Da foresta a savanaIl destino dell’Amazzonia è (anche) nelle mani di Marina Silva

La credibilità della ministra dell’Ambiente brasiliana è una valuta politica decisiva da spendere per l’obiettivo deforestazione zero entro il 2030. Vent’anni dopo l’inizio del suo primo mandato, l’ex senatrice federale - che di recente ha riallacciato i rapporti con Lula - torna al governo con di fronte la sfida più difficile

Marina Silva e Lula alla Cop27 (AP Photo/LaPresse)

In un Brasile tormentato dall’assalto complottista e golpista dei sostenitori di Bolsonaro al Palácio do Planalto di Brasilia, c’è una parola che fa paura più delle altre: savana. È uno dei compiti più delicati e osservati internazionalmente del nuovo governo di Lula, creare un muro contro un futuro di savana, evitare che il piano inclinato di distruzione dell’Amazzonia degli anni di Bolsonaro porti alla trasformazione irreversibile della più importante e vasta foresta al mondo in una distesa di erba. 

Sarebbe una catastrofe climatica, che da sola avrebbe il prezzo di un aumento di temperatura globale di 0.3°C e che ci impedirebbe con ogni probabilità di rimanere dentro i parametri dell’accordo di Parigi del 2015. La persona a cui Lula ha affidato uno dei compiti chiave del suo nuovo mandato, quello di dimostrare che il Brasile è tornato nella lotta alla crisi climatica dopo gli anni del buio e della motosega, è l’ambientalista più famosa del Paese, l’allieva di Chico Mendes, l’attivista trasformata in figura politica. Stiamo parlando di Marina Silva, la nuova ministra dell’ambiente.

Sono passati esattamente vent’anni dalla prima volta che Silva ha avuto questo incarico, era il 2003 e iniziava il primo mandato di Lula da presidente, quello che avrebbe portato i risultati più significativi nella lotta alla deforestazione, con un calo dell’ottanta per cento dei tagli (merito anche delle posizioni radicali di Silva). Troppo radicali, per alcuni. L’idillio si sarebbe interrotto cinque anni dopo, quando le politiche del presidente operaio iniziarono a pendere troppo verso le ragioni dell’agribusiness, e Silvia si dimise in modo plateale e doloroso, strappando la sua tessera del PT, il Partido dos Trabalhadores di Lula. 

Nel 2008 inizia così la sua traversata nel deserto, da lì prova per tre volte a candidarsi come presidente, invano, prima di riallacciare il filo spezzato con Lula ed essere uno dei volti chiave nella delegazione del presidente eletto alla Cop27 di Sharm El-Sheikh. In Egitto Silva era già ministra in pectore, una nomina che è in parte una dichiarazione d’intenti e in parte una promessa: dal punto di vista ecologico.

Lula vuole essere quello degli inizi, la credibilità di Marina Silva è una valuta politica decisiva da spendere per l’obiettivo deforestazione zero entro il 2030 e per un presidente che dovrà vedersela con tanti, forse troppi ministri (addirittura trentasette, contro i ventitré di Bolsonaro), gravato non solo dall’instabilità del Paese ma anche dalla complessità di un governo ampio e destinato a parecchi compromessi per durare. 

L’autorità morale di Silva ha radici nella sua vita all’interno della comunità dei seringueiros, i raccoglitori di caucciù nel territorio di Acre, nord-est del Brasile. È qui che incontra Chico Mendes, il leader sindacale ecologista che unì le battaglie dei lavoratori delle foresta con quelle ecologiste e che fu assassinato nel 1988. A 64 anni, Silva ha da spendere la tempra di chi è sopravvissuta alla fame, all’epatite, alla malaria, all’avvelenamento da metalli pesanti, di chi ha subito sul proprio corpo le diseguaglianze del principale Paese forestale al mondo.

Ha formato la sua pratica politica con gli empate, la tattica pacifica e radicale di sciopero contro la deforestazione e la distruzione ecologica che avrebbe reso Mendes un’icona ecologista. Gli empate ebbero risultati concreti, nello Stato di Acre due milioni di ettari oggi sono gestiti in modo sostenibile delle comunità tradizionali e indigene. Nel 1994, sei anni dopo la morte del suo maestro, Silva diventa la prima raccoglitrice di cacciù a entrare nel Senato brasiliano. Nove anni dopo sarebbe stata nominata ministra per la prima volta.  

Oggi Silva torna ministra con di fronte la sfida più difficile, quella tracciata dal terrificante studio uscito su Nature nel 2021: la foresta amazzonica brasiliana, nella condizione in cui si trova oggi, produce più emissioni di quelle che è in grado di assorbire. Per dirla con Luciana Vanni Gatti, una delle autrici dello studio, «sta concretamente più morendo che crescendo». Negli ultimi cinquant’anni ha perso il diciassette per cento della sua superficie, convertita a pascoli o campi per coltivazioni intensive. 

La diminuzione della foresta ha innescato un circolo vizioso: meno alberi, meno pioggia, meno vapore acqueo che rinfresca l’aria, meno protezione contro la luce del sole, condizioni più secche, calde e aride: un processo che inibisce la fotosintesi. Il punto di non ritorno: secondo Carlos Nobre, il climatologo brasiliano più illustre, è tra il venti e il venticinque per cento di distruzione. Nelle aree orientali, le più devastate, già un terzo è andato perso e la stagione secca dura un mese in più rispetto alla norma. 

Le precipitazioni sono calate di un terzo in quattro decenni e le temperature medie dentro la foresta sono aumentate di 3,1°C. La foresta, all’inizio del 2023 e della nuova era Lula-Silva, è vicina a un baratro dal quale non ci sarebbe ritorno. A quel punto in una manciata di decenni l’ecosistema si trasformerebbe in savana: evitarlo è il mandato di Marina Silva, vent’anni dopo la sua prima esperienza da ministra, trenta dopo il suo ingresso in Senato, trentacinque dopo la morte di Chico Mendes.