eravamo cresciute col Gabibbo, non avevamo un TikTok, e insomma eravamo delle dilettanti del ritenerci sempre dalla parte della ragione. La natura è niente, se non interviene la cultura: nonostante la mia innata stronzaggine, non mi uscì neanche un «io sono la figlia del dottore, non si permetta di non farmi tornare a casa».

Non ritenemmo un sopruso la cancellazione, dormimmo sul tappeto che portava al check-in della prima classe, e ci lasciammo mettere, la mattina dopo, su un volo per Francoforte. Francoforte da cui ci dovemmo arrangiare a prendere un treno con gli ultimi spicci per tornare a Bologna.

La lubranizzazione dei mass media avrà almeno ottenuto il risultato di far arrivare le diciottenni alle loro destinazione originaria senza dover comprare altri biglietti, oltre a quella di non farci più leggere nessun Eco, nessun Arbasino, niente di vagamente complesso che ci faccia faticare i neuroni invece di dirci che noi valiamo e la linea aerea ci deve rimborsare il disturbo?

Forse no, perché anche la lubranizzazione bisogna saperla fare, anche nella lubranizzazione ci va un po’ di uso di mondo. Ieri La Stampa ha intervistato Cristina Bowerman, cuoca di ristorante con stella Michelin, che ha raccontato con non si capisce quale aggiunta autorevolezza una cosa che qualunque italiano potrebbe raccontare: che gli stranieri nei locali delle città turistiche li fanno pagare di più.

(Mio aneddoto preferito: piazza Maggiore, Bologna, il bar al quale ci si siede per mangiare qualcosa mentre proiettano i film della cineteca nelle sere d’estate. Ordiniamo un tagliere di salumi e piadina e tigelle: carboidrati specificati nel menu. Arrivano solo i salumi. Dopo mezz’ora e un paio di sollecitazioni, ci arrivano quattro triangolini di piadina, e la cameriera spiega serena: «Agli altri diamo solo il pane, ma io ho detto: sono italiane, gli spetta»).

Leggevo l’intervista della Bowerman sullo scandalo del sovrapprezzo per dividere in due il toast, e mi ricordavo d’un amico perseguitato da qualcuno con cui aveva cenato nel ristorante della Bowerman: il tizio gli aveva per anni rinfacciato che, nel piatto che gli avevano servito, ci fosse un solo raviolo.

Il guaio è che persino per il lubranismo ci vuole un po’ di uso di mondo. Per andare nel ristorante stellato e sapere che non puoi chiedere una mezza porzione abbondante, e stravolgerti se il raviolo dello chef è solo uno e non ha senso chiedere un secondo piatto per dividerlo con qualcuno.

Per scrivere del toast tagliato con sovrapprezzo, e fare l’unica domanda che andava fatta, e che non ho visto in nessuno degli articoli di questi giorni: ma chi diavolo è che i toast li serve interi? Mangio praticamente solo toast, ne ho mangiati nei bar di tutta Italia, ho una statistica di centinaia di toast, e non è mai successo che non me lo portassero già tagliato.

Se fate le inchieste sul taglio del toast, almeno metteteci le indecenti foto dei poveri clienti di quel posto anomalo in cui vengono costretti ad addentare un toast intero, col penoso spettacolo del ripieno che cola. Se lubranizzazione dev’essere, almeno intratteneteci.

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