
Com’è che uno scozzese di Edimburgo, dopo varie peripezie tra Cina e Taiwan per imparare il cinese, decide di fermarsi a Tallin? Joseph Maxmillian Dunnigan è il tipico expat che ha trovato un buon motivo per trasferirsi in un posto lontanissimo da casa, in questo caso nella capitale dell’Estonia: «Vivendo per alcuni anni in Cina ho visto il ruolo della censura, della propaganda e della disinformazione. Otto anni fa mi sono trasferito a Tallin per lavorare nell’industria cinematografica, e tre anni fa ho deciso di aprire qui il Banned Books Museum». Ovvero il Museo dei libri proibiti, messi al bando da stati autoritari, ma anche da Paesi democratici, non sempre immuni dalla tentazione di censura.
Non lo si trova nelle guide ufficiali, quelle che ti danno in omaggio negli hotel o nelle agenzie turistiche, con l’elenco di una lunga serie di monumenti o luoghi speciali da visitare, che i turisti sempre più numerosi da tutta Europa percorrono nel magnifico centro medievale della città, sito Unesco dal 1997. Un medioevo nordico tra i più ben conservati, racchiuso in un perimetro di mura intatte, con le loro torri a scandire le diverse porte e un reticolo di sentieri in salita verso il castello di Troompea, sede del Parlamento, che domina i terrazzamenti da cui si può ammirare la città che si affaccia sul Mar Baltico, con i vari terminal e il via vai dei traghetti verso Helsinki. A ovest più lontano sulla costa uno speciale landmark, questo sì particolarmente segnalato dai depliant turistici: la fortezza Patarei, una prigione tenuta dal regime sovietico fino al 1991. Il sito che si può visitare solo da fine maggio a fine settembre, diventerà verso il 2025/26 un Museo Internazionale delle vittime del Comunismo.
Il Banned Books Museum si è fatto strada grazie al passaparola e alla sua pagina digitale. Anche se è un posto fisicamente molto ben collocato, in un edificio tra le viuzze nel centro di Tallin, e consiste in una grande stanza con decine di testi e documenti, con i quali si ripercorre una triste storia di intolleranza se non di aperta censura della libertà di parola e idee. Al di là di scelte molto personali che Joseph lascia solo intuire, perché aprirlo proprio a Tallin?
«Perché è un posto magnifico per sperimentare con una piccola impresa, e perché la gente qui ricorda il periodo dell’occupazione, quando la censura era una parte reale e importante della vita quotidiana. Volevo un progetto in cui far capire il modo in cui vari libri, testi e documenti, siano stati messi al bando, le ragioni della loro censura», risponde.
Che l’Estonia, e Tallin in particolare – 400 mila abitanti, un terzo dell’intero stato, parte dell’Unione europea dal 2004 – fosse diventata negli ultimi anni un vibrante e dinamico luogo per imprese innovative, particolarmente attrattivo per start up di varia natura, grazie a un sistema aperto, lo dicono in tanti: anche quest’anno primo paese per Tax Competitiveness (Ocse), seconda per Freedom of the Net (Freedom House), tra le prime dieci per libertà d’impresa (Heritage Foundation) e nella digital economy (Commissione europea).
Un Paese che ha avuto una crescita velocissima, soprattutto nel digitale, con l’esempio famoso di Skype, una app completamente sviluppata a Tallin con capitale straniero. Con il 99 per cento di servizi pubblici online, la tecnologia è implementata ormai nella vita quotidiana e parte della cultura e dell’economia estone contemporanee. Accanto e oltre il centro medievale frequentato dal turismo, ci sono i quartieri nuovi dei centri direzionali e una città creativa nata da fabbriche dismesse, come Telliskivi sede di imprese culturali e start up. Telliskivi è solo in piccolo quello che in futuro diventerà nel 2024 «il più grande incubatore di start up d’Europa» a Vilnius, capitale della Lituania, altro paese sul Baltico, unito all’Estonia e alla Lettonia, da un grande passato in comune, quello della liberazione dal blocco sovietico nel 1991.
Anche Techzity a Vilnius nasce da una ex fabbrica, produceva tessuti in epoca sovietica e postsovietica, e in quest’area prenderanno posto start up di ogni tipo, dalla tecnologia alla moda, dall’agritech alle biotecnologie. Oggi a unire le tre repubbliche baltiche, oltre al solido sostegno all’Ucraina, con l’Estonia di Kaja Kallas in prima fila, e un sentiment popolare ben visibile nelle spettacolari installazioni contro Putin davanti alle ambasciate russe, sono l’interesse per l’economia digitale e le spinte comuni sulle energie rinnovabili, nell’ottica di una sempre maggiore indipendenza dalle fonti russe.
E c’è anche il progetto più impegnativo del momento, quella linea ferroviaria veloce in via di realizzazione, la Rail Baltica, che la Ue ha messo in cantiere nell’ambito dei trasporti, e finalmente collegherebbe le tre capitali tra loro, agganciandole a sud con la Polonia e la rete europea. Quasi una replica infrastrutturale della storica Catena Baltica che vide il 23 agosto del 1989 circa due milioni di persone tenersi per mano per formare una catena umana lunga 675 kilometri, passando per le tre capitali Vilnius, Riga e Tallin. Una clamorosa e spettacolare protesta pacifica per ribadire la volontà di indipendenza, che ha unito i destini delle tre repubbliche e sbalordito il mondo libero.
Quello del Banned Books Museum, a Tallin, è però anche un intrigante tentativo di impresa culturale che potrebbe agganciare la curiosità della vecchia Europa. «Siamo partiti con un centinaio di libri», continua Joseph, «molti da Paesi di lingua inglese, concentrandoci su esempi famosi come “1984”, “I versetti satanici”, “L’origine delle specie”, “L’Arcipelago Gulag”. Ora la nostra collezione è di oltre 300 libri e abbiamo allargato la visione a tutto il mondo, trovando anche strani e sorprendenti esempi». Il segmento certamente più significativo riguarda il tentativo di recuperare ciò che è stato letteralmente cancellato dalla censura, la storia stessa di un Paese come l’Estonia.
«Quando arrivarono i sovietici nel 1940, imposero tutta una serie di restrizioni riguardo a libri che potevano essere acquistati, venduti o studiati nelle biblioteche. La gran parte erano libri popolari e rappresentativi dell’Occidente, tipo Conan Doyle o Walt Disney. Ma anche testi sul nazionalismo e la società estone durante la prima repubblica, tra 1918-1939 circa. I sovietici pubblicarono una lista di quei libri proibiti che noi abbiamo. Ci siamo impegnati a recuperarne il più possibile, anche se non è facile, la gran parte ha più di cento anni, testi che sono andati perduti o dimenticati chissà dove, ma ci stiamo lavorando».
L’allestimento del museo è semplice ed essenziale, brevi schede con informazioni stringate accompagnano ciascun libro, si segue un po’ la storia della censura letteraria: “La fattoria degli animali” di Orwell, “L’amante di Lady Chatterley” che tornò al pubblico solo nel 1960, dopo una lunga battaglia della Penguin, “Il secondo sesso” di de Beauvoir proibito dalla Chiesa Cattolica alla sua uscita, “L’Ulisse” di Joyce. La copia della lunga e famigerata lista sovietica scende ben in vista da una parete: la scheda esplicativa parla di circa 1552 diverse pubblicazioni messe al bando dal commissario del popolo per l’educazione già nei primi mesi dell’occupazione sovietica nel luglio del 1940.
Il bando andava dalla letteratura infantile ai saggi di politica e filosofia e tutto ciò che poteva avere un riferimento alla Repubblica dell’Estonia. Non mancano vari libri messi alla gogna da una recente cultura censoria e ultraconservatrice che imperversa in alcuni stati Usa (la Florida di De Santis è lo stato che ne ha vietati di più). Oltre ai noti “Lolita” di Nabokov e “Il racconto dell’ancella” della Atwood, si legge la strana storia di un carcerato di Florence, Colorado, condannato a 30 anni di prigione, cui viene rifiutato «per ragioni di sicurezza» la lettura dei due bestseller di Barack Obama “Dreams of My Father” e “The Audacity of Hope”. E l’assurdità tra le tante, del Premio Pulitzer “Maus” di Spiegelman sequestrato dalle librerie in Russia perché vi compaiono delle svastiche, anche se in una storia contro il nazismo come quella del celebre fumetto. Ribadisce Joseph: «Qui e in tutti gli altri Stati baltici c’è una grande libertà d’espressione perché si prende molto sul serio la questione della censura come una reale minaccia per la funzione democratica dello stato, c’è un generale atteggiamento anti censorio che non ammette deroghe».
Il buon clima che ha accompagnato il progetto museale, combinato con una buona accoglienza anche da parte di sostenitori privati, ha spinto Joseph a rinunciare a qualsiasi sovvenzione pubblica. «Non ne vogliamo, siamo una impresa sociale che si finanzia attraverso attività commerciali quali la vendita i libri, merchandise e tour guidati. Il 100% dei guadagni vanno nel museo, per tenerlo aperto ed espandere la collezione, tutto il nostro staff è fatto da volontari.» Visitando il sito bannedbooksmuseum.com, si capisce che nel tempo si è formata una vera e propria comunità, con un book club e diversi podcast. «Gli ultimi quattro episodi del podcast, in cui ho parlato con alcuni gruppi delle minoranze in Cina, sono le conversazioni più incredibili che abbia mai avuto. Le loro storie sono spesso oscurate o poco pubblicizzate in Occidente, e sono orgoglioso di averle fatte conoscere al pubblico», racconta.
L’idea di coltivare un’esperienza espositiva centrata sui meccanismi della censura può avere una buona possibilità di farsi strada altrove? «Siamo un’organizzazione internazionale, ormai. Abbiamo libri che ci sono arrivati dal Canada, dall’Olanda, dal Bangladesh e al nostro book club partecipa gente da tutta l’Europa. Nel 2024 uno dei nostri obiettivi è di portare fisicamente la nostra collezione in altri Paesi europei. Al momento abbiamo ben tre Paesi in programma».