Public EnemyIl razzismo sistemico non risparmia neanche Usain Bolt

Nel libro “In ginocchio ci ribelliamo”, Michael Holding, ex giocatore di cricket giamaicano, racconta come le discriminazioni verso i neri siano universali e condizionino anche la vita dei più grandi atleti del mondo

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Usain Bolt, ancora un velocista in erba, ha circa vent’anni e si trova a Londra per un raduno di atletica. Ha un po’ di tempo libero, così decide di andare a fare shopping. Entra in un centro commerciale. Dopo un po’, si accorge che un addetto alla security lo sta seguendo. Strano, pensa, ma magari è solo una coincidenza. Poi entra in una gioielleria perché interessato all’acquisto di un orologio. «Ho detto alla donna dietro al bancone: “Mi piace questo qui… Quanto viene?”, e lei mi ha risposto: “Sicuro di poterselo permettere?”. Allora ho pensato tra me: Perché sta insinuando che non possa permettermi quest’orologio?».

«Oggi non mi succederebbe». Poco ma sicuro, direi.

Avevo all’incirca vent’anni anche io quando mi è capitata la stessa cosa. Chiesi di poter vedere un orologio in vetrina e, prima di tirarlo fuori, la commessa mi comunicò il prezzo con un tono che lasciava intendere che l’articolo non faceva per le mie tasche. Magari voleva risparmiarsi la fatica. Intercettai subito quell’atteggiamento e dissi subito: «Lo prendo», prima ancora che me lo mostrasse e solo per darle uno schiaffo morale. L’orologio costava più di quanto avessi intenzione di spendere, ma non le avrei mai e poi mai dato la soddisfazione di pensare: Eh, lo sapevo.

Coincidenze? Io non credo.      

Nel caso di Usain, si tratta di una storia ridicola e oltraggiosa dato che parliamo di una delle persone più celebri al mondo. Probabilmente il nero più famoso al mondo. La gente lo riconosce ovunque. L’uomo più veloce della storia. Qualcuno azzarderà anche che è uno degli esemplari fisici migliori di sempre. Eppure, all’epoca, c’è chi è riuscito nell’impresa di farlo sentire una nullità.

«Ricordo solo di aver pensato: Perché non mi fa vedere l’orologio e basta? Non capivo» dice. «In quel momento non ho capito subito che si trattava di razzismo, perché per me era la prima volta. Ma il ricordo del razzismo vissuto, in un certo senso, è un’esperienza di formazione e apprendimento. Magari ascoltando la tua storia qualcun altro ti risponderà che gli è capitato lo stesso. Come esperienza sarà stata spiacevole, ma condividerla può tornare utile. Ma quella prima volta lontano dalla Giamaica fu uno shock».

Usain quell’episodio se lo ricorda, come io ricordo il mio, per come ci hanno fatto sentire. Per come ci fanno sentire ancora adesso. Perché entrambi siamo stati trattati come subumani. Disumanizzati. […]

Ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande a Usain subito dopo la sua guarigione dal Covid. Un bel tipo, tranquillo, proprio come lo descrivono. Il modo di porsi però stride con le sue parole, perché mi ha raccontato del dolore e della sofferenza per quello che i neri sono costretti a sopportare. Ci tenevo a mettere a confronto le nostre impressioni sull’infanzia trascorsa in Giamaica. Che tipo di educazione ha ricevuto? All’epoca, che idea si era fatto del razzismo? Cosa gli hanno insegnato a scuola? Ma soprattutto, ho percepito da parte sua un forte desiderio di pronunciarsi sulla questione della razza, tema su cui viene interpellato di rado.

«Fa male vederle, certe cose. Mi sanguina il cuore di fronte alle atrocità che ancora si consumano. Com’è possibile al giorno d’oggi? Siamo tutti sofferenti sul piano emotivo e psicologico».

Come sappiamo, Usain (otto ori olimpici) è tra i più grandi atleti di tutti i tempi e il velocista più forte mai esistito. Si distingue per la sua fama, le sue doti atletiche e il suo carattere. Va fiero della sua nerezza. E i neri vanno fieri di lui. Da uomo dalla natura quasi sovrumana incarna tutti gli obiettivi a cui i neri potrebbero ambire, se solo ne avessero la possibilità. Ma è proprio quella condizione semidivina a «proteggerlo» dal razzismo sistemico che i suoi fratelli invece devono sopportare tutti i giorni. A lui la parola «protezione» non piace.

«Non credo sia la definizione più adeguata. Ok, gli addetti alla sicurezza non mi tallonano più nei negozi. Magari non mi ritrovo in situazioni in cui rischio di essere aggredito personalmente o in cui un agente potrebbe inginocchiarmisi addosso e soffocarmi. Ma osservo ciò che accade intorno a me e, da nero, stento a credere che siamo ancora a questo punto. A livello mentale, ti condiziona come nient’altro. Con le cose che si vedono oggigiorno nessuno penserebbe “vabbè, tanto io sono protetto”».

Abbiamo goduto di un altro tipo di protezione, però. Per due giovani giamaicani episodi come quello dell’orologio sono state le primissime esperienze col razzismo. Forse potrà sfuggirvi il senso di quello che ci è capitato. Ma siamo cresciuti in un Paese dove, alla nostra nascita, il razzismo era pressocché inesistente. […]

Sia io che Usain abbiamo descritto il turbamento e l’inquietudine generati da quell’improvviso scontro con la realtà della vita. Non è sbagliato dire che, fino a quel momento, eravamo cresciuti in un ambiente tutelato. […]

«Siamo cresciuti in una zona rurale, il razzismo non sapevamo neanche cosa fosse» ammette. «Non ne avevamo mai sentito parlare. Il nostro era un ambiente centrato sulla comunità, sull’affetto, sul senso di unione. A quell’età non eravamo consapevoli di cos’era il razzismo. Eravamo solo dei ragazzini che si divertivano, giocavano a cricket, a football. In quel contesto di una comunità rurale, non avremmo mai potuto farne esperienza diretta».

Idem! Io e Usain abbiamo ricevuto la stessa educazione, nonostante ci sia una generazione a separarci. Eravamo di quei ragazzini che stanno tutto il giorno fuori a giocare, a tirare calci a un pallone, a far rotolare biglie, sempre in sella alle bici o impegnati a fabbricarci palle con scotch e fili, per giocare a Catchy Shubby – una variante del cricket piuttosto caotica, tanto che sembrava che a partecipare fossimo in venti o trenta. I nostri stumps erano vecchi bidoni, mentre Usain ne incideva tre nella corteccia di un albero. Le partite andavano avanti per ore. Al calare del sole le mamme ci gridavano di rientrare che la cena era in tavola.

I nostri compagni di giochi? Bambini quasi tutti uguali a noi, e se qualcuno non lo era neanche ci facevi caso. Eravamo solo dei bambini che giocavano. […]

Non pensavo mica: “Ah, non devono mescolarsi a noi perché il colore della loro pelle è diverso dal nostro”. […]

A scuola non ci hanno mai insegnato nulla sul razzismo, se escludiamo gli eventi relativi alla tratta degli schiavi. «La Giamaica è un’ex colonia» dice Usain. «Quindi la didattica risentiva dell’influenza coloniale. Del razzismo non ci hanno mai parlato, però».

Se volevi saperne di più, potevi sempre informarti da solo. E quando viaggi per il mondo ti viene voglia di approfondire certe cose. Osservi come funzionano le altre culture e ti scatta una curiosità innata. È successo anche a me, alla fine, per quanto abbia rimandato quella singolare rieducazione per troppo tempo.

 

“In ginocchio ci ribelliamo”, di Michael Holding, 66thand2nd, 336 pagine, 17,10 euro.

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