Cartoline da BelémL’utopia di una politica comune per proteggere l’Amazzonia

L’alleanza per la salvaguardia della più grande foresta pluviale al mondo è una buona notizia, ma le resistenze di Bolivia e Venezuela hanno impedito di fissare una data condivisa per la “deforestazione zero”. Intanto, Lula non si è opposto alle nuove esplorazioni petrolifere (creando tensioni nel suo governo). È la triste trama di un film già visto, fatto di misure frammentate e prive di senso d’urgenza

AP Photo/LaPresse

Sull’Amazzonia si è ormai già detto e scritto quasi tutto. Spesso le parole non bastano per descrivere la profondità e la delicatezza della foresta pluviale più grande del nostro Pianeta: si sviluppa sul territorio di nove Paesi del Sudamerica, e il sessanta per cento della sua superficie si concentra in Brasile. Tra deforestazione, effetti del cambiamento climatico e attività illegali di organizzazioni criminali, questo patrimonio della biodiversità – che regola l’umidità, mitiga le escursioni termiche e immagazzina CO2 – è ormai un polmone verde ferito da minacce quotidiane. 

Certi studi, addirittura, ritengono che abbia paradossalmente cominciato a contribuire al riscaldamento della Terra: le attività antropiche stanno compromettendo la capacità dell’Amazzonia di essere una regolatrice del clima globale. Governi, aziende e organizzazioni sovranazionali non l’hanno mai protetta con il dovuto senso d’urgenza, e una triste conferma è arrivata ieri a Belém, capitale dello Stato del Pará, sulla riva destra del Rio Guamá. 

Nella città brasiliana si è tenuto il primo vertice in quattordici anni dell’Organizzazione del trattato di cooperazione amazzonica (Otca), a cui hanno aderito Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela. Fin dalle prime ore è emersa l’ambizione del presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, che sta provando a invertire l’inquietante rotta percorsa da Jair Bolsonaro. Con risultati incoraggianti, a quanto pare: nei primi sette mesi del suo mandato, la deforestazione del Brasile si sarebbe ridotta del 42,5 per cento. Il suo obiettivo – già ufficializzato a livello nazionale – è quello di “azzerarla” entro il 2030, ma non tutti gli Stati sudamericani sono sulla stessa linea. 

Gli otto Paesi hanno rinnovato l’alleanza per proteggere l’Amazzonia, ma non sono riusciti a raggiungere un accordo su una data comune per lo stop al disboscamento. Una foresta pluviale di 6,7 milioni di chilometri quadrati va protetta con azioni coordinate e lineari, capaci al tempo stesso di prevenire e curare. Un obiettivo reso utopico dalle divergenze politiche tra gli Stati dell’Octa. 

Il clima di sfiducia è stato alimentato dai recenti attacchi contro i popoli indigeni, quotidianamente minacciati dai disastri ambientali che stanno portando l’Amazzonia al collasso. Secondo il Consiglio nazionale per i diritti umani (Cndh), alla vigilia del vertice sono stati aggrediti alcuni membri dell’etnia Tembé, residenti nella comunità Turé Mariquita, a Tomé Açu. 

L’alleanza, si legge nella dichiarazione finale di Belém, «ha come scopo di promuovere la cooperazione regionale nella lotta alla deforestazione, per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno». Tuttavia, l’assenza di una data comune (e vincolante) per fermare la deforestazione porterà solo frammentazione nelle politiche nazionali per proteggere il polmone verde. Ogni Stato, infatti, potrà decidere in autonomia i propri obiettivi individuali. E non è una bella notizia.

Bolivia e Venezuela sono stati gli unici Paesi dell’Amazzonia a non aver firmato, durante la Cop26 del 2021, l’accordo sull’impegno a fermare la deforestazione entro il 2030. Il patto era stato sottoscritto da più di cento governi, compreso quello cinese. In Bolivia, il trend degli alberi abbattuti corre veloce come in nessun altro Stato sudamericano: secondo il Global forest watch, un progetto del World resources institute di Washington, dal 2002 al 2022 ha perso il 9,1 per cento (3,7 milioni di ettari) della sua foresta pluviale. 

«L’accelerazione della deforestazione potrebbe sembrare paradossale in un Paese noto nel mondo per il suo impegno a favore dei diritti della Madre Terra. Ma sembra che il governo abbia scelto di dare priorità allo sviluppo economico basato sulle risorse dell’ambiente invece di mantenere la promessa di farsi custode della natura», ha scritto Victor Galaz, vice direttore del Resilience centre dell’Università di Stoccolma, su The Conversation. 

«Non è possibile, in uno scenario come questo, che otto Paesi amazzonici non riescano ad affermare in coro che la deforestazione deve finire e che cercare petrolio in mezzo alla foresta non è una buona idea», ha detto Marcio Astrini, segretario esecutivo dell’Observatório do Clima, dopo i colloqui avvenuti l’8 agosto. 

Proprio l’estrazione petrolifera è stata una delle questioni più dibattute durante il summit. Da una parte Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia della Colombia, ha detto che vieterà l’implementazione di pozzi nella “sua” porzione di Amazzonia; dall’altra, Lula non si è opposto al progetto di esplorazione petrolifera che la Petrobras, colosso petrolifero brasiliano, vuole sviluppare alla foce del Rio delle Amazzoni. Oltretutto, la posizione ambigua di Lula sta creando tensioni all’interno del governo del Paese, dato che Marina Silva, ministra dell’Ambiente, è fortemente contraria al piano della Petrobras. 

«La dichiarazione finale del vertice sull’Amazzonia è deludente sotto diversi aspetti, ma soprattutto per il fatto che non include impegni chiari e concreti che puntino a superare le divergenze tra i Paesi», afferma Leandro Ramos di Greenpeace Brasile.

Le Ong lamentano l’assenza di obiettivi intersettoriali nel breve-medio termine e temono che l’insipido accordo raggiunto l’8 agosto possa proiettare un film già visto. Diego Casaes, direttore delle campagne dell’organizzazione non governativa internazionale Avaaz, si è detto soddisfatto dei progressi sui diritti dei popoli indigeni – riferendosi alla demarcazione legale delle loro terre –, ma ha definito l’assenza di una data sullo stop alla deforestazione un «grande fuoricampo». 

La costola brasiliana del Wwf si è espressa favorevolmente sul riconoscimento del «punto di non ritorno dell’Amazzonia» da parte dei capi di Stato presenti a Belém. Si tratta di uno step legale che, secondo gli analisti, potrà aiutare nella lotta contro l’estrazione illegale d’oro (ma non solo) in Amazzonia: un’attività che si espande a discapito dei territori delle popolazioni native.  

Nel documento finale si legge una chiara richiesta destinata ai Paesi più sviluppati: «Mantenere la promessa di stanziare cento miliardi di dollari all’anno per i Paesi in via di sviluppo», aiutandoli così a superare le difficoltà economiche, sociali e ambientali del disboscamento. Una preghiera lecita e ambiziosa, ma che senza uno sforzo collettivo da parte degli Stati amazzonici rischia di rivelarsi un’occasione persa. 

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