Società civileLa parabola del crosettismo e l’inesauribile autodafé dell’antipolitica

Non è da tutti farsi quattro legislature in parlamento, una da sottosegretario, fondare un partito, e al tempo stesso passare per pensatore libero e indipendente, come tale accolto e coccolato da tutte le televisioni, salvo poi, giusto all’indomani del voto, rispuntare ministro

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Non è da tutti farsi quattro legislature in Parlamento, una da sottosegretario, fondare un partito, e al tempo stesso passare per pensatore libero e indipendente, accolto e coccolato da tutte le televisioni del paese come osservatore distaccato, brillante e anticonformista, ospite fisso per intere stagioni, compresa tutta la campagna elettorale delle ultime politiche, salvo poi, giusto all’indomani del voto, rispuntare ministro, ovviamente nell’esecutivo guidato dal partito che hai contribuito a fondare.

Non è da tutti mettere in piedi una simile sceneggiata e poi pretendere pure che i giornalisti te ne diano merito, giacché, per fare il ministro della Difesa, avresti rinunciato a guidare le tue aziende, attive nel settore. Se poi, invece di ringraziarti commossi a nome della patria, i giornalisti si permettono di evocare un possibile conflitto di interessi, la querela è ovviamente il minimo che possono aspettarsi.

Non è da tutti, insomma, essere Guido Crosetto. Forse, almeno a giudicare dalle vicende di questi giorni, con quell’incredibile sparata sul complotto di un pezzo della magistratura contro il governo e l’imbarazzante nulla che ne è seguito, neanche da lui. A oggi, l’unico nella maggioranza che di sicuro deve avere apprezzato l’iniziativa è il suo collega Francesco Lollobrigida, che ha ottenuto così almeno qualche giorno di meritato riposo, dopo la sfilza di figuracce con cui aveva monopolizzato l’attenzione dei giornali nelle ultime due settimane.

Va detto che di tutti i politici che hanno provato a giocare allo stesso gioco, Crosetto è tra quelli che hanno saputo farlo con maggiore stile e persino con una certa grazia. Dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica, sepolta da una campagna populista e antipolitica che non ha ancora finito di generare i suoi effetti, quello del politico che non ha niente a che fare con la politica è infatti pressoché l’unico ruolo disponibile in commedia, e in un modo o nell’altro hanno provato a interpretarlo tutti, da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, da Romano Prodi a Walter Veltroni, da Mario Monti a Mario Draghi.

C’è però una differenza degna di nota tra coloro che hanno tentato questa strada da una posizione di primissima fila, come i nomi appena citati, e chi, come Crosetto, ha utilizzato lo stesso schema per un muoversi al margine, dove la contraddizione era meno evidente e le possibilità di danzare sul confine, entrando e uscendo dal ruolo secondo convenienza, infinitamente più numerose e allettanti.

Tutto questo è persino banale, me ne rendo conto, e non meriterebbe tante righe se non fosse per il recente clamoroso scivolone sulla giustizia, tanto più curioso in un uomo che si è dimostrato fin qui così abile e attento nella cura della propria immagine, delle proprie relazioni e della propria reputazione. Come si spiega, proprio in lui, un simile errore?

Con un paragone di cui Crosetto dovrebbe essermi grato per l’eternità, ma non dubito che non lo sarà, io penso si possa spiegare allo stesso modo in cui si spiega il clamoroso errore di calcolo compiuto da Draghi sul Quirinale, a sua volta, per alcuni versi, analogo a quello compiuto da Monti dieci anni prima, quando decise di fondare un partito e candidarsi alle politiche.

Per dirla in breve, la mia tesi è che dopo un po’, a forza di recitare quel ruolo, l’interprete finisca per crederci. Per credere cioè che la politica sia tutto sommato una scemenza, e coloro che se ne occupano siano davvero quell’ammasso di poveri scemi quali li dipingono ogni giorno quegli stessi giornali e talk show dai quali il Super Mario o il Super Guido di turno è costantemente adulato e omaggiato.

La denuncia di una manovra eversiva sulla base di «si dice» e «mi hanno raccontato» buttata lì alla fine di un’intervista su tutt’altro, imbarazzante per un ministro come per chiunque abbia una minima responsabilità istituzionale, sarebbe stata ovviamente perfetta per l’ospite fisso di un salotto televisivo, conteso da conduttori e direttori di giornale proprio per la sua inesauribile capacità di recitare la parte del provocatore, conservando però al tempo stesso un certo sussiego e un certo stile.

Insomma quello di cui dovremmo preoccuparci non è tanto il crosettismo, chiunque ne sia l’interprete, quanto la direzione e i criteri del casting. Cioè il meccanismo infernale per cui il nostro dibattito pubblico, e di conseguenza il nostro sistema politico, produce solo politici antipolitici, parlamentari senza partito e persino segretari senza tessera, in una spirale di autodelegittimazione e autolesionismo che si autoalimenta senza interruzione da trent’anni filati.