Due volte al giorno dalla stazione di radiosondaggio di Payerne, in Svizzera, si lancia nell’atmosfera un pallone meteorologico. Tra i dati che registra c’è lo zero termico, cioè l’altitudine oltre la quale la temperatura rimane sempre sotto gli zero gradi celsius (°C). Per trovarlo, nella notte tra il 20 e il 21 agosto la radiosonda ha dovuto raggiungere i 5.298 metri di altitudine. «Un record dall’inizio delle misurazioni nel 1954», ha fatto sapere su X (ex Twitter) MeteoSvizzera. Ma in tempi di crisi climatica, e con parte dell’Europa colpita da una nuova ondata di calore, certi record non sono destinati a rimanere imbattuti a lungo: sempre tra il 20 e il 21 agosto la stazione di radiosondaggio Novara Cameri ha registrato lo zero termico ancora più in alto, a 5.328 metri.
Cos’è davvero lo zero termico e perché è importante
Lo zero termico è un dato utile per monitorare il clima e la salute delle montagne. Come accennato, indica la quota sopra la quale le temperature rimangono sempre e solo negative ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non significa che le temperature al di sotto siano sempre e solo sopra gli 0°C. «Può capitare che salendo di quota la temperatura cali gradualmente fino a scendere sotto lo zero, poi torni di poco sopra lo zero e poi scenda definitivamente sotto. Ciò accade perché la colonna atmosferica o troposferica è spesso stratificata, non omogenea, e ci sono quindi masse d’aria che si muovono orizzontalmente con differenti valori di umidità e temperatura», spiega a Linkiesta Andrea Colombo, meteorologo di 3BMeteo.
«È giusto chiarire anche questo punto, ma non deve diventare un pretesto per sminuire l’importanza del dato: uno zero termico oltre i cinquemila metri è e resta eccezionale», prosegue Colombo. «I record dello zero termico si verificano in genere nel cuore dell’estate, a luglio, mentre questo è stato registrato a fine agosto. Il precedente record, poi, non è lontano nel tempo: risale solo a luglio 2022. Inoltre, dopo la registrazione del picco lo zero termico è rimasto alto, persistendo a 4.700-4.800 metri per due o tre giorni. Tutto questo sottolinea ulteriormente l’eccezionalità della situazione e lascia intendere che la tendenza resta orientata verso stagioni estive sempre più calde, durante le quali lo zero termico ha più probabilità di raggiungere quote elevate».
L’ennesimo campanello di allarme sulla salute dei ghiacciai
Dal 1991 al 2020 la media dello zero termico è stata 2.570 metri sul livello del mare, oscillando tra i mille e i duemila metri in inverno e tra i tremila e i quattromila metri in estate. Uno zero termico oltre i cinquemila metri è una pessima notizia, ma non una sorpresa. Ci ricorda qualcosa che già sappiamo: il clima è cambiato, il mondo si surriscalda e la finestra per contenere il più possibile i danni si restringe.
Sono danni che osserviamo soprattutto nelle «terre alte», dove le temperature si sono alzate in modo allarmante. La stazione meteorologica più alta d’Europa, al rifugio Capanna Margherita sul Monte Rosa (4.554 metri), alle 10 del mattino del 22 agosto misurava 8,9°C e per circa trentasei ore non ha mai registrato temperature minime sotto gli 0°C, nemmeno di notte. A pagare le conseguenze più visibili sono i ghiacciai dell’arco alpino, risorse preziose notoriamente in via di estinzione (e che ormai possiamo sperare di preservare soltanto riducendo drasticamente e urgentemente le emissioni climalteranti).
«Uno zero termico a quote così alte porta a fusione la neve e il ghiaccio a qualunque altitudine», spiega a Linkiesta Christian Casarotto, glaciologo e mediatore culturale al Muse, il museo delle scienze di Trento. «La superficie di un ghiacciaio può essere divisa in una zona a più bassa quota, detta di fusione o di ablazione, e una ad alta quota, detta di accumulo. La zona di accumulo è quella in cui si “fabbrica” il ghiaccio e in cui, alla fine dell’estate, permane parte della neve caduta durante l’inverno precedente. Se però le temperature sono troppo alte, come sta accadendo, si rischia di “consumare” tutta la neve invernale e la “fabbrica” non ha più materia per costruire il ghiaccio stesso».
Lo zero termico oltre i cinquemila metri, portando a fusione la neve a tutte le quote, ha ridotto queste zone di accumulo in tutti i ghiacciai delle Alpi. Questi sono gli effetti a breve termine che abbiamo davanti agli occhi adesso, ma la situazione ha evidenze anche a lungo termine: è dalla fine degli anni Ottanta che le “fabbriche di ghiacciaio” non riescono più a bilanciare la quantità di ghiaccio perso per fusione durante i mesi estivi.
«Possiamo immaginare il funzionamento del ghiacciaio come se fosse un bilancio economico: se spendo dieci euro devo riuscire a guadagnarne altrettanti o magari di più, altrimenti il mio bilancio sarà negativo. Il bilancio dei ghiacciai è negativo perché si scioglie più ghiaccio di quanto se ne forma, e negli ultimi decenni le perdite di ghiaccio hanno avuto un’accelerazione», prosegue Casarotto.
«Non è una novità. A livello alpino i bilanci dei ghiacciai sono già pressoché negativi da decenni come conseguenza delle attività umane climalteranti che da tempo avremmo dovuto ridurre. Mi stupisco che non siano già state prese misure per ridurre in maniera importante le emissioni di gas climalteranti, misure che devono essere adottate a livello mondiale per rispetto nei confronti delle generazioni future».
Nel futuro delle Alpi non c’è spazio per i ghiacciai
Questa settimana il ghiacciaio dei Forni ha perso trentasei centimetri in soli quattro giorni, mentre di norma in estate avrebbe dovuto perderne circa sei al giorno, e sul versante francese del monte Bianco le alte temperature hanno portato al crollo di una porzione di ghiacciaio con diversi detriti rocciosi. Non ci sono state vittime, ma è facile ripensare al crollo della Marmolada del luglio 2022, quando una grossa porzione di ghiacciaio si è staccata causando la morte di undici alpinisti.
«Le Alpi non sono più montagne per ghiacciai e questo non è qualcosa che riguarderà il clima del futuro, è un fatto presente», ha scritto pochi giorni fa il glaciologo Giovanni Baccolo. Eppure, di fronte a un clima e a una montagna che sono già cambiati e continuano a farlo, spesso l’approccio alle «terre alte» resta invariato. Lo vediamo nell’industria dello sci, un settore su cui continuano a esistere investimenti importanti ma la cui sopravvivenza è garantita di fatto dall’innevamento artificiale.
Il ricorso alla neve artificiale, che avviene nel novanta per cento delle piste da sci italiane, pone però un tema di consumo di risorse idriche. Quali siamo disposti a destinare a questo scopo e a quale prezzo? «L’industria dello sci ha la bocca arsa e, nella disperazione, si spinge a sfruttare anche bacini idrici di grande pregio ambientale. Alcuni lo chiamano istinto di sopravvivenza, altri miope accanimento terapeutico», ha scritto pochi giorni fa Pietro Lacasella su Alto-Rilievo, spazio virtuale in cui riflette sull’urgenza di un approccio alla montagna più sostenibile, adeguato e rispettoso.
Accanimento terapeutico e senso del limite
La principale obiezione a questo discorso di solito mette sul tavolo l’aspetto economico: l’industria dello sci è la principale fonte di guadagno, se non l’unica, per varie comunità montane. È questo il motivo per cui alcuni ghiacciai, come il Presena, in estate sono coperti con teli riflettenti: non sono una soluzione contro l’estinzione dei ghiacciai, ma possono prolungare ancora per un po’ la possibilità di sciarci sopra.
L’industria dello sci probabilmente continuerà a sopravvivere, seppure con numeri e forme diverse. Ma le strade sostenibili e percorribili verso il futuro, intanto, devono essere altre. Da una parte è auspicabile la riconversione, la diversificazione e la destagionalizzazione dell’offerta turistica montana, che evidentemente non può più puntare solo su una risorsa (lo sci invernale, la neve) destinata a ridimensionarsi o a sparire. Dall’altra, gli investimenti sulle «terre alte» dovrebbero puntare a rendere le montagne non solo una meta a misura di turista, ma prima di tutto un luogo abitabile dalle persone tutto l’anno – un’eventualità remota se nelle valli mancano poste, asili o una connessione a internet decente.
Ultimo ma non meno importante, quando guardiamo alle montagne devono cambiare il nostro approccio, le nostre aspettative e il nostro senso del limite e della realtà. Se continuiamo a pensare ai monti come a una bella scenografia per le nostre avventure, come a un parco giochi in cui allestire a piacimento i nostri passatempi indipendentemente da tutto il resto, anche l’assurdo diventa normale: coprire il centro di Livigno di neve artificiale in pieno agosto per fare una gara di sci, ad esempio, o farsi portare in vetta in elicottero per poi godersi un’adrenalinica discesa sugli sci, in tuta alare o in bicicletta.
Un nuovo senso del limite è necessario soprattutto nell’approccio ai ghiacciai, che in questa stagione estiva continuano a essere percorsi da numerose cordate di alpinisti. Al netto dell’inevitabile impatto che qualunque attività umana ha sull’ambiente naturale, l’alpinismo praticato con buon senso non peggiora la tenuta o la salute dei ghiacciai. La crisi climatica, però, li rende più instabili e pericolosi, perché aumentano i crepacci e la possibilità di frane e cedimenti. In alta montagna il rischio non è mai pari a zero, ma è chiaro che questa nuova e aumentata pericolosità non può essere ignorata e porta a interrogarsi sul futuro del binomio turismo e ghiacciai, un tema che proprio in questi giorni è affrontato anche dalla nuova edizione della Carovana dei ghiacciai di Legambiente.
A luglio su Ansa la guida alpina della Valle d’Aosta e geologo Mario Ravello ricordava a tutti di essere pronti a rinunciare all’escursione in assenza di dati sufficienti o rassicuranti sulle temperature e sullo stato di conservazione del ghiacciaio. C’è una comprensibile tristezza all’idea che le conseguenze della crisi climatica ci tengano lontani dal ghiacciaio che avremmo voluto attraversare, dalla vetta che avremmo voluto raggiungere; all’idea che le montagne non possano più essere vissute come prima, come se la crisi climatica fosse altrove.
Ma sarebbe un peccato se questa tristezza alimentasse il fuoco del disfattismo. Come ha scritto la scrittrice e saggista Rebecca Solnit sul Guardian, si può essere tristi e fiduciosi allo stesso tempo: «Non ce ne facciamo niente della speranza quando tutto va bene. Lottare contro il disfattismo significa lavorare per il clima». E lavorare per il clima significa anche lavorare per le montagne.