Giovanni XXIV?La complicata questione della successione di Papa Francesco

Le decisioni di Bergoglio, come la Traditionis custodes e la rimozione del vescovo Joseph Edward Strickland, hanno contribuito ad accrescere i malumori e a intensificare la spaccatura all'interno della Chiesa. Questi fattori sono destinati a influenzare le dinamiche del conclave futuro e le congregazioni dei cardinali che lo precedono

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Sinodo della guerra o delle guerre. Alla fine, sarà forse ricordata così, più che per il tema apparentemente accademico della sinodalità, la XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi recentemente conclusasi. Il solo parlarne, infatti, evocherà subito la drammatica congiuntura temporale del nuovo conflitto israelo-palestinese. Ma anche le ostilità di quei presuli, che, lamentando fumosità e pressapochismo alla volemose bene nei lavori assembleari, considerano ormai snaturato nella sua essenza l’organismo voluto quasi sessant’anni fa da Paolo VI. In un modo o in un altro, è e resterà un dato di fatto lo sbilanciamento valutativo verso aspetti secondari, quando non estranei, al sinodo a scapito di ciò che ne è strutturale. Alimentata dal forte gesto parretico dei cardinali dei Dubia e dalla risposta del Papa, la grande attenzione per l’assise “episcopale” è durata, al di qua del Tevere, l’espace d’un matin

Ha invece continuato, e di fatto continua, a tenere banco la questione del dopo Bergoglio. A essa si guarda da entrambe le sponde dopo alcune dichiarazioni pontificie, senza che per questo si debba già cantare il De profundis a Francesco, «del che – citando il Pio VII di Paolo Stoppa ne “Il marchese del Grillo” – facciamo i dovuti scongiuri». 

D’altra parte, è lo stesso Bergoglio, oramai prossimo agli ottantasette e particolarmente loquace, nell’ultimo biennio, su altalenanti condizioni di salute, acciacchi, interventi chirurgici, altrui desideri – ipse dixit – di vederlo morto, ad alimentare e legittimare, suo malgrado, la ridda continua di congetture, ipotesi, previsioni. Vero è che nell’ultimo libro-intervista con Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin dal titolo Non sei solo. Sfide, risposte, speranze (Salani, Milano 2023 [in commercio dal 24 ottobre], pp. 288) il Papa, rispondendo alla domanda: «Quale deve essere il profilo del suo successore?”, ha di fatto glissato col dire: «Di se ne occuperà lo Spirito Santo” (p. 148). 

Ma si tratta pur sempre di parole, che sanno di accorto quanto tardivo trinceramento a fronte di quanto affermato, il 4 settembre scorso, sul volo di ritorno dalla Mongolia: «I viaggi in Vietnam? Ma, se non andrò io, sicuro che andrà un Giovanni XXIV”. E d’un immediato successore con tale nome Bergoglio aveva già parlato almeno tre volte: 1) nel maggio 2021, a un non meglio precisato capo di Stato; 2) il 27 settembre 2021, al vescovo di Ragusa, Giuseppe La Placa, che l’aveva invitato nella città siciliana per il settantacinquesimo anniversario della fondazione della diocesi (6 maggio 2025); il 4 settembre 2022 – data della messa in onda dell’intervista rilasciata a TVI/CNN Portugal –, alla giornalista Maria João Avillez, che gli aveva domandato della sua partecipazione alla GMG di Lisbona (alla quale ha poi partecipato nell’agosto scorso).

La maggior parte dei commentatori ha derubricato tali esternazioni a mera boutade e letto piuttosto in esse un fermo richiamo al futuro della Chiesa, impensabile al di fuori del solco di quel Vaticano II voluto e indetto da Giovanni XXIII. Ma qui casca l’asino. Perché in quel solco anche Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI avevano sempre detto di muoversi. Appare perciò chiaro che la vera questione non è tanto la continuità magisteriale con il dettato dell’ultimo concilio quanto l’interpretazione che si dà di esso. Se si tiene poi in conto che, stando alle dichiarazioni dei defunti cardinali Francesco Marchisano e Loris Capovilla, l’arcivescovo di Buenos Aires avrebbe voluto inizialmente assumere il nome di papa Roncalli sì da diventare Giovanni XXIV, appare ben più di una mera supposizione sostenere che Bergoglio, nel parlare di un tale pontefice futuro, faccia riferimento e – perché no? – desideri un successore in linea con la sua personale lettura del Vaticano II e attività riformista. 

Per l’una e per l’altra si potranno fra l’altro notare i punti di contatto con la fittizia lettera programmatica, che Bernard Haering redasse nel 1993 quale primo atto di un immaginario Giovanni XXIV, eletto agli inizi del terzo millennio, (in “Perché non fare diversamente? Perorazione per una nuova forma di rapporti nella Chiesa”, Queriniana, Brescia 1993, pp. 79-86), e ancor più col romanzo “Juan XXIII (XXIV), o sea, La Resurreción de Don Quijote (Sinfonía fantástica a la Berlioz en tres movimientos y una coda; para uso de naciones subdesarrolladas”), che l’ex gesuita argentino Leonardo Castellani diede profeticamente alle stampe nel 1964 sotto lo pseudonimo di Jerónimo del Rey. Ma, al di là di tutto, il successore di Francesco sarà davvero un bergogliano, inteso come prosecutore della sua linea magisteriale?

Si sa che col concistoro del 30 settembre scorso è salito a duecentoquarantadue – duecentoquarantuno, il 10 ottobre, con la morte del cardinale Telesphore Placidus Toppo – il numero complessivo degli ascritti a quello che fino a un recente passato veniva chiamato il «Senato del Romano Pontefice», di cui ben centotrentasei, al momento, gli elettori (il cardinale Patrick D’Rozario ha infatti compiuto ottant’anni l’1 ottobre). Si è, dunque, sforato un’ennesima volta – numerosi, d’altra parte, i precedenti anche sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – il noto tetto massimo, fissato a centoventi dalla “Romano Pontifici eligendo” di Paolo VI (1 ottobre 1975). Ma col progressivo compimento dell’ottantesimo anno di età dei cardinali Sandri, Yeom Soo-jung, Zerbo, Cipriani Thorne esso scenderà a centotrentadue già il 28 dicembre. 

In quella data saranno rispettivamente sette e ventotto i porporati di nomina wojtyłiana e ratzingeriana, che entrerebbero in un eventuale futuro conclave, di contro ai ben novantasei bergogliani. Numeri che, in ogni caso, significano ben poco, qualora si consideri come non pochi dei cardinali creati negli anni da Francesco siano, a diverso titolo, debitori verso Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nonché in linea di continuità col magistero degli stessi più di quanto si pensi. 

Se è inoltre innegabile che il Sacro Collegio appare sempre meno eurocentrico e più universale, non si può d’altra parte non considerare che sono rispettivamente diciannove e ventitré i cardinali elettori provenienti dai continenti africano e asiatico: i quali, cioè, sono variamente conservatori in tema di dottrina e morale. Non si può infine sottacere il peso di crescenti malumori a livello intra-ecclesiale per l’acuirsi della spaccatura col mondo conservatore e tradizionalista, cui proprio Bergoglio, forse dimentico dell’aureo monito manzoniano: «Adelante, con juicio», sembra contribuire con ben poca morbidezza: a riprova, basti pensare alla “Traditionis custodes” o alla recentissima rimozione del vescovo Joseph Edward Strickland dalla guida pastorale della diocesi di Tyler. Questione, questa, che difficilmente resterà al di fuori delle congregazioni generali dei cardinali antecedenti il futuro conclave e del conclave stesso. 

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