Fermare l’escalationHarari propone una coalizione pacifica tra Europa, Stati Uniti e Arabia Saudita per fermare Hamas

In un lungo approfondimento per La Stampa, lo scrittore israeliano spiega che è alto il rischio di una nuova guerra come quella del 1948 e per questo è necessario demilitarizzare la Striscia di Gaza il prima possibile

LaPresse

Le potenze mondiali devono fermare la spirale di violenza in Medio Oriente ed evitare  un’ulteriore escalation nel conflitto dopo l’attacco terroristico di Hamas in Israele. A dirlo è il celebre scrittore e intellettuale israeliano Yuval Noah Harari che in un lungo approfondimento pubblicato su La Stampa propone una grande coalizione tra Europa, Stati Uniti, Arabia Saudita e autorità palestinese per fermare Hamas per prendere il controllo di Gaza da Hamas, demilitarizzando la Striscia e ricostruendo la sua economia da nuove fondamenta. Per Harari bisogna farlo il prima possibile perché il rischio di una guerra su larga scala, simile a quella del 1948, che potrebbe avere conseguenze catastrofiche è alto.

Nel lungo articolo Harari ha spiegato come i diversi tentativi di pace tra Palestina e Israele si siano rivelati van corso degli anni. «Spesso la politica funziona come un esperimento scientifico, condotto su milioni di persone con pochi vincoli etici. Si collauda qualcosa (…) si osserva attentamente il risultato, si decide se procedere lungo quella strada specifica. Oppure si fa marcia indietro e si prova altro. Il conflitto israelo-palestinese è andato avanti così per decenni, con sperimentazioni ed errori».

Gli accordi di Oslo del 1993 che hanno portato al riconoscimento dell’Autorità Nazionale Palestinese con il compito di autogovernare, in modo limitato, parte della Cisgiordania e la Striscia di Gaza si sono rivelati un fallimento: «Agli israeliani ne derivò la peggiore campagna terroristica mai vissuta fino ad allora. Quella campagna terroristica non soltanto uccise centinaia di civili israeliani, ma annientò anche il processo di pace». 

La risposta di Israele è stato il disimpegno e ritiro unilaterale da Gaza nella metà degli anni Duemila, facendo ritorno all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale prima del 1967, Un passo significativo e storico che però ha portato all’ascesa di Hamas come potenza dominante nella Striscia. Invece di trasformare Gaza in una regione prospera e pacifica, una sorte di Singapore del Medio Oriente, 

«Certo, è difficile creare una nuova Singapore con un embargo parziale. Nondimeno, un tentativo avrebbe potuto essere fatto, nel qual caso le potenze straniere e l’opinione pubblica israeliana avrebbero esercitato molte più pressioni sul governo israeliano per togliere l’embargo a Gaza e raggiungere un accordo degno di questo nome anche per la Cisgiordania. Invece, Hamas ha assunto il controllo totale della Striscia di Gaza e l’ha trasformata in una base terroristica dalla quale lanciare ripetuti assalti e aggressioni contro i civili israeliani», spiega Harari. 

La crescente insoddisfazione nei confronti delle politiche della sinistra israeliana ha facilitato l’ascesa al potere di Benjamin Netanyahu e del suo governo orientato verso una linea più dura e conservatrice. Invece di una coesistenza pacifica, Netanyahu ha adottato un altro esperimento politico: la coesistenza violenta: «Perfino i fanatici messianici israeliani hanno dato prova di scarsa volontà di riconquistare la Striscia di Gaza e perfino chi era di destra ha sperato che le responsabilità legate al fatto di governare più di due milioni di persone poco alla volta avrebbero reso Hamas più moderata».

E ora? «Il 2023 potrebbe mettere i fanatici di entrambe le controparti nella posizione di perseguire le loro fantasie religiose e di combattere di nuovo la guerra del 1948. Con l’aggiunta della vendetta», spiega Harari secondo cui l’unica soluzione è quella di esercitare pressioni politiche su Hamas in modo che «tutti gli ostaggi siano rilasciati immediatamente e incondizionatamente, e devono contribuire a dissuadere Hezbollah e l’Iran dall’intervenire. Israele avrebbe così un margine di respiro e un piccolo raggio di speranza».

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