I nuovi mostriCancellato il discorso pubblico, viviamo in un neo oscurantismo

La cultura fondata sull’umanesimo e l’universalismo è minacciata da subculture che distruggono i principi fondamentali. Questo neo mondialismo, pur difendendo la diversità e la solidarietà, sembra tollerare l’antisemitismo, l’omofobia e la misoginia

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La libertà non è più il patrimonio dell’umanità ma un valore cui guardare con sospetto, macchiata dal passato di dominio dell’Occidente, è diventata il marchio del dominatore, mentre essa è l’obiettivo di tutte le premesse e le speranze di emancipazione. Abnousse Shalmani, presidente del Comité Laïcité République lo dice senza ambiguità in uno dei suoi ultimi interventi pubblici.

Un discorso durissimo e cristallino che illumina l’oscurantismo che si fa spazio in una presunta nuova tolleranza dell’Occidente dove, la cultura fondata sull’umanesimo e l’universalismo, è oggi fagocitata al suo interno da subculture che distruggono i principi fondamentali della nostra esistenza, rovesciando verticalmente la nostra scala di valori. «Per tolleranza, per negligenza o per puro senso di colpa abbiamo permesso che fiorisse l’intolleranza», mentre all’esterno, i regimi autoritari hanno compreso che questa debolezza è la porta di ingresso per minare le fondamenta del nostro vivere sociale, per indebolire e distruggere il nostro sistema democratico.

In Italia è assente la voce di un ceto intellettuale lucido e attento, manca il suo contributo alla vita politica. Gli intellettuali sono spariti dalla vita dei partiti e la politica ha smesso di cercarli, di parlare con loro; eppure la loro assenza non sembra essere motivo di preoccupazione per molti dirigenti di partito, convinti di poter fare a meno di un riferimento culturale nutrito dal presente e non da vuote reminiscenze del passato.
Ci si accontenta invece di una mostra su Tolkien e gli hobbit per guadagnare egemonia culturale o di opinionisti e influencer ignoranti e ideologizzati, che rilanciano idee strampalate dai loro account e da trasmissioni televisive confusionarie. 

Lo spazio per la riflessione è lasciato a editorialisti risibili che prendono la parola nei comizi di partito con la pretesa di essere i nuovi Pier Paolo Pasolini, a ospiti fissi di programmi tv dove ci si urla addosso, mentre ai comici è lasciato l’onere di un’inutile satira che non dà fastidio a nessuno.

I nuovi mostri dell’intrattenimento televisivo e digitale si sono sostituiti all’informazione e al ceto intellettuale. In Italia lo stato del dibattito pubblico è preoccupante, per il vuoto di riferimenti culturali e per la licenza illimitata, concessa a qualsiasi opinione svincolata dal contraddittorio. In una società che ha raggiunto, seppur con enormi disuguaglianze, un livello di benessere mai avuto prima, accedere a fonti di sapere semplificato è condizione necessaria nel mercato dei nuovi media. 

Nonostante disponiamo di dispositivi e connessioni che ci garantirebbero accesso al sapere e all’approfondimento, pretendiamo il diritto di non sforzarci, di non concentrarci e non dedicare più di un minuto e mezzo a conoscere ciò che non sappiamo. Allora l’informazione, soprattutto quella rivolta ai più giovani, è edulcorata in pillole di video brevissimi che spiegano un conflitto biblico e le implicazioni geopolitiche del presente in meno di sessanta secondi, finiti i quali si acquisisce la licenza di pontificare urbi et orbi.

Sono finita sull’account di una «giornalista, editor e podcaster freelance, attivista transfemminista esperta di migrazioni, diritti umani, diritti digitali e geopolitica dell’Africa e del Sud Ovest Asiatico», cosi si definisce. Ha più di settantamila follower, molti di questi sono giornalisti di autorevoli quotidiani, influencer di vario tipo, transfemministi, eco-attivisti, femministe islamiche, antirazzisti e poi ci sono le immancabili mamme, moderne e compassionevoli monetizzartici di bambini che insegnano la maternità in poche facili mosse. 

Questa community dispensa migliaia di approvazioni ai suoi post. Non farò il suo nome per non alimentare suscettibilità e polemiche inutili. Mi interessa la prospettiva dei suoi articoli e dei suoi messaggi, speculari a tanti altri media mainstream, fatti di omissioni e mezze verità per assolvere i buoni e condannare i cattivi.

La sua spiegazione della guerra tra Hamas e Israele omette di dire che l’obiettivo di Hamas non è la pace, né la creazione dello Stato palestinese, né tantomeno la protezione dei civili. La sua versione sottintende che il pogrom di Hamas del 7 ottobre non sia stato altro che una reazione all’oppressione dei palestinesi e accusa Israele di perseguire e uccidere la comunità LGTBQ a Gaza, come se l’esercito israeliano andasse a cercare gli omosessuali per ucciderli o fosse mai esistita una comunità libera di esprimere l’orgoglio della propria diversità sessuale sotto l’oppressione islamista. 

Divulgare opinioni simili spacciandole per informazione è criminale. Il fatto che a dare spazio a questi contenuti sia un sito di informazione detenuto da una società di consulenza e comunicazione che si pone come acceleratore del cambiamento, della sostenibilità e dell’uguaglianza fa vomitare. La cultura e l’informazione sono stati sostituiti da un mercato saturo di influencer disposti a farsi megafono di qualsiasi idiozia se sponsorizzati da un brand ecosostenibile, cosi da sembrare più giusti e più buoni.

Se questo è il livello dell’informazione di cui ci accontentiamo, se abbozziamo a complottismo e negazionismo perché abbiamo smarrito la conoscenza della nostra storia, della nostra cultura e non sappiamo insegnarlo alle nuove generazioni, è normale diventi virale su Tik Tok la lettera di Osama Bin Laden in cui rivendica gli attentati del 11 settembre, quello in cui dice di voler radere al suolo tutto l’Occidente, e trovare i commenti di giovanissimi occidentali che scrivono: «Bin Laden mi ha aperto gli occhi». Bastano pochi secondi per disconoscere ciò che siamo e abbandonarci a una tolleranza dai risvolti funesti.

Questo neo mondialismo, anti-razzista e intersezionale difende la nascita come identità, l’identità come rivendicazione, il colore della pelle come personalità, finalità, destino, la religione degli oppressi come scusa a tutte le derive per lasciar andare, lasciar dire, lasciar fare.

Con questa aria di amore verso tutti e solidarietà verso gli oppressi della terra, i nuovi anti-razzisti tollerano l’antisemitismo se proviene dalla religione degli oppressi, tollerano l’omofobia e la misoginia se proviene da culture non occidentali, applaudono l’autoritarismo e sminuiscono un’invasione se serve a combattere un avversario politico. 

Se questa è una condizione comune a tutto l’Occidente, resiste, in Paesi come la Francia, un ceto di intellettuali, scrittori, attori di teatro, giornalisti partecipi alla vita pubblica e fedeli ai valori della Repubblica, e forse al valore più caro ai francesi, la laicità. Hanno la possibilità di potersi rivolgere a un’opinione pubblica inamovibile verso il settarismo ignorante e che risponde ancora con orgoglio alla mobilitazione e alla necessità di esserci, di farsi sentire. 

Tra loro ci sono intellettuali di origine araba e di fede musulmana che non rinunciano a criticare un islam contrario a riflettersi nello specchio della modernità, che nega la discussione sui rapporti tra i sessi, tra Stato e cittadini e tra mondo arabo e occidente.

Li guardo con ammirazione, vedo in loro un baluardo di lucidità e forza intellettuale che in Italia sembrano essere collassati da un pezzo in favore di un’idea complottista, relativista e antisistema capace di accomunare pacifisti, vegani, novax, islamisti, anti-Nato, antisemiti, mondialisti, e tutti quelli che non si sono accorti, come ricorda a giusto titolo Abnousse Shalmani di un Occidente che, malgrado i suoi errori, ha abolito la schiavitù e inventato i diritti dell’uomo.