Boccone amaroLa dichiarazione di Dubai sui sistemi agroalimentari non è l’accordo finale sul cibo

La sicurezza alimentare e l’adattamento delle produzioni al cambiamento climatico sono le principali priorità dei Paesi più poveri, che alla Cop28 chiedono di andare oltre l’impegno annunciato all’apertura dei negoziati

AP Photo/LaPresse (ph. Peter Dejong)

L’Açai Spot è uno dei tanti luoghi dove è possibile mangiare durante i giorni della Cop28 di Dubai, che ieri ha riaperto le porte dopo il consueto giorno di pausa. Il menù, come si intuisce dal nome, è tutto a base di açai, frutto della palma Euterpe oleracea nativa dell’Amazzonia brasiliana. La domanda internazionale di queste bacche di colore viola è cresciuta molto negli ultimi anni. La coltivazione della palma dell’açai è stata estesa in tutto il Sud America. La produzione è aumentata e così, ora, è possibile trovare frullati, bowl e gelati di açai anche a dodicimila chilometri di distanza. Anche alla Cop28, che, per la prima volta nella storia delle conferenze Onu sul clima, ha messo in cima all’agenda la sostenibilità e la resilienza dei sistemi agroalimentari. 

La presidenza Cop degli Emirati Arabi Uniti ha riconosciuto la necessità di ridurre le emissioni di gas serra del sistema alimentare globale. Secondo un recente studio pubblicato su Nature, un terzo della CO2 (equivalente) immessa nell’atmosfera proviene da attività che hanno a che fare con il cibo: produzione, trasporto e deforestazione. La conferenza di Dubai, però, sembra essere il negoziato delle contraddizioni. Dalle affermazioni negazioniste del presidente Al Jaber, che poi dichiara «credo nella scienza», fino ai frutti esotici acquistabili alla Cop della sostenibilità agroalimentare. 

Al Jaber, che è anche Ceo dell’azienda petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, ha dimostrato tutto l’interesse a non parlare solo delle emissioni del sistema energetico: «Non è solo il petrolio e il gas che contribuiscono al cambiamento climatico», ha affermato annunciando l’agenda cibo-clima prima dell’inizio della Cop. 

A dimostrare la centralità del tema è stata la firma di oltre centotrenta Paesi, nel primo giorno di negoziato, della Dichiarazione di Dubai sui sistemi alimentari resilienti, l’agricoltura sostenibile e l’azione per il clima. L’impegno riguarderebbe misure di adattamento all’emergenza climatica per ridurre la vulnerabilità delle imprese agricole, assicurare sicurezza alimentare e una sana alimentazione, migliorare la gestione dell’acqua usata nei sistemi agroalimentari, favorire la diversità di specie animali e vegetali anche in contesti agricoli. Le risorse economiche stanziate sarebbero 2,5 miliardi di dollari. 

Tra i Paesi firmatari c’è anche l’Italia. La premier Giorgia Meloni è intervenuta al vertice Onu sottolineando l’importanza e la centralità del sistema alimentare italiano, basato sui «principi della dieta mediterranea». La presidente del Consiglio ha anche dichiarato che «il ruolo della ricerca scientifica è fondamentale» per stabilire come e cosa mangiare per avere una dieta sana, che però «non significa produrre cibo in laboratorio». Su questo nodo, l’Italia sta comunque attendendo il parere dell’Unione europea sulla legge relativa al divieto di produzione e vendita della carne coltivata. 

Poche ore dopo il discorso di Meloni, gli Emirati Arabi Uniti e la fondazione di Bill & Melinda Gates hanno lanciato una partnership da duecento milioni di dollari per finanziare proprio la ricerca e l’innovazione nei settori agricoli. Risorse economiche per l’agricoltura potranno arrivare anche dal fondo Loss and damage reso operativo alla cerimonia di apertura della Cop28. Per adesso i soldi che i Paesi hanno donato alle Nazioni meno responsabili della crisi climatica ammontano a settecento milioni di dollari. Sono comunque lo 0,2 per cento della cifra necessaria all’adattamento dei Paesi emergenti e vulnerabili alla emergenza climatica. Per l’agricoltura, dunque, le risorse economiche scarseggiano. 

L’implementazione del fondo era comunque una delle richieste maggiormente condivise da associazioni e movimenti, prima dell’inizio della Cop. Tra loro figura anche l’Ong Azione contro la fame: «Siamo felici che il fondo sia stato implementato, ma anche critici sulla gestione dei soldi affidata alla Banca mondiale», racconta a Linkiesta Marie Cosquer, che per l’organizzazione si occupa di analizzare le politiche climatiche relative ai sistemi agroalimentari. «Bisognerà anche capire a chi verranno distribuiti i soldi e come potranno essere spesi», aggiunge. 

Inoltre, Cosquer ha spiegato che la Dichiarazione di Dubai sull’agroalimentare è un’intesa laterale che non ha a che fare con l’accordo finale della Cop di Dubai. «Su quello c’è molta sfiducia. Sui temi del cibo e dell’agricoltura, i Paesi del G77 e il blocco degli occidentali sono divisi già sui primi aspetti tecnici». Le necessità sono anche molto diverse. Per i Paesi più poveri, la principale questione riguarda la sicurezza alimentare e l’adattamento delle produzioni al cambiamento climatico. 

Gli Stati più ricchi invece dovrebbero impegnarsi a ridurre il consumo di carne e latticini. Azione contro la fame, infatti, puntava molto sull’accordo di Dubai. Se a fine Cop si arriverà a un nulla di fatto, resterà la Dichiarazione laterale. Cosquer si augura che i finanziamenti da 2,5 miliardi saranno almeno distribuiti in progetti che coinvolgano agricoltori e produttori locali, altrimenti, «sarà solo un’intesa tra Nazioni». 

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