Mr. BrexitLa seconda chance di David Cameron

L’ex premier è stato nominato ministro degli Esteri da Rishi Sunak, ma la sua esperienza politica potrebbe risultare ingombrante e sproporzionata per il ruolo

L’ex primo ministro britannico David Cameron, nel suo nuovo ruolo di ministro degli Esteri, ha promesso durante la sua visita a sorpresa in Ucraina che il Regno Unito manterrà il sostegno morale e militare a Kyjiv«per tutto il tempo necessario».  La visita di Cameron è uno sforzo per offrire rassicurazione al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, tra i timori che la guerra in Ucraina venga dimenticata mentre gran parte dell’attenzione mediata mondiale si concentra sui bombardamenti a Gaza. Scegliendo proprio l’Ucraina come primo viaggio da quando è stato chiamato a ricoprire la carica di Foreign Secretary dopo un significativo rimpasto del governo conservatore, Cameron ha voluto sottolineare l’importanza fondamentale che il Regno Unito attribuisce al sostegno di Kyjiv contro Mosca.

«Volevo personalmente che questo fosse il mio primo viaggio. Ammiro la forza e la determinazione del popolo ucraino», ha dichiarato Cameron durante l’incontro con Zelensky. Sebbene non vi sia stato alcun impegno pubblico immediato sul futuro finanziamento degli aiuti militari all’Ucraina, il ministro degli Esteri britannico ha affermato: «Continueremo a darvi sostegno morale, diplomatico ed economico ma soprattutto continueremo a darvi il sostegno militare di cui avete bisogno. Non solo quest’anno, ma anche l’anno prossimo e per qualunque sia il tempo necessario».

Con le sue parole di solidarietà a Zelensky, David Cameron ha messo a tacere chi si interrogava sulle sue posizioni di politica estera dato il suo passato al governo.

Il suo lascito come primo ministro è infatti «costellato da controversie», come ha dichiarato Ben Quinn, corrispondente politico del quotidiano “The Guardian”, citando in particolare «il suo ruolo nell’innescare del più grande cambiamento nelle relazioni estere britanniche» dalla Seconda Guerra Mondiale. «Un uomo che ha pasticciato la politica estera britannica ora contribuirà a rimodellarla ancora una volta» ha commentato il settimanale “The Economist”. Cameron, infatti, assume la carica di ministro degli Esteri portando con sé «un certo bagaglio politico», ha aggiunto James Landale, corrispondente diplomatico dell’emittente televisiva “Bbc”. E, in un certo senso, di questo bagaglio ne fa menzione lo stesso David Cameron, che nel suo primo discorso dopo essere tornato a Westminster ha dichiarato: «Spero che la mia esperienza – come leader conservatore per undici anni e primo ministro per sei – mi aiuterà ad aiutare il primo ministro ad affrontare queste sfide vitali».

Sebbene l’eredità di Cameron in politica estera sia complessa, viene spesso riassunta con una sola parola: Brexit. Niente ha infatti definito il periodo in carica dell’ex primo ministro più delle sue dimissioni dopo la disastrosa campagna di Remain per il voto sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Cameron ha più volte affermato di non avere rimpianti per aver indetto il referendum del 2016 – una promessa fatta prima delle elezioni generali del 2015 – ma è innegabile che l’influenza di Londra sulla scena mondiale non è mai più stata la stessa dopo la Brexit.

Anche a voler guardare oltre quel 24 giugno 2016, il bagaglio politico di Cameron è piuttosto pesante. Arrivato a Downing Street in quanto critico dell’interventismo di Blair, ha poi guidato la NATO nel bombardamento della Libia e autorizzato attacchi aerei contro lo Stato Islamico in Siria. Si è assicurato di farsi fotografare con il Dalai Lama, ma poi ha brindato con Xi Jingping nel suo pub preferito. Ha paragonato Gaza a un «prigione a cielo aperto», ma è stato acclamato dal quotidiano “Haaretz” come il primo ministro britannico più filo-israeliano.

Detto questo, sebbene sia il quarto ministro degli Esteri in altrettanti anni – e l’ottavo in totale dal 2010, quando i conservatori presero il potere – David Cameron è ben accolto sulla scena internazionale. La rischiosa scelta dell’attuale premier Rishi Sunak di coinvolgere Cameron in un compito così importante è stata infatti pensata con la speranza di portare stabilità e credibilità al Partito Tory, al governo britannico e alla posizione del Regno Unito nel mondo.

Ci sono infatti molti Paesi che hanno rapporti cruciali con il Regno Unito e che potrebbero accogliere favorevolmente l’arrivo di Cameron come ministro degli Esteri moderato; tra cui molti grandi attori globali della sua era che sono ancora in carica: dall’olandese Mark Rutte all’israeliano Benjamin Netanyahu, il re Abdullah di Giordania, il presidente russo Vladimir Putin e quello cinese Xi Jinping.

Proprio il suo rapporto con il presidente cinese è stato messo in questi giorni sotto la lente d’ingrandimento. La foto di Cameron e di Xi Jinping mentre sorseggiavano birra era diventata un’immagine distintiva dei tentativi del suo governo di corteggiare Pechino; dando vita a quella che era stata salutata da entrambe le parti come l’inizio di una «epoca d’oro»di relazioni che il ministero del Tesoro sperava avrebbero reso la Cina il secondo partner commerciale del Regno Unito entro un decennio. Ma ora, otto anni dopo, Cameron si trova ad affrontare una situazione molto diversa.

L’ingerenza di Pechino all’estero è stata descritta anche da Sunak come «una minaccia particolare al nostro stile di vita aperto e democratico»; con il governo di Londra che ha da allora limitato gli investimenti cinesi per motivi di sicurezza nazionale ed espresso preoccupazione per le conseguenze militari ed economiche dei tentativi di Xi Jinping di sopprimere la democrazia a Hong Kong e dei preparativi per un’invasione di Taiwan. La Cina è l’area in cui la politica estera del governo britannico è cambiata in modo più drammatico dai tempi del suo mandato come primo ministro. Cameron, fin dall’inizio del suo mandato, dovrà far passare in modo chiaro il messaggio che anche lui ha accettato e preso parte a questo cambiamento.

C’è poi la questione Medio Oriente, dove quel famoso bagaglio politico di Cameron risulta essere forse ancor più ingombrante. Il nuovo ministro degli Esteri è stato infatti uno dei principali artefici dell’intervento militare multinazionale in Libia nel 2011; che ha contribuito al rovesciamento del regime del colonnello Gheddafi, al collasso della Libia e all’ascesa dello Stato islamico. Tale mossa è stata fermamente condannata dalla commissione per gli affari esteri del Regno Unito nel 2016, con Cameron dichiarato «responsabile ultimo» del fallito intervento. Non solo: Cameron ha anche lottato per rispondere alla guerra civile siriana e la sua autorità è stata danneggiata nel 2013 quando il Parlamento, compresi molti dei suoi stessi parlamentari, ha respinto il suo piano di sostenere un attacco di ritorsione guidato dagli Stati Uniti contro installazioni di armi chimiche che sarebbero state utilizzate dal governo siriano di Bashar al-Assad.

Senza dubbio, gli eventi del passato influenzeranno le decisioni di Cameron mentre tenta di affrontare l’attuale crisi in Medio Oriente. Fatta eccezione per un tweet del 9 ottobre, subito dopo l’attacco del movimento islamista palestinese Hamas, in cui esprimeva «completa solidarietà con Israele», Cameron ha finora detto relativamente poco sulla guerra tra Israele e Hamas e sugli attacchi in corso a Gaza. È però improbabile che non modifichi significativamente la politica del governo sul tema; in un modo o nell’altro.

Sebbene sia utile comprendere la sua eredità nella politica internazionale e la sua visione del mondo, l’approccio di Cameron al suo nuovo ruolo sarà sicuramente modellato tanto dalla sua stessa esperienza pregressa quanto dalla geopolitica attuale e dalle prospettive nazionali. Non va infatti dimenticato che sta operando entro gli stessi vincoli politici e di partito del suo predecessore, James Cleverly, ed è improbabile, soprattutto in questa fase, e a un anno dalle elezioni nazionali, che si muova in una direzione drammaticamente nuova in politica estera. Ma al di là delle decisioni che prenderà da oggi in avanti, ciò che dimostra il suo ritorno come ministro degli Esteri è che il Regno Unito vuole essere visto come un attore stabile e credibile sulla scena mondiale.

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