Via il paraocchi Il futuro dello sci non esiste, e chi lavora nel turismo deve accettarlo

In Italia, ma non solo, ci ostiniamo a investire in un settore sempre più ridimensionato e insostenibile a causa della crisi climatica. Al posto di continuare a sfruttare il nostro territorio, dobbiamo pensare fin da subito a una riconversione turistica in grado di tutelare chi abita le montagne tutto l’anno

Un impianto sciistico a Filzmoos, Austria, nella prima settimana di gennaio (AP Photo/LaPresse)

Un paesaggio montano verde, marrone e bianco: il verde è dei boschi di aghifoglie, il marrone degli ampi prati stinti e il bianco, quasi una nota stonata, è della sottile lingua di neve che corre lungo un solitario impianto di risalita. Nelle ultime settimane sulle Alpi e sugli Appennini sono state scattate numerose foto che corrispondo a questa generica descrizione. 

Raccontano tutte la stessa storia, la solita: gli inverni sono sempre più miti (il primo gennaio in alcune zone d’Europa le temperature medie erano dieci gradi sopra la media del periodo 1979-2010), le precipitazioni scarseggiano e a rendere possibile l’apertura delle piste da sci sono sempre più spesso i cannoni sparaneve. Quando è possibile usarli, almeno: su vari impianti sciistici degli Appennini fa troppo caldo persino per la neve artificiale. 

Gli esperti ipotizzano che tra pochi decenni (forse già dal 2036) sciare sarà difficile, se non impossibile, anche sulle Dolomiti. Il dato non è sorprendente, ma è accolto da molti con lo stesso fastidio che si riserva agli uccelli del malaugurio. È un errore, una barriera psicologica che ci porta un passo più lontani dal cuore del problema e dalle possibili risposte a una domanda: quale futuro possono avere lo sci e gli altri sport invernali?

Il problema della neve artificiale
Il ricorso alla neve artificiale, che pure è stata usata sempre più di frequente negli ultimi decenni dai comprensori sciistici di tutto il mondo, non può essere la soluzione definitiva. È e continuerà a essere uno strumento indispensabile, senza il quale molti impianti resterebbero aperti solo poche settimane all’anno, in modo discontinuo o comunque totalmente dipendente dalla natura. La produzione di neve artificiale comporta però il ricorso a grandi quantità di acqua e può avvenire solo a determinate condizioni metereologiche o, nel caso dei macchinari più innovativi, con un maggiore dispendio di energia. 

Le ultime Olimpiadi e Paralimpiadi invernali a Pechino sono state le prime che si sono svolte interamente su neve artificiale: per produrla era stato stimato un fabbisogno di quarantanove milioni di galloni di acqua (quasi 185,5 milioni di litri). Anche la Coppa del mondo di sci ad Adelboden, in Svizzera, si è tenuta su neve artificiale al cento percento. In tempi di crisi idrica, però, non è scontato avere acqua a sufficienza da destinare alla produzione di neve artificiale: proprio per questo motivo in alcune località sciistiche alle pendici del Monte Bianco non si sta facendo ricorso ai cannoni sparaneve. Alcuni esperti ipotizzano che i costi elevati dell’innevamento artificiale, traducendosi in un maggiore costo degli skipass, renderanno ancora di più lo sci alpino uno sport riservato solo alle persone ad alto reddito.

Investimenti fatti con il paraocchi
La crisi climatica sta mettendo in ginocchio l’industria dello sci e del turismo invernale, che a oggi è una risorsa economica fondamentale per molte zone montane. Ha senso quindi investire in questa direzione: non tanto per salvaguardare il passatempo del weekend di alcuni, ma soprattutto per tutelare chi abita le montagne tutto l’anno e vive anche grazie a queste attività. 

Occorre però farlo con criterio e senso della realtà, senza paraocchi. «Bisogna che le istituzioni riflettano su quello che è oggi la montagna alla luce dei cambiamenti climatici», ha dichiarato Marco Bussone, presidente dell’Unione delle comunità montane, in un’intervista al Corriere della Sera. «Se necessario, bisogna investire sulla riconversione turistica, con funivie e seggiovie utilizzate maggiormente d’estate, e su strutture alberghiere più moderne». 

Più che sulla riconversione, però, spesso si continua a investire su nuovi impianti. Nel 2019 l’assessore ai trasporti della Regione Valle d’Aosta dichiarava che, dal momento che le quote medie di caduta neve si stanno progressivamente alzando, «è opportuno ragionare nella logica di progettare nuovi impianti se possibile tra 2000 e 3100 metri, fermo restando che non tutti gli impianti hanno vocazione sciistica. Va considerato che stanno per andare a conclusione della loro vita tecnica alcuni impianti e bisognerà procedere a una razionalizzazione della gestione dei comprensori». 

Uno studio recente ha analizzato il caso del costoso ampliamento del comprensorio sciistico svizzero di Andermatt-Sedrun-Disentis concludendo che, nello scenario della crisi climatica attuale con emissioni invariate, entro la fine del ventunesimo secolo alcune aree dello skypark rimarranno prive di neve nel periodo natalizio. In Italia, sulle Dolomiti bellunesi si punta alla creazione di impianti di collegamento tra Civetta e Cortina e tra Cortina e Arabba; scelta che, nella già citata intervista del Corriere della Sera, è difesa dall’assessore al turismo del Veneto Federico Caner.

«Continuiamo a finanziare i progetti anche in ottica di un turismo destagionalizzato. L’obiettivo deve essere quello di sfruttare gli impianti in tutti i mesi dell’anno, introducendo il concetto di mobilità sostenibile», ha detto. Nella Legge di Bilancio sono stati stanziati duecento milioni di euro per il Fondo impianti di risalita e innevamento: le risorse sono destinate all’ammodernamento e alla manutenzione delle strutture nelle località montane, alla dismissione di impianti di risalita obsoleti e anche al potenziamento di sistemi di stoccaggio tipo snowfarming, pratica alternativa alla produzione di neve artificiale che prevede di recuperare e conservare grandi quantità di neve naturale, quando presente.

Quali soluzioni per il turismo bianco?
Costruire nuovi impianti sciistici a quote sempre più alte, con l’impatto ambientale che comportano, rischia di rivelarsi un investimento miope. Se alcune aree montane già dotate di stazioni sciistiche (tendenzialmente quelle ad altitudini elevate) continueranno probabilmente a essere un punto di riferimento per lo sci alpino, molte altre dovranno riconvertirsi, destagionalizzarsi e rinnovarsi. 

A tal proposito, sempre secondo il presidente dell’Unione delle comunità montane Bussone, è utile fare un ragionamento diversificato area per area, anche perché in alcune zone potrebbe fare più freddo a bassa quota (sotto i 1500 metri) che non in alto per via del fenomeno dell’inversione termica. Varie strutture ricettive montane si sono reinventate adottando una prospettiva più sostenibile e destagionalizzata, cercando di attirare turisti interessanti soprattutto al relax, alle tradizioni culinarie locali e al benessere. 

Alcuni impianti (come quello di Moleson in Svizzera) hanno abbandonato la vocazione prettamente sciistica rimanendo aperti anche in estate, per portare gli escursionisti in quota; altri (accade nelle Prealpi del Vercors, in Francia, alle pendici del Dobratsch austriaco o anche nella piemontese Valle Germanasca) hanno abbinato o sostituito all’attività sciistica alpina l’offerta di altre attività adatte a tutte le stagioni, come ciaspole, sci di fondo, escursionismo, downhill, percorsi ciclabili, valorizzazione di beni storico-culturali dei dintorni, eccetera. 

Ancora, ci sono esempi di territori (come la Val di Sole, in Trentino) che hanno puntato sulle linee ferroviarie, in alternativa alle auto, per trasportare i turisti tra le località sciistiche già esistenti. Non c’è una singola ricetta magica: ogni montagna, ogni valle ha le sue peculiarità e i suoi punti di forza. C’è solo una certezza comune: gli investimenti per il turismo montano non possono più permettersi di viaggiare su un binario diverso rispetto alla realtà della crisi climatica e delle sue conseguenze a medio termine.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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