Terra fertileIl ruolo pervasivo della demografia nel conflitto israelo-palestinese

L’eccezionale fecondità che accomuna le famiglie di entrambi i popoli è in contrasto con il basso tasso di mortalità infantile. Un fattore culturale che complica ancora di più le dinamiche della guerra

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In cosa differiscono la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente tra Israele e Hamas? Sarebbero moltissimi i fattori da citare, dalle origini profonde a quelle contingenti, dalla natura dei contendenti alla geografia, dalle tipologie di armamenti alle modalità di coinvolgimento dei civili fino all’importanza dell’ideologia e della religione. Forse, però, tra gli elementi di maggiore diversità dobbiamo mettere ai primi posti l’elemento geografico e demografico, tra loro strettamente collegati. Da un lato vi sono Stati con popolazione in calo e mediamente anziana che si scontrano in steppe e foreste poco densamente abitate, dall’altro a confrontarsi per un fazzoletto di terra fortemente urbanizzato sono giovani, se non giovanissimi, e anche questo, oltre a tutto ciò che conosciamo, aggiunge ferocia agli scontri. 

I dati sull’andamento della demografia di Israele e dei territori palestinesi sono chiarissimi. In entrambi i casi il tasso di fertilità nel tempo è sceso, sì, un po’ come ovunque, ma molto meno che altrove, soprattutto molto meno di quanto accaduto in aree con caratteristiche simili.

Così in Israele si fanno ancora circa tre figli per donna, e, anzi, vi è stato addirittura un aumento rispetto ai dati di inizio secolo. Si tratta di cifre altissime per Paesi con un reddito pro capite come quello israeliano, ormai superiore a quello italiano. È un tasso di fertilità più che doppio di quello europeo, 1,48, molto maggiore di quello degli Stati Uniti, che pure con 1,66 supera la media dei Paesi ricchi, e, ovviamente, molto maggiore di quello del nostro Paese, 1,28. 

La fecondità delle donne palestinesi è scesa in modo più ripido, anche perché partiva da valori più alti, ma rimane maggiore di quella media del Medio Oriente o dei Paesi a reddito medio-basso cui Gaza e Cisgiordania appartengono, con 3,5 figli per donna contro 2,59.

Dati delle Nazioni Unite

Un dato peculiare qui è che il tasso di fertilità israeliano non è solo più alto di quello dell’Occidente ricco, ma anche di quello mediorientale. E non è la popolazione araba e musulmana, circa il ventidue per cento, a fare più figli, bensì quella ebraica, il cui tasso di fecondità è di 3,13, in deciso aumento rispetto al 2,66 del Duemila.

Tutto ciò avviene su un territorio che nel complesso è poco più grande della Sicilia, o in realtà della Calabria se calcoliamo solo l’area utile, escludendo il Negev. Facile comprendere come in questo minuscolo angolo di mondo la densità sia aumentata nel tempo.

Nei territori palestinesi, considerando sia Gaza sia la Cisgiordania, a prescindere dallo status dell’area, se sotto diretto controllo israeliano o dell’autorità Nazionale Palesinese (Anp), i circa 5,3 milioni di abitanti sono così concentrati che se ne contano 852,7 per chilometro quadrato, più che nella Città Metropolitana di Roma, per intenderci.

In Israele, considerando i confini Onu, la densità è di 411,2 persone per chilometro quadrato, più che doppia di quella italiana, ma nelle aree non desertiche, quelle realmente abitate, è simile a quella palestinese. Se poi consideriamo solo Gaza l’affollamento è tale da raggiungere più di seimila persone per chilometro quadrato.

È molto difficile trovare aree del mondo in cui la densità della popolazione sia aumentata a questi livelli con questi ritmi, ed è piuttosto raro che si abbia in un Paese già così affollato un tale tasso di fertilità.

Dati delle Nazioni Unite

La fecondità delle famiglie israeliane e palestinesi fa eccezione anche rispetto alla nota correlazione diretta che vi è tra alta fertilità ed elevato tasso di mortalità infantile, dei bambini sotto i cinque anni. Questa è sia in Israele che nei territori palestinesi piuttosto bassa, anche a confronto di quella dei Paesi occidentali e del Medio Oriente, eppure i figli per donna sono più di quelli che vengono partoriti in aree del mondo meno sviluppate in cui la mortalità dei bambini è elevata. 

È ovvio che alla base della grande fertilità vi sono altri fattori, più culturali. Ne è una conferma il fatto che in Israele, realtà in tutto occidentale, le donne hanno molti figli nonostante l’età media al parto sia, appunto, a livelli europei, oltre i trent’anni. Al contrario di quello che accade praticamente ovunque, convivono qui una fecondità molto alta, da Paese asiatico e africano, e redditi e un mercato del lavoro da primo mondo.

Dati delle Nazioni Unite

La conseguenza di tutto ciò è che oggi nei territori palestinesi il 58,9 per cento degli abitanti ha meno di venticinque anni e il 39,1 per cento meno di quindici. Sono percentuali decisamente più alte di quelle che contraddistinguono un Paese arabo vicino come l’Egitto o, in generale, quelli a medio-basso reddito.

Così in Israele sotto i venticinque anni è il 43,3 per cento della popolazione, quasi il doppio che in Italia e il 15,6 per cento in più che nei Paesi ad alto reddito. Di più, rispetto al Duemila vi sono stati pochi cambiamenti nello Stato ebraico, mentre altrove la proporzione di giovani è decisamente scesa.

Dati delle Nazioni Unite

Questi numeri mostrano l’eccezionalità della situazione. È questa un’area in cui la forza delle passioni politiche, religiose, nazionalistiche, sono tali da influenzare anche le scelte più private, come quelle riproduttive. La cosa riguarda tutti, laici e religiosi, visto che anche i primi, anche nelle aree più secolarizzate di Israele, sono comunque più fecondi dei coetanei laici europei.

Nel caso dei palestinesi l’amplissima disponibilità di giovani, spesso disoccupati nelle affollate città di Gaza o della Cisgiordania, fornisce carburante a basso prezzo alla macchina terroristica di Hamas. Nel caso di Israele la bassa età media è anche effetto della percezione di assedio che interessa da sempre la società dello Stato ebraico e a sua volta è associato al crescente oltranzismo di alcuni settori, basti pensare ai coloni.

È difficile comprendere quello che accade in questo territorio e quindi non si possono formulare soluzioni senza comprendere e approfondire anche questi aspetti. Avere a che fare con una popolazione giovane significa, tra le altre cose, che chi si batte per una pace giusta e duratura deve sapere di dover cambiare continuamente registro. Significa, per esempio, che i vecchi slogan dei tempi degli Accordi di Oslo, quando due terzi dei palestinesi e metà degli israeliani non erano nati o erano bambini, non sono più validi. È tutto più difficile, insomma, e si vede.

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