Metodo WagnerLa libizzazione del Sudan

La guerra civile per il controllo del paese ha costretto più di 3,1 milioni di persone ad abbandonare la propria casa. Il gruppo di mercenari russo rifornisce le milizie delle Rapid Support Forces del generale Hemedti per destabilizzare la regione

LaPresse

Il Sudan è stato considerato un esempio di formidabile transizione democratica grazie alla sua rivoluzione gentile che nell’aprile del 2019 portò alla detronizzazione di Omar al-Bashīr, tra i peggiori despoti dei tempi moderni, a partire dal golpe dell’ottobre 2021, ma è precipitato in una crisi sempre più profonda che dal 15 aprile scorso si è trasformata in guerra aperta. A fronteggiarsi sono da una parte le milizie delle Rapid Support Forces (Rsf) al cui vertice siede il Generale Mohammed Hamdan Dagalo detto Hemedti, dall’altra le forze armate (Saf) del Generale Abdel Fattah Burhan, leader del colpo di Stato dell’ottobre del 2021, presidente del Consiglio Sovrano di Transizione e de facto capo di Stato.

I due, una volta sodali, quando si è trattato di fare un passo se non indietro, almeno di lato, dare vita a un esercito unificato e cedere la scena politica al primo governo interamente formato da civili (come previsto da un accordo che proprio all’inizio di quest’anno sembrava a un passo dalla stipula, ndr) hanno scatenato una guerra civile dopo una serie di provocazioni militari.

Da quel giorno il Sudan, fino alla fine del 2022 luogo di approdo di tantissimi profughi provenienti da Paesi limitrofi in guerra, in condizioni disperate o in situazioni di instabilità come la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan o il Ciad, è divenuto il paese dell’esodo e della fuga: Sono oltre sei milioni gli individui costretti a lasciare le proprie case dall’inizio del conflitto, di cui 1,3 milioni quelli che hanno varcato le frontiere, in gran parte in Ciad (circa cinquecentotrentamila), in Sud Sudan (trecentosettantamila), in Egitto (trecentoquarantamila). Circa l’ottanta per cento delle infrastrutture sanitarie del Paese è chiuso e, secondo il Programma alimentare mondiale (Pam), sei milioni di sudanesi «sono a un passo dalla fame». 

Il conto dei morti supera ormai i diecimila mentre sono senza fine le segnalazioni di feriti, di quartieri rasi al suolo, di donne e ragazze vengono sistematicamente violate, rapite, ridotte in schiavitù, od obbligate al matrimonio forzato. 

All’inizio di novembre milizie arabe alleate delle Rsf hanno preso di mira civili Massalit (un’etnia locale) nel sobborgo el-Geneina, capitale del Darfur occidentale e messo in scena un attacco in grande stile risultato in massacro: fonti locali parlano di almeno milletrecento morti. 

Da quando le Rsf hanno guadagnato il controllo dell’area a metà novembre, la tensione è salita anche a El Daein, la capitale della regione del Darfur orientale, finora risparmiata dai combattimenti grazie a un accordo locale raggiunto da un comitato di mediazione composto da leader civili, giovani e rappresentanti della Camera di Commercio.

La soluzione del conflitto dipende in gran parte nell’iniziativa di Arabia Saudita e Stati Uniti che da pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, convocano regolarmente colloqui tra le parti a Gedda per arrivare almeno al cessate il fuoco, far evacuare i civili e far arrivare gli aiuti umanitari. Le ormai infinite tregue stipulate non sono mai state rispettate e il clima di fiducia è realmente lontano dall’essere realizzato. 

Il conflitto va avanti anche grazie a una serie di forze schierate a fianco o dietro i due contendenti. In appoggio alle Rsf ci sono gli Emirati Arabi Uniti, varie truppe arabe e, soprattutto, i mercenari di Wagner e quindi la Russia. I miliziani di Mosca sono dislocati in Libia, Repubblica Centrafricana e probabilmente in Ciad e sono in grado di offrire continui rifornimenti. 

A sostenere l’esercito, invece, s’è solo l’Egitto, che sporadicamente invia armi e aiuti. È per questo che Hemedti ha ormai in mano quasi interamente il Darfur, ha guadagnato vaste aree di Khartoum e, al momento, è in una posizione di netta superiorità sul campo. Man mano che i combattimenti si protraggono, come sostiene in un articolo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) aumenta la probabilità che il Paese venga diviso internamente lungo dure zone di influenza, se non addirittura smembrato del tutto nell’ipotesi che i due contendenti si dividano al loro interno e diano quindi vita a splinter group a loro volta in lotta.

Sono possibilità drammaticamente reali che fanno pensare a una libizzazione del conflitto. Le conseguenze sarebbero disastrose in maniera molto maggiore rispetto al Paese nordafricano, sia per la popolazione circa otto volte maggiore che sarebbe in gran parte costretta alla fuga, sia per la discesa di uno dei Paesi più grandi e cruciali dell’area in una situazione da potentati di signori della guerra. I mercenari russi, già attivi ai margini del conflitto, cercherebbero probabilmente di espandere la loro presenza nel Paese e di aprire la strada a una base navale russa sul Mar Rosso, da tempo desiderata. 

Gli Stati Uniti tentano assieme all’Arabia Saudita – sebbene con scarsissimi successi – di mediare e sono comunque presenti così come una parte del mondo arabo o africano (di recente si è tenuto un ciclo di colloqui gestiti da civili ad Addis Abeba per raccogliere posizioni e favorire la pace, mentre il Kenya si è proposto per la mediazione futura, ndr). Invece l’Europa è assente: smantellate le ambasciate all’indomani dello scoppio del conflitto, resta spettatrice e si segnala al massimo per l’invio di aiuti umanitari.

Piuttosto inquietante, poi, la notizia del fratello di Hemeti al-Gony Dagalo di passaggio a Roma alla fine di ottobre «per una serie di incontri». Buio totale su tutto: innanzitutto sulla reale presenza nella capitale, sulla natura di questi eventuali incontri e, soprattutto, sugli interlocutori. Secondo alcuni analisti, l’Europa potrebbe non voler interrompere completamente i contatti con le Rsf al momento in netta prevalenza sul piano militare. 

Senza una strategia globale, i colloqui per il cessate il fuoco a Gedda che coinvolgono solo attori armati rischiano di cementare l’attuale spaccatura del Paese per gli anni a venire e se non ci sarà un’azione della comunità internazionale, la situazione da drammatica si trasformerebbe in tragedia permanente.

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