Orrore russoIn Ucraina i pacifisti dovrebbero chiedere prima di tutto un “cessate le torture”

Il New York Times riporta le testimonianze dei numerosi civili in fuga dalle regioni sotto occupazione di Mosca. I loro spaventosi racconti andrebbero letti ad alta voce nei nostri talk show, a beneficio non tanto del pubblico, quanto degli ospiti

AP/Lapresse

Un articolo del New York Times riportava ieri le testimonianze dei numerosi ucraini che fuggono dalle zone occupate, al ritmo di circa cento al giorno, attraversando il confine informale frutto dello stallo tra l’offensiva di Mosca e la controffensiva di Kyjiv. I loro spaventosi racconti andrebbero letti ad alta voce nei nostri talk show, a beneficio non tanto del pubblico, quanto degli ospiti. Specialmente di quegli autorevoli leader (o ex leader) di partiti di sinistra (o presunti tali) che continuamente tornano a invocare un «cessate il fuoco», una «tregua» o una «pace» che per gli abitanti delle regioni occupate significherebbe semplicemente il perpetuarsi all’infinito di quegli orrori, senza nemmeno più la speranza di esserne mai liberati.

A chi parla con leggerezza delle concessioni territoriali da offrire all’invasore bisognerebbe leggere le testimonianze da quelle zone, dove i genitori devono preoccuparsi di come i loro bambini rispondono alle domande insinuanti poste dagli insegnanti a scuola, perché basta poco per finire nelle camere di tortura; in cui i soldati russi possono entrare in casa in qualsiasi momento, picchiare un uomo con una padella davanti alla moglie, arrestarlo, ucciderlo e abbandonarne il corpo nella foresta; in cui le donne possono essere impunemente stuprate e i peggiori criminali la fanno da padroni. Quali ideali di pace e di fraterna convivenza tra i popoli suggerirebbero di chiudere gli occhi dinanzi a tutto questo?

Eppure, con il prolungarsi della sanguinosa impasse sul terreno, e con l’esplosione di un nuovo conflitto in Medio Oriente, si sono moltiplicate le voci di chi, in un modo o nell’altro, dietro l’una o l’altra circonlocuzione, in base a considerazioni di carattere etico, geopolitico o militare, vorrebbe risolvere il problema alla svelta e nel modo più semplice: concedendo all’aggressore tutto quel che vuole e convincendo l’aggredito a non rompere le scatole. Ovviamente nel suo esclusivo interesse e con l’unico obiettivo di abbreviare le sue sofferenze, come ripetono sempre, con somma ipocrisia, i centomila pseudoanalisti fautori di questo approccio. Secondo la stessa logica, nei corsi contro il bullismo bisognerebbe insegnare ai bambini a fare tutto quello che dicono i bulli, senza fiatare.

La guerra in Ucraina è un’immensa tragedia che tutti speriamo finisca il prima possibile. Quali e quanti compromessi sarà necessario accettare per mettere fine alla carneficina è impossibile dire, tanto meno da qui, a tavolino, giocando a risiko con la pelle degli altri. Ma una cosa è sicura: ogni metro strappato dalla controffensiva, anche e soprattutto grazie alle forniture militari occidentali, è un metro in più in cui gli ucraini non saranno più torturati, stuprati e assassinati a sangue freddo.

Tutti i faciloni che parlano con tanta leggerezza di cessate il fuoco dovrebbero prima leggere quelle testimonianze, e cominciare piuttosto col chiedere di cessare le torture.

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