Dieta ottimizzataLe alghe possono davvero ridurre le emissioni degli allevamenti intensivi?

Utilizzare questi organismi acquatici come mangime per i bovini può ridurre la quantità di metano prodotta dagli animali. La questione, però, è molto più complessa del previsto

Unsplash

La notizia è tornata sui giornali a fine ottobre 2023 e recita: la Svezia vuole usare le alghe rosse come mangime per i bovini. La scoperta, che in realtà risale a qualche anno fa, vede protagonista l’Asparagopis taxiformis, un’alga che contiene additivi capaci di ridurre in grandi percentuali le emissioni di metano (CH4) prodotte negli allevamenti bovini

Il governo svedese è il primo a prendere ufficialmente in considerazione l’utilizzo di questa strategia innovativa per fronteggiare il problema delle emissioni di gas serra nel settore dell’allevamento, aggiungendo quindi alghe rosse alla dieta delle mucche. Questi organismi acquatici, infatti, sono ricchi di bromoformio, una sostanza che ha la caratteristica di ridurre le emissioni di metano fino al novanta per cento, inibendo l’enzima responsabile della produzione del gas causato dalla fermentazione enterica durante il processo di digestione.

Un tentativo dettato dalla necessità di ottemperare al problema delle emissioni inquinanti degli allevamenti intensivi, che, secondo i dati delle Nazioni unite, in Europa arrivano annualmente all’equivalente di 7,1 gigatonnellate di CO2. I bovini sono le specie animali responsabili della maggior parte delle emissioni, rappresentando circa il sessantacinque per cento delle emissioni del settore zootecnico e circa il 14,5 per cento delle emissioni globali di gas serra di origine antropica. 

Nel 2016, i ricercatori dell’Università James Cook of Queensland in Australia avevano scoperto che con l’aggiunta di una piccola quantità di alghe secche all’alimentazione bovina si potevano quasi azzerare le emissioni di metano. L’esperimento, in questo caso, era stato condotto sulle pecore, sostituendo una piccola percentuale del loro mangime, appena il due per cento, con l’alga essiccata. In questo modo le emissioni degli animali erano calate del settanta per cento. 

Una ricerca del 2021 condotta dall’Università della California, basata su una serie di studi precedenti, sosteneva che l’inserimento di alghe nell’alimentazione bovina avrebbe potuto ridurre le emissioni di metano dell’ottantadue per cento. La difficoltà due anni fa era dovuta alla reperibilità delle alghe, che crescono nei mari delle zone tropicali e non vengono prodotte a sufficienza in natura per un utilizzo su larga scala. La ricerca conclude che le riduzioni dei costi dei mangimi, combinate a un significativo abbassamento delle emissioni di CH4, avrebbero il potenziale per trasformare la produzione di carne bovina in un’industria della carne rossa più sostenibile in termini economici e ambientali. 

Pasquale De Palo, professore e ricercatore dell’Università Aldo Moro di Bari, ha spiegato a Linkiesta che «la stragrande maggioranza dell’effetto che queste alghe hanno nel ridurre della produzione di metano a livello ruminale è da attribuire ai composti alogeni, che sono la parte attiva delle alghe rosse, e possono influenzare negativamente il buco nell’ozono».  

Questa informazione è utile a comprendere come la produzione per via sintetica dei composti attivi contenuti nelle macroalghe rosse possa essere pericolosa per l’ambiente. Non solo l’alga rossa, però, ha il potenziale per ridurre la produzione di metano nei bovini, «sul mercato ci sono più prodotti e più sostanze non solo di origine algale che hanno dimostrato di avere un effetto simile». Una di queste è il 3-NOP, il 3-nitroossipropanolo, una sostanza che ha dimostrato di avere effetti simili a quelli delle alghe rosse. 

Nel febbraio 2022 l’uso del 3-NOP è stato approvato ed è stato somministrato a vari tipi di bovini in Svezia e in altre località, ottenendo risultati incoraggianti. Secondo un rapporto svedese, il 3-Nop è in grado di ridurre le emissioni di metano mediamente del trenta per cento nelle mucche da latte e del quarantacinque per cento nei bovini da carne. Ciò che emerge anche dal documento ufficiale è la tossicità del prodotto, per cui il suo utilizzo deve essere sottoposto a mani esperte e costantemente controllato. Inoltre non si conoscono i suoi effetti a lungo termine. 

«Il 3-NOP produce a livello ruminale delle sostanze potenzialmente tossiche a base di azoto. Ancora non si sa bene se queste sostanze siano temporanee e quindi se poi si degradino o se c’è un rischio di permanenza di queste sostanze nella carne o negli alimenti di produzione animale», ha spiegato De Palo.

Secondo le stime di un altro studio, l’industria della carne potrebbe inquinare di più rispetto alle multinazionali del petrolio. Se così fosse, agire in tal senso sarebbe rivoluzionario. In realtà, gli allevamenti di bovini a scopo alimentare, sia per la carne che per il latte, sottintendono anche altri processi inquinanti per cui non basterebbero le alghe a risolverli. 

«Bisogna – continua l’esperto – considerare due aspetti fondamentali, il primo è che è vero che i ruminanti sono dei produttori di metano, però ricordiamo che è un metano integrato nel ciclo del carbonio a livello ecologico. La vita del metano nell’atmosfera è di circa venticinque anni, quindi oggi si sta smaltendo il metano prodotto dai ruminanti vent’anni fa e se ne sta aggiungendo dell’altro oggi che verrà smaltito tra vent’anni». 

Ciò significa che «la quantità di metano in atmosfera a varianza di numero di animali allevati è costante. In realtà l’apporto di metano da allevamento nel determinismo dell’effetto serra è fondamentalmente lo stesso di venti o trent’anni fa. L’effetto di peggioramento dell’effetto serra non è determinato dall’attività zootecnica o ad altre attività antropiche che utilizzano percorsi naturali. Comparare le emissioni terrigene della zootecnia a quelle originate dalle fonti fossili è totalmente scorretto, tanto che questo è ormai assunto anche nei sistemi scientifici impiegati nella valutazione della cosiddetta carbon footprint, cioè dell’impronta in termini di carbonio e gas serra emessi da una determinata attività dell’uomo. Oggi tali modelli di predizione tengono fortemente conto del differente impatto di una emissione di metano da ruminanti rispetto per esempio all’impatto dell’industria energetica e dei trasporti. Questo, però, non vuol dire che anche il comparto zootecnico non debba dare il suo contributo alla riduzione delle emissioni». 

Queste ricerche, quindi, potrebbero offrire delle soluzioni, ma non così rivoluzionarie: «Sono dieci o quindici anni che ci si lavora, i risultati sono estremamente lusinghieri, ma rispetto al tema dell’impatto ambientale le cose non possono essere considerate soltanto in funzione di quanto metano emette un bovino». 

L’utilizzo di queste sostanze potrebbe poi peggiorare l’efficienza produttiva. Infatti, «il metano generato dai ruminanti è un prodotto di scarto del processo di fermentazione ruminale della fibra. Ridurre il metano prodotto da un ruminante può voler dire due cose: peggiorare l’efficienza digestiva dell’animale oppure mantenerla sostanzialmente inalterata e inibire solo la sintesi di metano. Nel primo caso, questi additivi non contribuiscono realmente alla riduzione degli impatti, anzi potrebbero incrementarli, perché l’animale peggiora la propria efficienza digestiva, peggiorando le produzioni».

Ci sono una serie di aspetti, quindi, che meritano di essere chiariti quando si parla di questi argomenti. Così come bisognerebbe riflettere sull’utilizzo di un’alga tropicale in un Paese come la Svezia. In questo caso sarebbe necessario fare «un bilancio di quanto carbonio serve per produrre l’alga in ambienti tropicali» e quindi il suo trasporto, «oppure per produrla in ambienti condizionati nel nord Europa».

C’è bisogno quindi di diversificare le soluzioni in base al Paese in cui vengono applicate e alla reperibilità dei mezzi. Le strategie che possono essere applicate universalmente e che in molti casi sono già diffuse «sono quelle di ottimizzare gli apporti nutrizionali degli animali, quindi passare a tecniche di alimentazione di precisione». 

Questo perché i nutrienti somministrati agli animali diventano inquinanti quando vengono eliminati dagli stessi, «quindi più si riesce a rendere preciso l’apporto di nutrienti rispetto ai fabbisogni degli animali meno scarto avremo nel sistema. E questa è una soluzione assolutamente vincente, anche perché è la classica strategia win-win. Ottimizzare l’alimentazione non solo riduce l’impatto ambientale e gli scarti inquinanti ma aumenta anche l’efficienza produttiva, quindi ha anche una sostenibilità economica maggiore per il produttore».

Un altro aspetto sul quale si sta lavorando è quello di «cercare di introdurre nel settore zootecnico la maggiore quantità possibile di fonti energetiche alternative e rinnovabili partendo proprio dal letame, che anziché essere inquinante può diventare un’ottima fonte di produzione energetica».